Mostri d’Italia: Tentacoli giganti nel Mediterraneo

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Anche in Italia ci sono (o ci sono stati) calamari giganti

Dalla descrizione dell’omerica Scilla fino alle testimonianze più recenti del Novecento e del nostro secolo, sono innumerevoli gli esempi che documentano o suggeriscono la presenza di giganteschi “mostri tentacolati” nelle acque del Mediterraneo e in quelle italiane. Si tratta solo di fantasie popolari o forse la spaventosa bestia descritta nel corso dei secoli con i più diversi e altisonanti nomi di «kraken», «poulpe colossal» o «piovra» esiste realmente?
La scienza ha identificato la leggendaria creatura in un animale reale, l’Architeuthis, il “calamaro gigante” per antonomasia, ovvero il più lungo per intenderci (la massima misura mai registrata ufficialmente appartiene ad un esemplare lungo circa 18 metri). Oggi conosciamo questo curioso invertebrato non solo grazie al rinvenimento di numerose carcasse arenatisi lungo i lidi di molte regioni nel mondo (ascrivibili alla singola specie Architeuthis dux) o i resti trovati all’interno degli stomaci dei capodogli – noti predatori di questi grandi molluschi – o ancora attraverso le impronte delle ventose lasciate sulla pelle di questi mammiferi marini; infatti, solo in questi ultimi anni, e più precisamente nell’estate del 2012, una equipe di scienziati nippo-americani è riuscita per la prima volta a filmare un esemplare vivo di Architeuthis nel suo habitat naturale, a 900 metri di profondità, nel Pacifico settentrionale. L’ampio areale di diffusione di questo gigante delle profondità oceaniche si estende fino all’Atlantico (in particolare l’area settentrionale e centrale) e il Mediterraneo, dove sono state documentate due catture tra Gibilterra e Malaga, nel 1997 e nel 2001. Anche nelle acque italiane non mancano segnalazioni di grandi cefalopodi identificabili con dei calamari giganti. Nel 1977, al largo di Tremonti, presso le Cinque Terre (La Spezia), in Liguria, tre pescatori riferirono di aver avvistato in superfice un calamaro dotato di tentacoli lunghi circa 5 metri e dal peso di circa 80 kg. Nel 1986 è stato documentato (purtroppo solo attraverso fonti orali) lo spiaggiamento lungo il lido di Sapri, in Campania, della carcassa di un presunto calamaro gigante, lungo non meno di 12 metri. Nel 2001, le acque di Imperia, in Liguria, hanno restituito il corpo senza vita di un calamaro lungo circa 4-5 metri, nei pressi della spiaggia di Cipressa, in seguito portato via dalla mareggiata. Un caso analogo a quello di Sapri è stato quello del rinvenimento effettuato nel 2010 lungo il litorale laziale, a nord di Roma, non lontano da Civitavecchia, in località La Frasca, di un insolito reperto, stavolta però documentato attraverso diverse fotografie autentiche e chiarissime, che a detta dei biologi marini interpellati sulla questione, mostrerebbero il tentacolo di un grande calamaro, presumibilmente un Architeuthis. E’ doveroso precisare che il resto, a causa del cattivo stato di conservazione (e del forte odore di ammoniaca, tipico di questi animali), dopo essere stato misurato e fotografato, è stato abbandonato sul posto. La lunghezza del presunto tentacolo è stata valutata attorno ai 3,5 metri, prendendo come unità di misura una canna lunga circa 1,5 metri, visibile nella fotografia, accanto al reperto in questione. Nulla a che vedere dunque con le due specie “oversize” di calamaro, la cui presenza è ben nota nel Mediterraneo e nelle acque italiane, come il “calamaro diamante” (Thysanoteuthis rhombus) e il “totano comune” (Todarodes sagittatus), le cui dimensioni massime, riferite alla lunghezza totale, si aggirano rispettivamente attorno a 1,5 metri nella prima e 2 metri nella seconda. E’ da escludere pure ogni associazione tra il tentacolo rinvenuto lungo il litorale laziale con un grosso polpo, considerando peraltro che nel Mediterraneo, il primato delle dimensioni tra i cefalopodi ad otto braccia, spetta alla cosiddetta “polpessa” (Octopus macropus), che secondo i dati ufficiali può raggiungere una lunghezza totale straordinaria di circa 1,5 metri ed un peso di 30/40 kg, anche se nelle nostre acque sono state segnalate diverse catture di esemplari, spesso immortalate nelle splendide copertine illustrate della Domenica del Corriere della prima metà del secolo scorso, che arrivano a toccare e a volte anche a superare i 60 kg di peso.

Sappiamo che già Aristotele distingueva il «Teuthos» (il calamaro gigante) dal «teuthis» (la varietà minore) e Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia ci informa di un enorme “polpo” arenatosi lungo il lido di Carteia (l’attuale Rocadillo, in Spagna) identificabile con un Architeuthis per la descrizione di alcuni caratteri come le grandi dimensioni, la presenza di «braccia più grandi» ed «enormi denti» associabili rispettivamente alle braccia tentacolari e agli anelli di chitina dentellati delle ventose, ed infine lo «spaventoso fetore», tipico di questi grandi animali, dovuto ad una soluzione di cloruro d’ammonio. Ma non basta. Il ricco bestiario raffigurato nel mosaico della Basilica paleocristiana di Aquileia, in Friuli, mostra l’immagine di un cefalopode che a detta di un noto criptozoologo italiano (comunicazione personale) è identificabile proprio con quella di un “calamaro gigante” (l’immagine in questione è tuttora oggetto di studio). Per concludere, i dati fin qui esposti, ci porterebbero a gettare nuova luce sulla conoscenza che i popoli del Mediterraneo avevano di questa leggendaria creatura, sin dall’antichità. E forse il racconto omerico di Scilla, il terribile mostro marino dai «colli di smisurata lunghezza» dimorante nello Stretto di Messina, non era solo un mito.

Calo Canna

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