MARIO DRAGHI RISCHIA DI FARE LA FINE DI KEYNES: IL RECOVERY PLAN SE LO RISCRIVE DA SOLO

Data:

“… Il documento dovrà arrivare a Bruxelles. Poi non potrà più essere cambiato”.
Roberto Mania, “Il premier ha fretta. Il Recovery Plan se lo riscrive da solo” (da “la Repubblica” del 1/3/2021)

“Il capolavoro di Eugenio Cefis fu quello di fermarsi, ritirandosi dalla scena al momento giusto.
Napoleone non si fermò”.
Piero Ottone, presentazione de Il gioco dei potenti

E’ stato gravissimo l’attacco del direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio a Mario Draghi che, intervenuto in piena ipomania dal palco della festa di Articolo Uno a Bologna, ha dichiarato:
“Un figlio di papà. Mi dispiace dirlo, non capisce un cazzo né di giustizia, né di sociale, né di sanità. Capisce di finanza, ma non esiste l’onniscenza o la scienza infusa”. Quest’affermazione “demo-populista” è grave soprattutto in relazione al fatto che il soggetto in questione ha perso entrambi i genitori a 15 anni, mantenendo in completa autonomia i suoi fratellini e dedicandosi calvinisticamente allo studio: con gli effetti speciali dell’intelligenza unita alla competenza.
E’ Travaglio – quale versione negativa di Indro Montanelli – che non capisce niente di economia, e adesso vedremo perché. Visto che stiamo parlando di un filosofo, non di uno che “capisce di finanza” (sic!).
Ho scritto nei precedenti dossier da me curati su Mario Draghi che l’ex governatore della Bce è afflitto dalla “sindrome di hybris”, di cui ha già parlato lo psichiatra e politico inglese David Owen sulla rivista “Brain”: un fatto che è chiaramente emerso durante la pronunzia delle tre famose parole Whatever it takes nell’estate del 2012; ne era afflitto anche Dominique Strauss Khan, quando annunciò il “New Deal” del Fondo Monetario Internazionale nell’aprile del 2011 alla Brookings Institution di New York, prima di essere travolto dallo scandalo della cameriera all’Hotel Sofitel.
Ne era afflitto anche Sigmund Freud, il fondatore della psicoanalisi, come emerge stupendamente bene dal libro scritto da Irving Stone “Il romanzo di Sigmund Freud” di cui ho letto gustandole le prime 517 pagine, dal 25 novembre scorso; tra gli altri, John Maynard Keynes: il fondatore del deficit spending 1.0 – che era una costruzione teorica fanatica perchè imperniata sul famigerato “punto di equilibrio” –, morto per consunzione a Bretton Woods.

Orbene, la “sindrome di hybris” – letteralmente la “sindrome della visione” – è un’entità sub-clinica che non ha necessariamente a che vedere con il disturbo narcisistico di personalità in senso classico, ma anche e spesso con un background di equilibrio mentale che, nel caso di Mario Draghi, è certamente sussistente e superiore a quello di Keynes che era invece soggetto (fin dall’età dei vent’anni) al “perfezionismo maligno” nel super lavoro intellettuale; ma può ugualmente portare alla morte (sic!). E’ un fatto. La “sindrome della visione” che si manifesta in una condizione di eccitamento narcisistico molto elevato per il soggetto che la manifesta, causa una liaison dangereuse tra narcisismo e depressione anche nei tipi mentalmente stabili.
Ma gli stati maniacali misti – nel basculamento tra eccitazione e depressione – sono i più pericolosi, e possono sfociare nel cosiddetto “passaggio suicidario all’atto”: in un certo senso, è proprio quello che è successo al filosofo del Bloomsbury Club John Maynard Keynes quando Milton Friedman mise in dubbio molto brillantemente la ricerca difettosa del “punto di equilibrio” nella Teoria Generale dell’Occupazione, e il fondatore della teoria del deficit spending, che aveva un’altissima considerazione di se stesso (al punto che il matematico Bertrand Russell si lamentava di essere trattato da lui come un deficiente!), accusò una ferita così grave al narcisismo che lo farà precipitare maniacalmente nella stessa “discesa agli inferi” in cui cadde Amadeus Mozart: il super lavoro, e poi la morte per consunzione.
Orbene, questo è il rischio cui sta andando incontro oggi il gambler Super Mario che ha raccolto l’eredità filosofica di Keynes fondando il deficit spending 2.0, laddove lo stesso Mario Monti ha fallito con i paralogismi distruttivi della “neo Costituzione preventiva” di cui parlava il raffinato giurista Stefano Rodotà nell’agosto del 2011 su la Repubblica.
Grazie alla visione che lo ha illuminato nel discorso straordinario che ha tenuto il 14 dicembre scorso al Group of Thirty, egli è arrivato a Palazzo Chigi rimescolando le carte sul tavolo: l’azzardo non è senza prezzo.
In altri termini, you cant’t have the cake and eat it.
E ora il gioco si fa psicologicamente duro, poiché Super Mario è sottoposto – a causa della sua oggettiva superiorità come “primus super pares” teoreticamente, prima che politicamente – ad una pressione straordinaria.
Una tensione nervosa che, in una personalità carica di “pensiero divergente” quale egli è, può costargli la vita.
Speriamo di no, certamente. Ma il rischio c’è!
Apprendo infatti dal cronista di razza Roberto Mania nel suo dossier molto bello “Il premier ha fretta. Il Recovery Plan se lo riscrive da solo” che:

“Mario Draghi ha deciso di scrivere personalmente il nuovo Recovery Plan. Lo farà insieme al ministro dell’Economia, Daniele Franco, e a un gruppo ristrettissimo di consiglieri tra i quali il bocconiano Francesco Giavazzi e l’esperto di diritto amministrativo comparato Marco D’Alberti, professore alla Sapienza di Roma. Due mesi di tempo, perché… il piano va presentato alla Commissione di Bruxelles. Poi non potrà più essere cambiato, le ultime erogazioni (in tutto sono circa 209 miliardi per l’Italia) arriveranno – rispettando i tempi e le condizioni fissati dalla Commissione Ue – nel 2026, le prime (il 13 per cento del totale) entro l’estate”.
Pochissimo tempo, osserva Mania “… dopo gli errori commessi dal precedente governo – per disegnare il nuovo modello di sviluppo del Paese spinto da quello che l’Europa ha appunto chiamato Newt Generation Eu. Un’occasione irripetibile, la più importante occasione di politica economica dal dopoguerra ad oggi, la ricostruzione di un Paese che nel 2020 ha ridotto la ricchezza nazionale di quasi il 9 per cento, perso poco meno di mezzo milione di posti di lavoro e centinaia di migliaia di piccole imprese. La lotta al virus, attraverso un piano di vaccinazioni di massa, e il rilancio economico, attraverso il Recovery Plan, sono le due priorità di Draghi. E camminano di pari passo.
Il fatto che sia lo stesso presidente del Consiglio a riscrivere il Piano dà garanzie anche all’Europa, la quale durante la stesura del progetto da parte del Conte 2 aveva ripetutamente lamentato i ritardi nella definizione e l’assenza di un disegno strategico (la mancanza di Weltanschauung che si collega alla analisi profonda di Ezio Mauro “Il mistero Conte”, ndr). Perché le risorse che l’Europa ha stanziato, per la prima volta in una logica di condivisione del debito (l’Italia è il maggior beneficiario dal momento che è stato danneggiato in termini economici dal Covid 19), devono essere spese secondo criteri ben precisi e sotto il controllo costante della Commissione. Bisogna indicare non solo i progetti ma anche le conseguenze economiche sull’intero sistema e sui livelli occupazionali, altrimenti non si riceveranno le tranche successive alla prima. Questo compito di governo del complesso e articolato processo è stato affidato al ministero dell’Economia, come hanno fatto altri Paesi europei a cominciare dalla Francia…”.

Insomma, Mario sarà perfezionista un po’ come Keynes lo è stato a Bretton Woods: pressurizzando il suo intero assetto psichico tutto proteso all’obiettivo molto ambizioso di combinare la teoria alla pratica, in un paese in cui le “zombie firms” alla Danilo Coppola non gli perdoneranno mai di essere travolte dalla programmata “distruzione creatrice” di Schumpeter e già elementi del giro siciliano di Palermo lo hanno minacciato di fargli fare la fine di Giovanni Falcone, se intende toccare il reddito di cittadinanza.
“L’Italia senza la Sicilia non lascia immagine nello spirito: soltanto qui è la chiave di tutto”: Johann Wolfgang von Goethe dixit.
Il partito delle “zombie firms” è rappresentato da Paolo Savona: il Luigi Bisignani dell’economia, come – con un tocco di genialità – lo ha definito lo scrittore Enrico Deaglio nel suo memorabile pezzo “Il caso Savona in fondo non è stato uno scherzo” su Il Venerdì de la Repubblica.
Sia Bisignani che Savona sono i killer della Mano Invisibile di Adam Smith, e possono contare sul largo sostegno dell’opinione pubblica per “latin heroes” del Belpaese: dalla maxi-tangente Enimont a oggi, il business alla Silicon Valley ancora non si vede negli orizzonti nostrani.
Come ha concluso il bravissimo Roberto Mania, “… Conte… aveva messo in piedi una governance assai barocca incardinata su un vertice a quattro (Conte con i ministri Gualtieri, Amendola e Stefano Patuanelli dello Sviluppo economico), con otto sei manager responsabili delle sei missioni del piano e sotto ancora circa 300 manager. Un modello piramidale bocciato dalla maggioranza del Conte 2.
Accanto alla struttura pubblica (che tuttavia paga anni di scarsa progettazione e l’assenza di un ricambio generazionale del personale), Draghi punta a coinvolgere i privati. Lo ha detto nel suo discorso programmatico al Senato (tremando per il nervosismo, ndr). Serviranno partnership con i grandi gruppi, molti dei quali a controllo pubblico (dall’Eni all’Enel, alla Snam) per selezionare i progetti e poi calarli a terra. Per la pubblica amministrazione una sfida senza precedenti”.
Come ha scritto il brillantissimo Oscar Giannino, genio di giornalista su Affari e Finanza, il 21 giugno del 2021 ne “Politiche per il lavoro, cosa insegna il modello tedesco” è l’inedita commistione pubblico-privato: non accadeva dai tempi del suicidio di Raul Gardini.

Ma una sfida senza precedenti anche per Mario, che intende selezionare darwinisticamente i progetti per il Piano Nazionale Ripresa Resilienza all’interno della “filosofia pratica” della opening society di George Soros, un modello per lui.
Vedo l’ombra di Mozart.
Speriamo non al prezzo della vita.

“Le cose migliori si ottengono solo con il massimo della passione”: Goethe.
Da Keynes a Mario Draghi.

di Alexander Bush

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Alexander Bush
Alexander Bush, classe '88, nutre da sempre una passione per la politica e l’economia legata al giornalismo d’inchiesta. Ha realizzato diversi documentari presentati a Palazzo Cubani, tra questi “Monte Draghi di Siena” e “L’utilizzatore finale del Ponte dei Frati Neri”, riscuotendo grande interesse di pubblico. Si definisce un liberale arrabbiato e appassionato in economia prima ancora che in politica. Bush ha pubblicato un atto d’accusa contro la Procura di Palermo che ha fatto processare Marcello Dell’Utri e sul quale è tuttora aperta la possibilità del processo di revisione: “Romanzo criminale contro Marcello Dell’Utri. Più perseguitato di Enzo Tortora”.

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