Ma il curatore dev’essere per forza straniero?

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Brux
Per la curatela del Museo Pecci di Prato è stato indetto un regolare concorso. E, già alla luce delle prime indiscrezioni sui candidati, “Artribune” poneva sul suo sito un tema: possibile che non ci siano curatori stranieri in lizza? Possibile che in Italia non sappiamo attrarre i cervelloni dell’arte contemporanea?
A parte che anche il museo Pecci ha avuto curatori stranieri, il tema non mi sembra affatto centrato. Ai cervelloni stranieri dell’arte contemporanea non piace (forse) partecipare ai concorsi. Ma quando si tratta di essere chiamati, invece… beh! le cose cambiano. Eccome! Solo se è straniero, esotico, dal nome impronunciabile, il curatore risulta glamour, chic e quindi bravo per il pubblico conformista e acritico dei vernissage… Se è de noantri – a parte Gioni che è un mezzo americano – un po’ schifa alla gente che piace.
Diciamo anzitutto una cosa: i requisiti del curatore d’arte chiamato in Italia non è certo quello di conoscere l’arte italiana. Una cosa da poco, no? Leonardo, Raffaello, Carracci… chissenefrega. Il suo requisito è l’esotismo, l’essere nel giro giusto, il lobbismo intenazionale ad hoc.
Il cinese Hou Hanru (nato a Guangzhou nel 1963), per esempio, è il nuovo curatore del Maxxi di (guarda caso) Zaha Hadid. Ha un curriculum che lo vede curatore a Johannesburg di una mostra sulle bidonville e della esposizione “Cities on The Move”, una rassegna dedicata all’Africa e all’Asia curata con Hans Ulrich Obrist, uno che intervista chiunque gli passi davanti come in un’eterna sit-com dove i valori in campo sono tutti uguali. Ma fa furore da noi in quanto è straniero.
Alla Biennale di Venezia, invece, è stato chiamato Okwui Enwezor, il primo nero dal tempo dei mori. Gli ultimi curatori, qui, sono stati Koolhaas, Sejima, Birbaum, Cipperfield, Betsky (più Gioni)… La Sejima dichiarava che l’architetto italiano più antico che conosceva era Terragni, il maestro del Razionalismo del ‘900. Gli altri non erano diversi. Nato in Nigeria nel 1963, Enwezor è stato direttore di Documenta 11 a Kassel, la rassegna antesignana di ogni politically correct nella quale l’arte è un’orpello dell’ideologia. Enwezor ha fondato “NKA: Journal of Contemporary African Art” e ha studiato l’impatto dell’arte in rapporto all’apartheid. E l’arte italiana? Prosit. Se ne è accorto anche Philippe Daverio, che ha dichiarato: “Mi domando perché, in materia d’arte, ci sia sempre bisogno, come un piccolo borghese di provincia, di stupire attraverso bizzarrie”.
Ho letto che da una indagine condotta all’università Statale di Milano tra giovani studenti triennali di Scienza della Comunicazione è emerso che praticamente nessuno conosceva il nome degli artisti (imposti da curatori come questi) di cui avevano parlato i maggiori giornali nei due anni precedenti. Gli studenti hanno dimostrato di conoscere solo il 6,2% degli artisti contemporanei ai quali i grandi quotidiani hanno dedicato pezzi o citazioni e solo l’1,1% di loro aveva visitato una mostra degli artisti proposti dai signori curatori global. Anche tra l’oro c’è dell’oro; ma non è tutt’oro quel che luccica.

Brux

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