Libia, dietro le quinte del terrore

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Cosa succede davvero in Libia. Dal “nostro inviato” in Tunisia

In Libia, con l’arrivo del neo delegato delle Nazioni Unite Martin Kobler, i passi verso una nuova democrazia islamica sembravano consolidarsi sempre più. Dopo la fuga di mail tra l’ex delegato ONU Bernardino Leon e membri del governo degli Emirati Arabi per la sua nomina a presidente dell’Accademia per gli Studi Diplomatici (EDA) con sede a Doha, si erano palesati intrighi diplomatici. Gli stessi che, sin dall’inizio della rivolta libica, avevano spinto Stati Uniti, Arabia Saudita, Qatar e Emirati Arabi a sponsorizzare i “Gruppi islamici combattenti in Libia” (Al-Jama’a al-Islamiyyah al-Muqatilah bi-Libya) di appartenenza alla Fratellanza Musulmana, che attualmente controllano il parlamento di Tripoli.
Dopo l’istituzione, concordata tra le due fazioni principali, di un “Consiglio Presidenziale”, incaricato di formare un governo di unità nazionale, il 19 gennaio è stata fatta una prima proposta dal Premier designato Fayez al-Sarraj, che purtroppo è stata rifiutata dal Parlamento di Tobruch. Lunedì 15 febbraio, il premier designato ha presentato per l’approvazione dei due parlamenti una seconda proposta, con Tobruch che ancora una volta si è riservato una settimana di tempo per far conoscere la propria posizione.
A capo dei dissidi interni che continuano a manifestarsi, esiste la nomina del ministro della Difesa, il colonnello Mahdi al Barghati. Discusso ex militare dell’esercito libico, schieratosi sin da subito con le forze islamiste, che è stato responsabilizzato per la fusione delle forze di Sicurezza tra gli islamisti di Tripoli, le forze armate del Gen. Haftar e quell’insieme incandescente di residuitribali sotto il governo di “nessuno”. Un compito reso ancora più difficile dal fatto che il generale Haftar, che segue le direttive di Tobruch, ha già dichiarato più volte che non cederà mai il comando delle sue forze a un uomo che in passato, pur dichiarandosi contro l’ISIS, aveva aperto con loro canali di comunicazione per un mutuo accordo di non ingerenza. A dimostrazione di questa incompatibilità, l’esercito libico del generale Khalifa Haftar ha preso il controllo della città di Ajdabiya, nell’est della Libia, costringendo alla ritirata le milizie islamiste di Ansar al Sharia. Nel fine settimana, secondo quanto riferiscono i media libici, si è registrata una violenta battaglia tra l’esercito libico, sostenuto da alcune milizie salafite di giovani locali, e quelle di Ansar al Sharia che ha provocato la morte di tre persone. Il quadro d’insieme, dunque, volge più verso condizioni di quasi anarchia che di possibili accordi tra le parti;
Ecco, quindi, che in questo quadro generale ancora una volta il nodo che preoccupa di più nella situazione libica è l’espandersi dell’ISIS nella regione. Il gruppo Jihadista, sin dall’arrivo di Al Baghdadi in Libia, ha guadagnato terreno approfittando del vuoto di potere dovuto ai dissidi interni tra Tobruch e Tripoli. L’ISIS sta mettendo radici profonde in tutto l’ovest di confine con la Tunisia, controllando 180 miglia di costa e città Tarablus, Fezzan e Barqah e Sirte. Forte di 8000 uomini, di cui più di 3000 sono tunisini, l’ISIS continua a distruggere impianti petroliferi, in modo da rendere sempre più debole la finanza libica, mentre sul fronte terrestre incute terrore e violenze sulla già provata e indifesa popolazione civile.
La Libia nel suo insieme è ridotta alla “fame”, nel vero senso della parola, e in condizioni sanitarie di emergenza; mancano i generi di prima necessità e anche la farina è divenuta merce da mercato nero.
La mancata produzione di petrolio, ormai ferma dal 2012, è forse l’artefice principale dell’accordo firmato dalle parti. Il totale collasso della struttura statale, in particolare in Tripolitana e in Cirenaica, ha portato alla crescita di movimenti islamisti jihadisti che hanno letteralmente messo in ginocchio l’economia locale di molte aree della Libia, Benghazi e Derna in prima linea. Quest’ultima caduta poi nelle mani di Daëch!
Ecco, quindi il perché di un intervento diretto USA contro le istallazioni ISIS in Libia. Il raid americano ha centrato una casa colonica a diversi chilometri da Sabratha, colpendo più di una quarantina di jihadisti. Di questi ben 37 erano di nazionalità tunisina. Il solo pensiero che 3000 tunisini foreign fighter ISIS possano rientrare in Tunisia è lo spauracchio che indebolisce ancora di più il fronte nord africano.
Un’eventuale intervento militare contro l’ISIS, potrebbe essere incentrato su forze della NATO. Ma il tutto è condizionato dalla formale richiesta che dovrà essere ufficializzata da parte di un futuro governo di unità nazionale che, ahimè, stenta a materializzarsi.

Fabio Ghia

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