I semi maligni di Charlie Hebdo

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Con questo articolo Luigi de Anna, insegnante a Turku in Finlandia, saggista, linguista e filologo, uno dei più importanti conoscitori della cultura nordica, inizia la sua collaborazione a Libertates

I recenti fatti di Parigi ci spingono a riflettere e a prendere posizione su episodi della nostra vita europea che suscitano violente ondate di emozione. E l’emozione non è buona consigliera. E’ questo il recente caso legato alla tragedia parigina di Charlie-hebdo.
Ho fatto vedere ai miei studenti dell’università di Turku, in Finlandia, un Paese abituato alla massima tolleranza e al rispetto delle libertà individuali, alcune delle vignette della Rivista, riguardanti le religioni cristiana e musulmana. Gli studenti, buona parte dei quali non le aveva mai viste prima, sono rimasti estremamente disturbati e il concorde commento è stato “non si può offendere la sensibilità di chi crede in Dio o in Allah”.
Queste vignette pongono un quesito di fondamentale importanza: esiste un limite all’offesa? Quando lo Stato ha il diritto, anzi il dovere di porre dei limiti alla libertà personale? Quando questa offende la libertà collettiva. Ho libertà di ascoltare musica a pieno volume, ma non a un’ora tale o in modo tale da disturbare il mio vicino.
Lo “scontro” tra la nostra civiltà e il “diverso”ha radici lontane. La Francia sottomette il Maghreb. L’Italia la Libia senussita, l’Inghilterra le regioni arabiche, l’Olanda il sud–est asiatico islamico. Comincia a svilupparsi nella nostra cultura quel malcelato senso di superiorità, che si radica come conseguenza naturale del rapporto tra padrone e servo, anche se il servo, come succede ad esempio in India, può essere più civilizzato del padrone. Un senso di superiorità che non è solo di costumi, ma anche di razza. Il mito del “bianco” si forma come conseguenza del nostro incontro con gli “altri”, cui attribuiamo, per distinguerli, anzi, per distinguerci, differenti colori, i negri, i gialli, i pellerossa. Il processo di colonizzazione messo in atto dall’Occidente ha lasciato una profonda ferita.
E la ferita un triste giorno comincia a sanguinare. E’ come se avessimo raggiunto il limite fisiologico della resistenza. L’Islam, in un empito di orgoglio, cerca di prendere le distanze dall’occidentalizzazione. Un orgoglio che resta l’unica consolazione per gli abitanti delle banlieu e per i Gastarbeiter, esuli, in una patria d’altri.
All’invadenza (o all’invasione) dell’Occidente una parte del mondo islamizzato ha reagito col terrorismo. E il terrorismo comporta vittime innocenti, vittime non differenti da quelleprovocate dai droni e dagli F 14. E la Francia ha giocato un ruolo fondamentale nelle guerre contro Saddam Hussein, Assad, Gheddafi, i talebani afghani, con alcune digressioni nella “propria” Africa nera. E si lancia con entusiasmo nei conflitti voluti dagli Stati Uniti. E lancia, con eguale entusiasmo, tonnellate di bombe che, ahimé, non vanno a cadere solo sulle istallazioni militari.
L’immagine domina la cultura di massa. La Tv e poi i socialmedia, ripropongono cose orribili, come le lapidazioni di donne condannate dalla Sharia o gli sgozzamenti di innocenti ostaggi. Ma nell’imaginifico si creano delle differenze, delle discrepanze. Le immagini che riprendono il mitragliamento di bambini palestinesi su una spiaggia, o quelle della chirurgica precisione del drone che colpisce una scuola pakistana, o del carro armato che a Gaza abbatte un edificio con dentro i suoi abitanti, sono immagini asettiche, quasi da video-giochi.
Già, la morte di Parigi riguarda gente come noi. Ma nello stesso giorno in cui muoiono i parigini, vengono uccise, in altre parti del mondo, centinaia, anzi, in Nigeria migliaia di persone.Ma un morto ammazzato africano o di Baghdad o del Waziristan non conta quanto uno di Parigi o di New York. Il morto del mondo civile è molto più morto, ha ferite più orrende, più sangue da spargere del povero morto coperto di stracci della campagna nigeriana o del suk irakeno.
Marciamo per loro? Piangiamo per loro? No, cambiamo canale o passiamo alla pagina dello sport. Ma, diavolo, dobbiamo comunque difendere la libertà di espressione, sia essa quella che sia!
E allora mandiamo in galera quel povero guitto che è il comico Dieudonné. E l’implacabile Marianna, messosi il berretto frigio in capo, con severo cipiglio lo denuncia. Come denuncerebbe me, se fossi cittadino francese, anzi, forse anche se non lo sono, se osassi, seppur in quanto storico di professione, mettere in dubbio qualcuno dei dogmi fondanti della Shoah. Oppure se rifacessi i conti e dicessi che gli Armeni ammazzati non erano poi proprio così tanti. Oppure se la mia compagna, convertitasi all’Islam, si mettesse il velo.
La Francia, spinta dall’onda di sette milioni di Charlie, potrà finalmente fare la guerra in Siria. E il mostro che Francia, Inghilterra, Stati Uniti e NATO hanno fatto uscire dalla bottiglia, si rinvigorirà, attirerà tutta la limatura della disperazione, dell’odio e della vocazione al martirio della gioventù musulmana.
Chi ha visto la propria casa distrutta dai bulldozer israeliani, chi ha perso i figli o la moglie, o il fratello nei bombardamenti degli aerei dei difensori della libertà come guarda a questo nostro Occidente? I figli e i nipoti di quei duecentocinquantamilaharkiss, gli algerini che collaborarono con la Francia negli anni Cinquanta e Sessanta, cui de Gaulle negò il permesso di salvarsi emigrando in Francia, come guardano a questa Francia paladina della difesa della libertà?

I semi che, nel corso di tanti anni, abbiamo gettato nel terreno della nostra storia stanno germogliando. La disperazione è un seme malvagio. E noi lo abbiamo sparso in tutto il mondo.

Luigi G. de Anna

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