FRANCESCO COSSIGA: UN BIPOLARE

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Il labirinto senza uscita di Francesco Cossiga visto da Eugenio Scalfari e Steve Pieczenick: aveva due segreti

“Chi non vuol far sapere una cosa, in fondo non deve confidarla neanche a se stesso”
Giulio Andreotti

“… E’ impossibile ricordare e capire Cossiga se non si ha presente la sua depressione. Io l’ho
conosciuto bene… Come tutti i ciclotimici alternava fasi di cupa tristezza e atonia a fasi euforiche
e attivissime… Un uomo di grande intelligenza appoggiata tuttavia ad una piattaforma psichica
del tutto instabile, come ha potuto percorrere una carriera politica di quel livello? Come ha potuto
essere scelto quattro volte per incarichi di massimo livello…? Queste domande sono rimaste
finora senza risposte…”
“Un personaggio pirandelliano”, 18 agosto 2010 Eugenio Scalfari

C’est la bourgeoisie, mon chere ami.
Gaia Tortora è una signora borghese di bell’aspetto, è la figlia di Enzo Tortora ed è il volto de La
7 (la bellezza dell’aurea mediocritas ha il suo fascino): ha pensato dunque di dire la sua sulla questione della giustizia in Italia, con un garantismo peloso e un giudizio su Francesco Cossiga
idealmente contrapposto a Sergio Mattarella: “Cossiga sguainava la spada, Mattarella no”.
Onestamente, se fossi stato al posto della Tortora, non lo avrei detto: il “Picconatore” Cossiga
avrebbe – sempre secondo il giudizio della figlia di Enzo Tortora – messo la museruola ai
“magistrati ragazzini” (con il coraggio di un uomo d’azione indipendente) che allora come oggi,
metterebbero in discussione la divisione dei poteri con il loro protagonismo anarcoide e le loro
inchieste basate sul deserto probatorio.
Tra parentesi: Rosario Livatino non era un “magistrato ragazzino”.
Mentre Mattarella, di contro, non avrebbe il coraggio in qualità di garante del Csm di manifestare analoga originalità del “Picconatore” che voleva obbligare i Pubblici Ministeri a non violentare Montesquieu.
La tesi è discutibile tout court come storicamente sbagliata, populista ed è oltretutto discutibile che la telegiornalista in questione abbia usato strumentalmente la vicenda del fumus persecutionis contro suo padre – sullo sfondo dell’affaire “Loggia Ungheria” – per dare un’interpretazione, come vedremo meglio, errata in punto di logica della personalità di Francesco Cossiga e del suo ruolo nella storia delle istituzioni repubblicane: la malattia clinica del suo “pensiero bugiardo” – cioè l’incapacità di stabilire un rapporto autentico con il reale, tra le oscillazioni timiche dell’umore – vulnerò le istituzioni, stravolte dai suoi disturbi dello spettro maniacodepressivo.
Oltretutto Cossiga aveva una passione criminogena per i mascalzoni: “La P2 è fatta di galantuomini”, disse.
L’intervista di Francesco Secchia alla Gaia Tortora ha il sapore del cerchiobottismo alla Pomicino: nella lotta tra guardie e ladri, bisogna scegliere da che parte stare. E il terzismo è una scelta criminogena: è vero, l’ho già scritto nel pezzo “I piedi della Carfagna, Mattia Feltri e Bettino Craxi: la fiera della vanità”, ma il repertorio di chi scrive è limitato e non ho mai avuto molto da scrivere in generale: “La magistratura sta offrendo uno spettacolo intollerabile, terribile. Ancor più terribile è che non ci sia nessuno che alzi la voce… Sì. Mi chiedo come sia possibile che la gente non scenda in piazza a fare la rivoluzione, qua ci vorrebbe il lanciafiamme (la frase di Gaia Tortora è criminogena, ndr). Mi sarei aspettata che Mattarella, presidente anche del Csm, avesse preso posizione, dicendo: “Vi garantisco personalmente che quello che è successo non succederà più”, come ha fatto Draghi con l’Europa. Cossiga lo faceva, sguainava la spada. Invece qui vanno avanti a piccoli accorgimenti, pannicelli caldi, ignorando gli enormi problemi”.

E’ molto opportuno – da cronista consumato e scrittore mediocre quale sono – riportare la testimonianza di Claudio Martelli: “Io divento ministro della Giustizia e devo scegliere il direttore
Affari penali, il collaboratore più vicino al ministro… Francesco Cossiga, allora presidente della Repubblica, ha sostenuto di aver avuto lui l’idea di chiamare Falcone. Non è vero. Il nome di Falcone lo ha fatto, a me come a Cossiga, il professore di Bologna Giuseppe Di Federico…”;
ma Cossiga riportò un episodio del tutto inverosimile, non essendo portato al ragionamento quanto Indro Montanelli: “I primi mafiosi stanno al Csm e sono loro che hanno ammazzato Giovanni Falcone negandogli la Dna e prima sottoponendolo a un interrogatorio. Quel giorno lui uscì dal Csm e venne da me piangendo. Voleva andar via. Ero stato io a imporre a Claudio Martelli di prenderlo al ministero della Giustizia”. Onestamente, non riesco a vedere Falcone che piangeva uscendo da un interrogatorio del Csm alla presenza di Cossiga.
Oppure, in un altro caso telefonò al programma televisivo “Uno Mattina” allora diretto da Luca Giurato, dichiarando: “Mario Draghi è un farabutto, un criminale che ha svenduto l’Italia alla Goldman Sachs”; neanche una settimana dopo, avrebbe detto: “Draghi è un vero galantuomo”.
Il bipolare è, come lo schizofrenico, incapace di raccontare in modo veridico i fatti, arrivando a distorcerli romanzescamente.
Vorrei infine approfittare della circostanza per restituire un’immagine di Francesco Cossiga, completamente diversa da quella della Tortora – raccontandone la storia drammatica.
La vicenda tragica di un perdente ad altissimo livello, attraverso la testimonianza imperdibile e imprescindibile di uno dei più grandi ritrattisti del giornalismo italiano quale è stato Eugenio Scalfari che a differenza della Gaia Tortora, Cossiga lo conosceva bene.
Cossiga e Martelli a confronto (a cui è dedicato il mio “L’enigma di Claudio Martelli risolto: fu salvato da Giovanni Falcone e da una donna palermitana. Ma non era un santo”): il primo era bipolare, il secondo ipomaniacale.
C’è una sottile differenza.
Non lo ha compreso il professor Giovanni Battista Cassano che curava Cossiga, e che in un’intervista memorabile da Corrado Augias confondeva l’ipomaniacalità con il bipolarismo poiché cedeva alla seduzione fatale dei “paralogismi”, vedendo un po’ dappertutto il disturbo bipolare come la cifra magica nelle carriere dei leaders politici e dei manager (disse nell’occasione che anche Berlusconi rientrava nello spettro bipolare, ma Silvio è ipomaniacale ad alto funzionamento): che cosa sono i paralogismi? Semplice: “l’errore intenzionale nell’argomentazione”; concordo invece con la più realista psichiatra della Clinica di Pisa Liliana Dell’Osso: il disturbo bipolare è una malattia invalidante, e Francesco Cossiga ne fu rovinato al punto da travolgere la qualità della sua carriera politica e della sua infelice vita umana. Ma prima di riportare tout court il bellissimo ritratto di Scalfari del 13 giugno 2002, mi preme di sottolineare agli affezionati lettori di Libertates che sono a conoscenza di due segreti che Cossiga non potè mai rivelare a se stesso, prima che all’opinione pubblica. Riproduco integralmente “Il labirinto di Francesco Cossiga – Da Moro la sua vicenda è stata una sequenza tragica” del 13 giugno 2002 su “la Repubblica”, anche perché aggiungerò soltanto “il diavolo nei dettagli”: ma anche Scalfari stesso aveva un segreto: prese molto probabilmente un miliardo di lire dalla “Società Prato Verde” di Flavio Carboni per sospendere per una settimana gli attacchi giornalistici de “la Repubblica” contro Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano (come emerge dalla requisitoria del pm Luca Tescaroli per l’omicidio di Roberto Calvi):

“Il labirinto di Francesco Cossiga – Da Moro la sua vita è stata una sequenza tragica (di Eugenio Scalfari) – “Ebbene sì sono un depresso”: ha detto Cossiga durante la conferenza stampa convocata alle undici di sabato 1. Giugno per confermare le sue irrevocabili dimissioni da senatore a vita contro Carlo Azeglio Ciampi; “sono un depresso ma non un euforico; ciò non mi impedisce di lavorare e di avere la mente chiara anzi chiarissima. Ci sono state molte illustri persone afflitte da questa malattia”. E ha citato Montanelli e perfino Nietzsche (ma Montanelli era ipomaniacale a differenza di Cossiga, nda). Qualcuno, prendendo spunto da quest’ultimo nome, sussurrava la sera di quello stesso giorno nella frescura dei giardini del Quirinale in festa per l’anniversario della Repubblica: “Infatti stamattina Cossiga ha abbracciato un cavallo” (l’episodio accadde a Torino nel dicembre del 1889 e segnò il passaggio di Nietsche dalla depressione alla follia). (Nel dicembre del 1888 Vincent Van Gogh si tagliò l’orecchio consegnandolo a una prostituta, dopo aver fallito il coinvolgimento di Paul Gauguin nella “comunità gialla degli artisti”, nda).
L’ex presidente della Repubblica non è un folle e questo lo sappiamo tutti, ma certo è un caso”, “un carattere le cui pieghe sono diventate più profonde col passare degli anni” dicono le persone più legate a lui: una frase volutamente generica che manifesta un disagio senza spiegarne la natura.
Sono stato abbastanza intimo di Francesco Cossiga per poterne parlare con qualche cognizione di causa. Dopo parecchi anni di amicizia, dal 1977 al 1990, ci fu una rottura politica che non fu più ricucita anche negli ultimi mesi si era in qualche modo cicatrizzata. Avevo anch’io capito che il peso della vecchiaia incipiente aveva “approfondito le pieghe del suo difficile carattere” e questa comprensione mi sollecitava ad un giudizio più equanime. Sicchè posso esprimere oggi, di fronte a questa sua ultima bizzarria, un parere “pro-veritate”. Ci provo.
Il rapimento e poi l’uccisione di Aldo Moro, avvenuti mentre Cossiga era ministro dell’Interno, lo segnarono per sempre. Non soltanto e forse non tanto per la totale inefficienza e impreparazione di cui dettero prova le forze della sicurezza pubblica alle sue dirette dipendenze; non tanto per la responsabilità politica che pesava su di lui per aver giustamente rifiutato – insieme ad Andreotti, Zaccagnini ed Enrico Berlinguer – di riconoscere alle Br un ruolo di interlocutori politici; quanto perché visse in quella circostanza un trauma emotivo di rapporto con la morte. Quel trauma gli capovolse la vita.
Da allora, da quella mattina in cui il corpo raggomitolato e cadaverico del capo del più grande partito italiano fu trovato nel bagagliaio di una vecchia Renault, la persona Cossiga, la sua mente, i suoi fasci neuronali, l’anima sua o comunque la si voglia chiamare sono stati come incendiati, sconvolti, fulminati da una corrente di eccezionale intensità.
Era la seconda volta che ciò accadeva in cinquantasei giorni: la prima scarica da elettrochoc era avvenuta il giorno in cui Moro fu rapito dal commando delle Br alle sette del mattino e il ministro dell’Interno fu il primo, ovviamente, ad averne notizia. Ricordo questi fatti per averne vissuto la sequenza ed aver raccolto proprio da lui l’impressione a caldo di quelle terribili scosse e delle conseguenze indelebili che produssero “sulle pieghe profonde del suo carattere”.
Quelle “pieghe profonde” ci misero un bel po’ di tempo prima di manifestare i loro effetti. Per oltre un anno l’ex ministro dell’Interno, che aveva firmato la sua lettera di dimissioni fin dalle prime ore del rapimento Moro con la decisione che sarebbero diventate operative a vicenda Moro conclusa e comunque conclusa, si chiuse in un isolamento pressochè totale, lontano da tutti, dalla famiglia, dagli amici privati, da quelli politici. Elaborava il lutto, il suo lutto. Scomparve dalla scena…”

Fermiamo un attimo la pellicola di Scalfari, testimone in presa diretta. Oggi lo sappiamo, in passato no: Cossiga fu costretto a far uccidere Aldo Moro con la cosiddetta “operazione lago della Duchessa falso comunicato n.7” – che pure era stato il suo mentore –, in concorso con due persone che ne avallarono il mandato omicidiario: lo psichiatra Steve Pieczenick e l’allora Presidente del Consiglio dei Ministri Giulio Andreotti. Questa decisione fu presa dal duo Cossiga – Pieczenick perché Moro era crollato alla quarta settimana di detenzione brigatista e aveva rivelato segreti di Stato ai suoi carcerieri, sulla Tangentopoli della Prima Repubblica e Gladio “Stay Behind”. Aveva ragione Scalfari nel suo elegantissimo ritratto “La leggenda di Belzebù” del 7 maggio 2013: “… in alcune cose importanti i due (Moro e Andreotti, ndr) si somigliavano. Per esempio, nel servirsi di personaggi discutibili come procuratori d’affari: se Andreotti ha avuto i suoi Sindona e i suoi Caltagirone, non dimentichiamoci che anche Moro ha avuto i suoi Sereno Freato…”. Diventava pericoloso tenerlo in vita; Moro prigioniero delle Br, era caduto vittima della “sindrome di Stoccolma” con le Br (una malattia grave) – come aveva capito bene, tra gli altri, lo psichiatra Franco Ferracuti che faceva parte del comitato di crisi al Viminale –, e aveva sconfessato completamente la politica del “compromesso storico” (Moro 1 e Moro 2 insomma, che poi morirà e verrà ritrovato nel bagagliaio della Renault tra Piazza delle Botteghe Oscure e Piazza del Gesù).
Con la consueta lucidità che lo caratterizzava, Indro Montanelli osservò ad Alain Elkann alla voce I La Storia d’Italia di Indro Montanelli – 11 Il terrorismo con Mario Cervi: “… Ma se Moro fosse tornato in politica dopo aver costretto lo Stato a prostituirsi, a inginocchiarsi di fronte ai terroristi, avrebbe potuto restarci? Con che faccia? Vabbè, siamo in Italia. I terroristi avrebbero vinto.
Cosa diventava? Il braccio politico del terrorismo?… Ne emerge male, caro Elkann (Aldo Moro, ndr). Ne emerge male. Spadolini cercava di difenderlo, dicendo che (le lettere, ndr) gli erano state imposte. A Moro non fu imposto assolutamente nulla, non gli fu torto un capello. Questo oramai è accertato. Quelle lettere erano tutte farina del sacco di Moro. E questa farina non è molto encomiabile. Perché vede, tutti gli uomini hanno diritto ad avere paura, tutti. Però quando un uomo sceglie la politica, e nella politica emerge a uomo di Stato, a uomo rappresentativo dello Stato, non perde il diritto a mostrarla. Questo è uno dei principi che dovrebbe essere affermato. L’incidente tipo quello di Moro fa parte del mestiere. Chi affronta quel mestiere, deve sapere che può incorrere in quell’incidente. Deve avere i nervi, e diciamo gli altri attributi per resistere. Moro era lo Stato…”.
La domanda s’impone: fino a che punto Moro e Cossiga si somigliavano psicologicamente?
Nel 2006 lo psichiatra del Dipartimento di Stato americano Steve Pieczenick pubblica un libro a quattro mani con il giornalista Emmanuel Amara in Francia: “Nous avons tué Aldo Moro” (“Abbiamo ucciso Aldo Moro”). Il libro è stato censurato in Italia, ma è in vendita in Francia – e per questa stessa confessione da notitia criminis di Pieczenick, è spiccato un mandato d’arresto della Procura della Repubblica del Tribunale di Roma nel 2014 a carico di PIeczenick quale mandante dell’azione omicidiaria delle Brigate Rosse in concorso con Cossiga.
Se tornasse in Italia, verrebbe arrestato:

“Francesco Cossiga mi aveva dato carta bianca per elaborare una strategia. Il primo punto di questa strategia è consistito nel guadagnare tempo, mantenere in vita Aldo Moro il più a lungo possibile, almeno il tempo necessario affinchè il ministro Cossiga potesse riprendere in mano i suoi servizi segreti e allo stesso tempo prendere il controllo di quelli militari, instaurare un senso di fermezza in seno a una classe politica inquieta e permettere al Paese di riprendere fiato.
Allo stesso tempo occorreva impedire ai comunisti di Enrico Berlinguer di arrivare al potere e bisognava mettere fine alla capacità di nuocere dei fascisti e soprattutto fare il possibile affinchè la famiglia Moro non stabilisse un negoziato parallelo che avrebbe consentito ad Aldo Moro di uscire troppo rapidamente dalla prigione dei rivoluzionari… Sono stato quindi costretto a ribaltare la mia abituale strategia fondata sulla salvaguardia della vita dell’ostaggio, così come avevo fatto negli Stati Uniti, salvando diverse centinaia di persone prese in ostaggio. Questa volta, invece, ho subito capito che, forse, avrei dovuto sacrificare una vita per salvarne migliaia di altre, in un Paese che era preda di un caos indescrivibile. Con Cossiga temevamo una generale destabilizzazione dello Stato italiano con una vittoria delle Brigate rosse e soprattutto l’arrivo dei comunisti al potere che avrebbe potuto avere un effetto domino sul resto d’Europa…
Decido così di tendere una trappola alle Brigate rosse. La mia idea era quella di creare l’illusione di eventuali aperture, impostare lunghe discussioni durante le quali c’era una moltitudine di dettagli da sistemare prima di cominciare a metterci d’accordo. Era necessario creare una grande attenzione al loro interno, una grande speranza, lasciando loro credere che sarebbe stato possibile liberare dei prigionieri. Le Brigate rosse hanno morso l’esca e io ho tenuto la canna da pesca ferma… La trappola era pronta. Bisognava attendere il momento buono per farla scattare. Per me l’elemento chiave era quello di sapere quando avrei dovuto fermare ogni apparenza di trattativa. Quel momento è arrivato alla fine della quarta settimana di detenzione, quando le lettere di Aldo Moro sono diventate disperate.
Quando Moro ha fatto capire che era sul punto di rivelare dei segreti di Stato e di fare i nomi di coloro che quei segreti detenevano. In quel momento mi sono girato verso Cossiga, dicendogli che ci trovavamo a un bivio: dovevamo decidere se Aldo Moro potesse continuare a vivere o se invece dovesse morire…
Ne abbiamo discusso a lungo con Cossiga e con elementi dei servizi segreti di cui ci fidavamo e tra loro con un uomo che è scomparso e che si chiamava Ferracuti (lo psichiatra Franco Ferracuti iscritto alla P2, sviluppò la convinzione rivelatasi giusta che la “sindrome di Stoccolma” aveva colpito Moro che – a modesto parere di chi scrive – rientra tra le psicosi maggiori, nda).
Bisognava preparare l’opinione pubblica italiana ed europea all’eventuale morte di Moro. Abbiamo allora messo in atto un’operazione psicologica. Questa operazione è consistita nel far uscire un falso comunicato nel quale la morte di Moro era annunciata in un luogo dove il suo cadavere poteva essere trovato. Di questa operazione non so altro perché io non ho seguito direttamente la sua preparazione che, comunque, era stata decisa all’interno del Comitato di crisi (dal sostituto procuratore generale del Tribunale di Roma Claudio Vitalone il cui fratello Wilfredo Vitalone era l’avvocato di Enrico De Pedis e tra l’altro uccise la sua amante, ndr).
La più grande ironia di tutta questa storia, ma anche il dramma più grande, è che le Brigate rosse, che io rispetto, perché erano state brillanti sul piano tattico, sul piano strategico hanno commesso un grande errore. Non si aspettavano di avere a che fare con un altro terrorista come me che li ha usati e li ha manipolati psicologicamente per intrappolarli. Avrebbero potuto facilmente uscire da quella trappola, ma non potevano. Non potevano fare altro che uccidere Aldo Moro. E’ il grande dramma di questa storia… Francesco Cossiga ha approvato la quasi totalità delle mie scelte e delle mie proposte. Moro in quei momenti era disperato e doveva senza dubbio fare ai suoi carcerieri rivelazioni importanti su uomini politici come Andreotti.
E’ stato allora che Cossiga e io ci siamo detti che era arrivato il momento di cominciare a mettere le Brigate rosse con le spalle al muro. Abbandonare Aldo Moro e lasciare che morisse con le sue rivelazioni… Sono stato io, lo confesso, a preparare la manipolazione strategica che ha portato alla morte di Aldo Moro allo scopo di stabilizzare la situazione italiana. Le Brigate rosse avrebbero potuto rilasciare Aldo Moro e così avrebbero conquistato un grande successo, aumentando la loro legittimità. Al contrario, io sono riuscito con la mia strategia a creare una unanime repulsione contro questo gruppo di terroristi e allo stesso tempo un rifiuto verso i comunisti… Il prezzo da pagare è stato la vita di Moro. E’ stata quella la prima volta nella storia della mia carriera – io ho lavorato contro l’Unione Sovietica, la Cambogia di Pol Pot e il regime di Noriega a Panama – che mi sono trovato in una situazione nella quale ho dovuto sacrificare la vita di un individuo per la salvezza di uno Stato. Il cuore della mia strategia era in questo caso che nessun individuo è indispensabile allo Stato… Si può dire che il nostro è stato un colpo mortale preparato a sangue freddo.
Loro, i brigatisti, non sapevano che uno dei miei prozii era stato il braccio destro di Trockij. Io ho usato una vecchia tecnica: li ho attirati in una trappola nella quale sono caduti senza accorgersene. La trappola era che loro dovevano uccidere Aldo Moro. Loro pensavano che io avrei fatto di tutto per salvare la vita di Moro, mentre ciò che è accaduto è esattamente il contrario. Io li ho abbindolati a tal punto che a loro non restava altro che uccidere il prigioniero…
Cossiga era un uomo che aveva capito molto bene quali fossero i giochi. Io non avevo rapporti con Andreotti, ma immagino che Cossiga lo tenesse informato. La decisione di far uccidere Moro non è stata una decisione presa alla leggera, abbiamo avuto molte discussioni anche perché io non amo sacrificare le vite, questo non è nelle mie abitudini. Ma Cossiga ha saputo reggere questa strategia e assieme abbiamo preso una decisione estremamente difficile, difficile soprattutto per lui. Ma la decisione finale è stata di Cossiga e, presumo, anche di Andreotti”.

Ci sono dei dettagli che potrebbero affascinare i lettori.
Come sul punto rivela Wikipedia, “… Cossiga, dopo forse questi fatti, cominciò a soffrire di numerosi problemi di salute cronici, come il disturbo bipolare (ciclotimia, secondo Indro Montanelli) e la sindrome da fatica cronica”. Fu infatti in quell’occasione che Indro Montanelli lo portò dal professor Giovanni Battista Cassano, anche se il commento di Montanelli fa ridere: era Montanelli che soffriva di ciclotimia da temperamento ipomaniacale, mentre Cossiga aveva invece un disturbo bipolare tout court che come tale era più invalidante della debacle umorale del lineare Indro… non sono dettagli da poco. Ciclotimia e bipolarismo non sono la stessa cosa, a meno di non imbrogliare la realtà con la furbata dei paralogismi. Un altro particolare: “l’operazione lago della Duchessa” fu eseguita dal falsario Antonio Chichiarelli, membro della Banda della Magliana, che copiava alla perfezione i quadri di Giorgio De Chirico: Andreotti, per il tramite di Pippo Calò, chiese di poter avere un falso d’autore di Cichiarelli “perché impazziva per quel quadro” (vedere la testimonianza del pentito Francesco Marino Mannoia, responsabile della raffinazione della morfina base per l’eroina nei laboratori di Palermo, giudicato intrinsecamente attendibile dalla Corte di Cassazione).
Il Marino Mannoia affermava in una dichiarazione spontanea: “Con riferimento a Giulio Andreotti ora mi sono ricordato un quadro particolare. Impazziva per questo quadro. Alla fine Stefano Bontate e Pippo Calò sono riusciti a procurarglielo tramite un antiquario romano (che lavorava a Roma) amico del Calò. Non riesco a ricordare la natura del quadro, vale a dire che tipo di quadro fosse”.
L’amico del Calò era Antonio Cichiarelli, che poi realizzerà la rapina a mano armata del secolo alla Brink’s Securmark: un bottino da 35 miliardi di lire.
Sull’equilibrio mentale di Andreotti, è lecito avere qualche dubbio: “Se fosse vero l’episodio”, disse anni fa Enzo Biagi, “vorrebbe dire che Andreotti non ha tutte le rotelle a posto”.

Quell’episodio era vero: certi fatti nella loro prospettiva si conoscono solo molto tempo dopo.
E’ lecito avanzare anche un’ipotesi sulla ciclotimia dello stesso Aldo Moro, che passò dall’esaltazione maniacale del “compromesso storico” di cui era l’ideatore – in piena sindrome di hybris (identificava se stesso con la salvezza della Repubblica Italiana) – all’autodelegittimazione totale nei 55 giorni di prigionia scontata con le Br, che ne preparò la morte: uno sdoppiamento, dalla fase vitale ed esaltante della “solidarietà nazionale” alla sindrome di Stoccolma con i brigatisti che si accorsero che il loro prigioniero era dipendente dagli psicofarmaci.

Torniamo a Scalfari, abusando della pazienza dei lettori fin qui arrivati: le cui parole la Gaia Tortora dovrebbe tenere a mente: “… Elaborava il lutto, il suo lutto. Scomparve dalla scena. Poi vi tornò. Prima da Presidente del consiglio di un effimero Ministero senza storia, poi da Presidente del Senato. Infine da capo dello Stato.
In cinque anni bruciò le tappe di un “cursus honorum” straordinario, quale raramente si era visto prima e mai in una persona sottoposta ad un doppio trauma di quella violenza.
Ma era stonato, dominato dall’immagine della morte che gli aveva sconvolto la vita.
Guardava alla vita con lo sguardo furbo e sospettoso di chi si sente braccato da qualche cosa di immenso cui si può sfuggire depistando, cancellando le tracce, cambiando abitudini, frequentazioni, modi di pensare e di vivere. Esplose al quinto anno della sua permanenza al Quirinale. Annunciò che da quel momento in poi si sarebbe tolto tutti i sassolini che aveva nelle scarpe (ma quali?) e che gli impedivano di camminare spedito. Si mise all’opera con il fervore e l’empito di chi aveva deciso di combattere contro un’oppressione ignota, contro un fantasma che gli rubava il tempo e il respiro. Si dette il nome di Picconatore e menò fendenti in tutte le direzioni, risparmiando soltanto i servizi segreti e l’Arma dei Carabinieri quasi che fossero queste le sole forze che potevano difendere la sua incolumità psicologica…”.

Ps – Che cosa di oscuro e e di incognito – per parafrasare Scalfari – perseguitava il povero Francesco Cossiga? Era un macigno più grande della morte stessa di Moro con il suo dark inside che non poteva essere rivelato: il litio. I sali di litio che il professor Cassano gli prescriveva gli impedivano di concentrarsi veramente in qualunque attività intraprendesse, normalizzando le fasi maniacali dell’umore, e impedendogli di essere lucido oltre che creativo: così lui si inventò la figura del Picconatore, pur di richiamare l’attenzione su se stesso: sparare gli effetti speciali. Doveva depistare il litio, cancellando le tracce. “Picconava” le istituzioni per salvare se stesso, dalla rovina del litio.
Morì solo a 82 anni. Ma in fondo, lo fu per gran parte della sua vita. Che è soltanto una grande recita, dove ciascuno recita la sua parte.

di Alexander Bush

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Alexander Bush
Alexander Bush, classe '88, nutre da sempre una passione per la politica e l’economia legata al giornalismo d’inchiesta. Ha realizzato diversi documentari presentati a Palazzo Cubani, tra questi “Monte Draghi di Siena” e “L’utilizzatore finale del Ponte dei Frati Neri”, riscuotendo grande interesse di pubblico. Si definisce un liberale arrabbiato e appassionato in economia prima ancora che in politica. Bush ha pubblicato un atto d’accusa contro la Procura di Palermo che ha fatto processare Marcello Dell’Utri e sul quale è tuttora aperta la possibilità del processo di revisione: “Romanzo criminale contro Marcello Dell’Utri. Più perseguitato di Enzo Tortora”.

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