Egitto: no, la rivoluzione non è finita

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Quale la situazione in Egitto all’indomani dell’elezione di El-Sisi? Quali speranze per quelle riforme tanto agognate dagli egiziani?

No, la rivoluzione non è finita e non è fallita. Non è da archiviare e non è ancora stata consegnata, malgrado la vox populi che così si ostina a esprimersi, tra le mani della restaurazione militare. Le prove che questo fenomeno, in definitiva antropologico, ha ancora molto da dire sul futuro e sui destini dell’Egitto sono innumerevoli.
Innanzitutto gli egiziani hanno smesso di avere paura, e questo fatto non può non rientrare nei conteggi sulla efficacia sociale, umana, collettiva e morale della rivoluzione. Giacché esso è sostanzialmente il primo ed essenziale elemento che contraddistingue l’affermarsi e poi il conservarsi di una rivoluzione: la fine della paura. Lo diceva già Kapuscinski riferendosi alla rivoluzione iraniana del 1979. Ma lo dicono, emblematicamente ed eloquentemente, i discorsi degli egiziani a ridosso dell’elezione di Abdel Fattah El-Sisi. “Se El-Sisi non accompagnerà la presa del potere a un’opera di riforme pari alle premesse inaugurate dalla rivoluzione, noi non avremo paura. E scenderemo di nuovo in piazza”. Una frase che condensa l’intero significato della storia in atto e che, troppo comodamente, si tende a rimuovere nell’intento malafidoso di leggerla – e di leggere la Storia in genere – solo come susseguirsi di evenemenzialità.
No, non sono gli eventi che vanno assunti a strumento di comprensione e lettura dell’attualità egiziana. Gli eventi parlano un linguaggio che occulta il linguaggio popolare, la sua ricchezza di risorse umane e morali: parlano l’equivoco categorismo che grida al ritorno dell’ancièn regime facendo strame delle energie riposte che caratterizzano ogni duratura e degna rivoluzione.
Per capire qualcosa dell’Egitto di oggi bisogna comprendere – ed ergo ascoltare – lo spirito con cui il “ritorno dei militari” viene assunto. In questo spirito l’altro elemento cruciale da tener presente è il superamento dell’illusione islamista. Che piaccia o no ai bempensanti della legittimazione a oltranza di Mohammad Morsi in virtù delle cosiddette “libere elezioni” di un anno e mezzo fa, oggi la stragrande maggioranza degli egiziani ha capito che l’islam politico è morto. Meglio, ha siglato, in un anno di scriteriato governo discriminatorio, il suo stesso suicidio, e non tornerà in auge se non nelle forme residuali che la popolazione vorrà concedergli in nome della conciliazione nazionale.
Dimenticare questi due poli dello spirito egiziano – superamento della paura e rifiuto o superamento irreversibile dell’illusione dell’islam politico come soluzione – equivale a dimenticare, non solo la Realpolitik, ma i prodotti essenziali della rivoluzione. Ricordarsene, viceversa, equivale a poter osservare il futuro dell’Egitto dall’unica prospettiva che gli egiziani vorrebbero conservare: quella della progettualità.
Oggi il futuro dell’Egitto si profila in un progetto (ancora rivoluzionario) molto semplice: o El-Sisi porta a compimento le istanze delle rivoluzione o le masse scenderanno di nuovo in piazza. Gli si dà piena fiducia perché si suppone che abbia colto, lui per primo, lo spirito che l’ha decretato presidente. Ma nessuna fiducia gli sarà concessa se dovesse ripetere il tradimento perpetrato da Morsi.

Marco Alloni

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