Crisi in Ucraina, il nostro linguaggio è avvelenato

stefano
Una confutazione in otto punti di quanto spesso si dice della crisi ucraina solo per “sentito dire”

Le parole hanno un senso, come diceva Nanni Moretti in un suo vecchio film. Le parole usate e ripetute dalla propaganda totalitaria, fascista, nazista così come comunista, hanno contribuito a cambiare la percezione della realtà di decine di milioni di persone. Le parole e le frasi che vengono usate più spesso nella crisi in Ucraina stanno cambiando la percezione della realtà di milioni di italiani.
Su questo bisogna essere pazienti e affrontare, una per una, tutte le mistificazioni nate dal linguaggio avvelenato da una macchina di propaganda ben oliata e addestrata, quale è quella del Cremlino, che ha fatto presa anche sui canali mediatici più insospettabili.

“I separatisti pro-russi”
Prima in Crimea, poi nella regione di Donetsk, sentiamo parlare di movimenti separatisti pro-russi. In realtà non si può parlare di “separatisti”, ma di invasori. I separatisti, come i baschi, come i catalani, come gli scozzesi, come (nel loro piccolo) anche i veneti, sono movimenti autoctoni nati per affermare l’indipendenza della propria nazione da uno Stato ritenuto estraneo. Nella Crimea odierna, così come nella regione del Donetsk non ci sono movimenti autoctoni, se non in minima parte. Il grosso del lavoro è compiuto da truppe regolari russe e agenti del servizio segreto militare (Gru) presenti in gran numero nelle regioni, attivati sia per compiere azioni di sabotaggio, sia per svolgere il ruolo di agit-prop, occupando sedi istituzionali, stazioni di polizia e quant’altro. La loro presenza e la loro appartenenza alle forze militari di Mosca è stata ampiamente documentata dall’intelligence statunitense e ucraina, da testimoni oculari intervistati da media indipendenti e dagli osservatori Osce (che non a caso sono stati sequestrati da questi “filo-russi” e tenuti in ostaggio). Il loro scopo non è quello di ottenere l’indipendenza della Crimea o del Donetsk, ma la loro annessione alla Federazione Russa.

“La Crimea ha votato per l’indipendenza”
Tecnicamente si è svolto un referendum in Crimea. In pratica si è votato solo per dare copertura (mediatica, più che altro) a un fatto già compiuto. Il “referendum” si è svolto dopo l’occupazione militare russa della Crimea, una regione dell’Ucraina, in appena una settimana, censurando tutte le fonti d’opposizione, arrestando gli oppositori più attivi, dando dei risultati che ne attestano l’assoluta invalidità: un risultato che sfiora il 100%, dati di affluenza che in alcune città superano il 100%. L’esito non è affatto l’indipendenza della Crimea, ma la sua annessione alla Russia, confermando il dato di fatto dell’occupazione militare. Prima che i russi intervenissero, secondo un sondaggio governativo effettuato in febbraio (senza truppe), nemmeno la metà della popolazione della Crimea avrebbe optato per la separazione dall’Ucraina. Non si può dunque parlare di “voto per l’indipendenza” della Crimea, ma della sua invasione da parte di Mosca.
“I russi intervengono per proteggere cittadini russi”
Non sono cittadini russi quelli che abitano in Ucraina (Donetsk e Crimea incluse), ma cittadini ucraini di origine russa o ucraini di lingua russa. Dopo la dissoluzione dell’Urss sono rimaste numerose minoranze russe all’estero, non solo in Ucraina, ma anche in Estonia, in Lettonia, in Bielorussia, in Kazakhstan. E questi sono diventati cittadini dei nuovi Stati. Giustificare un intervento armato per riannetterli, equivale a giustificare un’eventuale invasione tedesca dell’Austria, che è abitata da tedeschi, o un’invasione italiana della Croazia, che contiene ancora minoranze italiane, o un’invasione ungherese della Romania, in cui abitano ancora numerosi ungheresi sin dai tempi della dissoluzione dell’Impero Austro-Ungarico. Se qualche politico tedesco, italiano o ungherese proponesse azioni militari simili sarebbe considerato un folle pericoloso. Il che dà la misura della follia della politica militare di Putin.
“La costituzione russa prevede la protezione dei russi all’estero”
La Costituzione russa contempla l’intervento per proteggere russi che, dopo la dissoluzione dell’Urss, abitano in Paesi stranieri e sono minacciati di pulizia etnica. La Costituzione russa si richiama al principio della “responsabilità a proteggere”, riconosciuto anche dall’Onu. In questo caso, tuttavia, non c’è alcuna pulizia etnica in corso in Ucraina, né è visibile alcun preparativo a compierla. Invocare la protezione dei cittadini russi “minacciati” è dunque solo un pretesto per invadere un altro Paese.

“La Russia sta facendo nell’Est ucraino quel che la NATO fece in Kosovo”
Anche questo parallelo, invocato dalla diplomazia russa e fatto proprio da gran parte della stampa italiana di destra, è solo propaganda. Non esiste alcun parallelo possibile fra la Crimea (o le regioni di Donetsk e Luhansk) e il Kosovo. Nella regione serba a maggioranza albanese era infatti in corso una guerra civile, con episodi sempre più evidenti di pulizia etnica dei serbi ai danni degli albanesi. Dopo un fallito tentativo di mediazione, per risolvere la guerra pacificamente, la NATO intervenne per implementare il principio della “responsabilità a proteggere” e fermare la pulizia etnica già in corso. Su quell’episodio è stata fatta molta disinformazione e numerosi negazionisti, soprattutto nella destra italiana, ritengono che la pulizia etnica degli albanesi sia un’invenzione americana. Ma le fosse comuni sono state trovate, con almeno 2000 vittime della pulizia etnica. Dopo l’intervento militare in Kosovo, la regione è stata amministrata dall’Onu, protetta da contingenti internazionali (fra cui anche peacekeepers russi) e ha potuto votare per la propria indipendenza solo dopo 9 anni di transizione. In Ucraina non sta avvenendo nulla di simile. I russi sono intervenuti militarmente e unilateralmente, anche se nel Paese vicino non era in corso alcun conflitto, né alcuna pulizia etnica, senza presentare il caso all’Onu e senza tentare mediazioni. Poi ha proceduto all’annessione (non all’indipendenza, ma all’annessione) della Crimea in appena una settimana, come abbiamo visto. Ora sta ripetendo lo stesso copione nell’Ucraina orientale.

“Gli Usa e l’Ue hanno sollevato un vespaio”
Si è diffusa in molti media la versione russa della storia: l’Ucraina viveva pacifica e tranquilla sotto un governo democraticamente eletto filo-russo, finché all’improvviso non è scoppiata una rivolta in Piazza dell’Indipendenza a Kiev che ha rovesciato il governo e lo ha rimpiazzato con un altro di segno opposto, filo-europeo e comprendente forze neo-naziste. Dietro questa manovra ci sono “sicuramente” sia gli Stati Uniti che l’Unione Europea. Chi sostiene questa tesi, nella maggior parte dei casi, è anche convinto che le Primavere Arabe (tutte quante, dalla Tunisia alla Siria, passando per la Libia) siano nate da operazioni segrete degli Stati Uniti. Chi propaga questa teoria, comunque, non ha prove per sostenerla. E gli indizi farebbero presupporre proprio il contrario: la reazione lenta e scoordinata di Usa e Ue, sia nelle Primavere Arabe che nella ribellione dell’Ucraina, fa presupporre che i rispettivi governi non ne sapessero nulla e si siano fatti prendere alla sprovvista dal loro scoppio. Tutte le dichiarazioni e gli atti politici di Barack Obama dimostrano, per altro, un crescente disimpegno, sia in Europa che nel Mediterraneo. Nel caso specifico dell’Ucraina, la crisi scoppiata a novembre è nata per un cambio di rotta improvviso del presidente Viktor Yanukovich. Il quale aveva promesso da anni che avrebbe portato il Paese all’Accordo di Associazione con l’Unione Europea e poi si è chiamato fuori alla vigilia della firma. Perché si è chiamato fuori? Perché il presidente russo, Vladimir Putin, ha ammesso candidamente di averlo indotto a farlo. È dalla mancata firma dell’Accordo che sono partite le prime (limitate) manifestazioni di oppositori e studenti. Ed è dall’intervento brutale della polizia contro questi ultimi che la protesta è dilagata ed è diventata una ribellione popolare. Se guardiamo alla genesi di questa crisi, dunque, dovremmo semmai dire “Putin ha sollevato un vespaio”. Perché è dal suo intervento a gamba tesa sulla politica estera ucraina, che è nato tutto il putiferio.

“L’espansione a Est della NATO”
Un altro argomento che diamo per scontato è che la Russia stia difendendosi, ormai da due decenni, dall’espansione a Est della NATO. E che il suo nervosismo, di fronte a questa minaccia, è la causa dell’invasione della Georgia (nel 2008) e dell’Ucraina (in questi mesi). In realtà non c’è alcuna “espansione” a Est della NATO. E la Russia non è considerata affatto nemica dall’Alleanza Atlantica, in quanto è ufficialmente partner, sin dal 2002. Prima di tutto non c’è “espansione” della NATO, ma adesione, volontaria e democraticamente votata, alla NATO. Paesi come Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia, Ungheria, Romania, tutte confinanti con l’ex Urss o addirittura parte di essa (come nel caso delle Repubbliche Baltiche) durante la guerra fredda, non sono stati invasi o occupati da truppe NATO, hanno eletto governi che, per motivi politici ed economici, hanno optato per la scelta dell’adesione. Benché si siano alternati governi di destra e di sinistra, in tutti questi Paesi, nessuno ha mai revocato questa scelta. E dagli Usa non è arrivata alcuna minaccia per tener dentro i nuovi alleati. Per ironia della sorte, anche la Russia è partner dell’Alleanza Atlantica, ufficialmente dal 2002. Ed esistono numerose istituzioni di raccordo e cooperazione fra NATO e Russia. Dunque, ritenere che il governo del Cremlino si senta minacciato dalla sola possibilità che Georgia e Ucraina aderiscano ad un’alleanza di cui lui stesso è ufficialmente partner, semplicemente, non ha senso. È pura propaganda. Per nascondere un fatto molto semplice: la Russia si sta espandendo territorialmente ai danni di pacifici vicini, perché aspira a tornare ad essere una super-potenza militare.

“Chi scrive queste cose è pagato dagli Usa/Ue/Massoneria/Trilaterale/Soros”
Io scrivo queste cose gratuitamente su questo sito e non ho mai ricevuto alcun bonifico, né alcun assegno, né contanti, dai suddetti “poteri forti” e vi sfido a provare il contrario. Questa accusa, che viene dalla sinistra quando scrivo su Israele o su Cuba e ora viene dalla destra quando scrivo sull’Ucraina, dimostra solo che in Italia c’è un rapporto difficile con la realtà. Non si crede mai che un ragionamento sia spontaneo, dettato da una serena ricerca della verità. Si pensa sempre che, dietro a certe logiche, si celino degli sponsor. In realtà, è molto più facile che ad essere vittima, consapevole, volontaria, o in tutta buona fede, di uno sponsor “esigente” sia proprio chi sostiene le tesi russe. Prima di tutto perché né gli Usa, né l’Ue, né i suddetti “poteri forti” hanno mai imposto la censura sulla stampa di opposizione. La Russia sì. Nella Federazione Russa ogni media è filtrato, controllato, censurato e, se ritenuto “ostile”, viene chiuso. Il professor Zhubov è stato recentemente licenziato dall’università di Mosca solo perché contestava la linea del governo russo sull’Ucraina. Quel che viene pubblicato, specie all’estero e in lingua inglese (o anche italiana) è esclusivamente ciò che riflette la posizione ufficiale del Cremlino. Le notizie che arrivano dalle Tv e dalla stampa russe, dunque, non sono attendibili quanto possano esserlo quelle diffuse da media (privati e indipendenti) europei e americani.

Stefano Magni

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