Come leggere il Corano

alloniù
Ma siamo proprio sicuri che terrorismo e Corano siano la stessa cosa?

Due importanti verità stanno finalmente emergendo dalle nebbie dell’informazione. Due verità che, se accolte fuori da una lettura ideologica del presente, potrebbero davvero rappresentare un punto di svolta nel nostro rapporto con l’Islam.
La prima – plasticamente espressa dalle manifestazioni di dissociazione “Not in my name” – è che il terrorismo islamico non è in alcun modo riconducibile all’insegnamento coranico. Almeno quanto non si possono ricondurre ai Vangeli i crimini del Ku Klux Klan o alla cultura siciliana i delitti di Cosa Nostra.
La seconda verità è che – nelle forme e nei modi resi noti dagli stessi leader politici occidentali, da Hillary Clinton a Tony Blair – a determinare la nascita, l’addestramento e l’armamento delle correnti jihadiste radicali siamo stati noi, l’Occidente. Almeno a partire dall’occupazione sovietica dell’Afghanistan.
Si tratta di due verità fondamentali e solo a partire da esse sarà possibile formulare un piano di uscita dall’attuale crisi nel rapporto fra Occidente e Mondo islamico. O almeno da una crisi che non preveda, come unica soluzione, la guerra. Ma si tratta anche di due verità essenziali per riconoscere che ogni occidento-centrismo – come lo chiamava Claude Lévy-Strauss – è ormai destinato a presentarsi come la più suicida delle opzioni.
E quale espressione del nostro miope, opaco e discriminatorio occidento-centrismo, in in particolare della sottospecie eurocentrica, è peggiore di quella – da Oriana Fallaci a Magdi Cristiano Allam agli scriteriati titolisti de “Il Giornale” – che vorrebbe nella lettera stessa del Corano la legittimazione all’integralismo? E quale peggiore occidento-centrismo si può immaginare di quello che pretenderebbe di collocare sine differendi ratio ogni musulmano nell’alveo del fanatismo religioso? E soprattutto, quale pernicioso occidento-centrismoè più letale di quello che insiste a misconoscere che l’Isis – ignari del boomerang che avrebbe rappresentato – è in definitiva una nostra creatura?
Finché un’adeguata storiografia – ma soprattutto un’adeguata esegesi coranica alla luce dell’attualità – non arriverà a porre le basi per un ripensamento radicale dei nostri pregiudizi, nessuna prospettiva di ricomposizione del rapporto fra Occidente e Islam sarà possibile. Finché non si dirà a chiare lettere che il jihadismo talebano – e da lì Al-Qaeda e Isis – nascono nell’alveo di una strategia atlantica di contegno dell’Unione Sovietica prima e dell’Iran sciita poi, si persisterà nel presentare il fenomeno del terrorismo islamico come una deviazione dogmatica e non come l’evidentissimo fatto politico-strategico che è. E finché un simile riduzionismo autoassolutorio continuerà, non ci saranno margini per nessuna soluzione del conflitto.
Dunque ben vengano gli interrogativi accademici sui margini di compatibilità fra Islam e democrazia. Ben venga anche quell’ateismo devozionale che insiste a considerare la laicità come unica soluzione prospettabile alla “barbarie” di società a vocazione religiosa. Il discorso è aperto e nessuno ne contesta la legittimità. Ma sopra questo piano di valutazione ne va posto un altro assai più dirimente: quello politico. E sopra di esso quello filosofico. Laddove non si proceda a un radicale mea culpa rispetto alle ragioni storico-politiche che hanno determinato – almeno dalla Pace di Karlowitz in poi, quattrocento anni fa – il progressivo diffondersi del risentimento islamico verso l’Occidente, ogni discorso di ordine dogmatico non è che astratta speculazione. E laddove non ci si interroghi sulle ragioni pregresse che hanno indotto interi popoli a replicare alla “barbarie” del colonialismo e della sistematica, secolare spoliazione dei loro beni con la “barbarie” del terrorismo e della fantatizzazione del religioso, non si compie che un infecondo esercizio ideologico di sterile contrapposizione.
Insomma, delle due l’una: o matura il tempo, nel mondo islamico e nel mondo occidentale, dell’autocritica, oppure – come suggerisce un’ottima intuizione di Giulietto Chiesa – sarà “guerra infinita”. Tertium non datur.
Lo stesso dicasi per quel testo – perlopiù ignorato da chi lo convoca a un’esegesi reazionaria senza riconoscerne l’inequivoca enigmaticità – che è il Corano. Finché non si impara a leggere il Corano nel deserto – come ci esorta a fare il compianto Khaled Fouad Allam – ogni forma di dialogo fra noi e il divino, come ogni forma di dialogo fra noi e gli altri, sarà destinata al fallimento.
Ma chi ha davvero saputo promuovere negli ultimi anni e mesi – tra le migliaia di ore dedicate al pur giustificatissimo pathos nei confronti delle vittime di Parigi – questa unica e possibile forma di concreto moderatismo? Una lettura del Corano che non sia banalmente letteralistica e precettistica – come vorrebbero Magdi Cristiano Allam e gli stessi terroristi dell’Isis – ma capace di quelle infinite risonanze che solo possono essere colte affrontandolo come testo poetico pervaso di esoterismo e nutrito alla radice del grande enigma della vita e del divino?
Purtroppo quasi nessuno. Giacché il peggiore nemico del moderatismo non è oggi, come si tende a credere, il fanatismo religioso. Ma il mercato, che ne è il primo (forse non del tutto inconsapevole) complice. E se il mercato fonda i propri proventi sul sensazionalismo e l’emotività, come è ormai prassi, è del tutto ovvio che ciò che perseguirà sarà l’estremismo e mai quella complessità che sola può garantire la moderazione. Perché banalizzazione della verità e utilizzo violento della verità, purtroppo, coincidono e si alimentano a vicenda.
D’altra parte siamo tutti vittime di una sorta di raccapricciante isteria che fa chiedere ai moderati di dissociarsi dagli estremisti. Ma perché dovrebbe essere posto in essere un simile imperativo? Abbiamo mai chiesto ai moderatissimi porporati del Vaticano di sfilare in piazza – not in my name – contro i preti pedofili? Quale exusiai – la richiesta di abnegazione assoluta alle autorità costituite – è stata mai concretamente messa in atto dai vertici della Chiesa? Abbiamo poi mai chiesto ai modersatissimi cristiani d’America di dissociarsi – not in my name – dalle guerre coloniali di G.W. Bush (che come sappiamo rivendicava un fondamento biblico alle proprie azioni di guerra)? Abbiamo mai chiesto alla popolazione moderata maggioritaria d’Israele di dissociarsi – not in my name – dalle politiche occupazioniste di Netanyahu?
Singolare concetto della moderazione: a corrente alternata, verrebbe da dire. E dalla curiosa allusività discriminatoria: suggerire, implicitamente, che laddove un moderato non si dissocia cessa di essere un moderato. Ma chi l’ha deciso? Sulla base di quale logica? Dissociarsi non implica capziosamente essere stati prima associati, e non evoca quantomeno una possibile associabilità? Ogni ebreo un potenziale sionista, allora? Ogni cristiano un potenziale colonialista e imperialista? Ogni marxista un potenziale stalinista? Ogni siciliano un potenziale mafioso?
“Mi dissocio dai dissociati” ho scritto di recente su Facebook. Not in my name, ho precisato.
Poco prima della sua prematura scomparsa, ho curato con Khaled Fouad Allam il volume a quattro mani Leggere il Corano nel deserto (edito in questi giorni da Aliberti). Un volume che non spetta a me promuovere ma certamente difendere. Non solo perché Fouad Allam ha rappresentato una delle poche voci realmente moderate nel panorama italiano contemporaneo, ma perché in quel libro si torna, per così dire, a capire il Corano dalle fondamenta. E quindi a dissociarsi – questa sì una dissociazione imprescindibile – da chi lo impugna dalla parte sbagliata, facendone un libro di guerra e di odio.
Non parlerò io in vece sua. Ma vorrei che la sua voce tornasse a risuonare con la perentoria saggezza che gli conosciamo. E in queste ultime righe richiamare alcuni concetti che mi sembrano essenziali per avviare quel processo virtuoso senza il quale – tra prospettive fallaci e talibanismi da cristiani fasulli – ogni discorso sull’Islam rischia di ricadere nella solita melassa: il gioco del fanatismo e dell’aut aut.
Scrive Fouad: “Il Corano – come tutti i grandi testi che hanno un fondo nascosto – in un certo senso è un libro che ha bisogno – o altrimenti non sarebbe il Corano – di essere «ipnotizzato». Noi leggendolo abbiamo bisogno di farlo parlare, di fargli dire le cose più nascoste che si celano dentro il testo. Ma il problema è che il Corano non dà risposte. La continua interrogazione che tu fai, leggendolo, alla fine è inesorabilmente la stessa interrogazione della tua vita. E questo proprio fino a quella famosa porta che un giorno aprirai e nessun altro potrà più riaprire. Poiché, arrivato là, sarai arrivato proprio di fronte al mistero. Ecco, il Corano è questo. E in questo suo modo di essere non c’è in definitiva alcuna risposta. Quelli che dicono che dà risposte, in realtà, non leggono il Corano ma tutt’altra cosa”.
E ancora: “Il Corano un libro di guerra? Direi allora che anche la Bibbia è un libro di guerra. E anche il Bhagavad Gita. E anche molti altri testi sacri. I pensieri religiosi sono quello che sono. Siamo noi a farli diventare libri di pace o libri di guerra”.
E infine: “Come sai a Granada c’è il monumento di Carlo V, ed esso è separato dai giardini di Alhambra soltanto da una scala. Osservando quel monumento mi sono chiesto: qual è la posta in gioco? Simbolicamente, credo consista nel far passare il fatto che l’Alhambra non sia un monumento dell’Islam – anche se ovviamente, nelle forme architettoniche e nel pezzo di Storia che lo ha rappresentato, lo è – ma sia anche un monumento europeo. Cambierebbe tanto, tantissimo, se vedessimo le cose in questo modo. Le carte in gioco sarebbero completamente diverse. Se noi fossimo davvero in grado di praticare il riconoscimento, tutto sarebbe diverso”.
Non credo serva aggiungere altro. Se non che, se non torniamo a una lettura del Corano nel deserto, ci ritroveremo presto nel peggiore dei deserti. Il deserto della ragione e dell’ascolto, della comprensione e del dialogo, del riconoscimento e del confronto. Ci troveremo – se già non ci siamo – nel deserto della guerra come unica risposta. (scritto per Libertates e il Corriere del Ticino)

Marco Alloni

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