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C’ERA UNA VOLTA IN AMERICA LUCKY LUCIANO

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“Privare la magia del suo mistero sarebbe assurdo come togliere il suono alla musica”
Orson Welles

“Sono stato inseguito attraverso tutta l’Italia da Charles Luciano – chiamato “Lucky” da ignoranti lettori di giornali. Voleva convincermi a realizzare la vera storia della sua vita. Pensava che avrei dovuto farlo. Avrei dovuto scriverla e dirigerla e pure interpretarla. Avrei potuto elevarlo a una collocazione storica decente”.
Orson Welles

Alla fine di maggio del 2023 mi perdonerete delle riflessioni contro il politically correct, anche se ricorre il trentesimo anniversario della strage di Capaci nella quale morirono Giovanni Falcone e gli angeli della sua scorta: Falcone e Buscetta si somigliavano, nella spregiudicatezza “extra-legem” che caratterizzava entrambi. Guardie e ladri hanno la stessa intensità cerebrale. Non è forse vero che Antonio Di Pietro e Raul Gardini erano entrambi giocatori d’azzardo?
Ci sono uomini che vedono l’orizzonte saltando il porto. E abbiamo bisogno dei criminali, per rendercene conto. Da Bugsy Siegel a Lucky Luciano, fino a Enrico De Pedis: forse l’“affectio societatis” è la prova dell’esistenza del genio, anche se il capo dello Stato Sergio Mattarella – un ottimo presidente della Repubblica ed espressione dell’Italia migliore, l’Italia di Giorgio Ambrosoli e Piersanti Mattarella (per intendersi) – non lo ammetterà mai, eppure chi scrive crede che sia così; a questo tema l’affascinante accademica Liliana Dell’Osso, che è una delle eredi di Cesare Lombroso, ha dedicato un capitolo nel libro che ha scritto per Franco Angeli editore: una pregevole monografia lombrosiana che ha dedicato un capitolo al rapporto tra genio e imbroglio dall’angolazione della psichiatria organicista, dal titolo “Genio e follia. Le complesse relazioni tra spettro autistico e competenze eccezionali”. Il 1 marzo 2023 è uscito nel programma formidabile di Atlantide un documentario molto ben fatto “Operazione Husky, lo sbarco americano in Sicilia e il ruolo della Mafia”; esordisce così l’anchorman Andrea Purgatori: “Buonasera, nella notte tra il 9 e il 10 luglio del 1943, centosessantamila soldati alleati sbarcano sulle coste meridionali della Sicilia; è l’inizio dell’Operazione Husky, la più importante offensiva dall’inizio della Seconda Guerra Mondiale e dal punto di vista degli sbarchi è il secondo più gigantesco organizzato dagli Alleati, dopo quello che verrà fatto in Normandia. Secondo i piani alleati e dei comandanti che sono sul campo, gli storici, famosi mitici generali Patton e Montgomery, lo scopo è la conquista dell’Italia e infatti poi le truppe saliranno, la caduta di Mussolini e quindi l’uscita dal conflitto dell’alleato più importante della Germania Nazista. Solo alcune divisioni italiane danno del filo da torcere alle truppe britanniche che risalgono la costa verso Catania; mentre gli americani che vanno verso nord – passando dall’interno – puntano su Palermo, e quando arrivano nella città di Palermo le difese sono crollate e la popolazione li accoglie come dei liberatori; la conquista dell’isola si conclude in circa un mese, e intanto il regime fascista si sfalda, l’Italia capitola. Il 3 settembre del ’43, a Cassibile – vicino Siracusa – viene firmato l’armistizio.
Secondo molti, ad aprire la strada agli Alleati è stata la Mafia, contattata da una serie di agenti sotto copertura; agenti americani che sono sbarcati in Sicilia in segreto alcune settimane prima dell’inizio dell’operazione Husky, e avevano in tasca una lista di nomi che gli era stata consegnata – nomi di mafiosi –, consegnata dal boss italo-americano Lucky Luciano, che in quel momento si trova in carcere a New York. E’ vero, o è falso? E’ stata davvero questa la prima trattativa tra la Mafia e uno Stato, nel caso specifico gli Stati Uniti d’America? Per rispondere a queste domande, siamo andati a Palermo e il racconto che vi faremo, partirà da una sontuosa camera dello storico albergo, dell’Hotel de Le Palme di Palermo dove Lucky Luciano – una volta scarcerato, nonostanteuna condanna a 30 anni di prigione – si stabilirà per alcune settimane.
B’è, insomma, è una storia davvero da seguire, perché – incredibilmente – sembra un film…”.

Orbene, Purgatori – che è oggettivamente al livello di Corrado Augias, un giornalista colto – domanda: è stata davvero questa la prima trattativa tra la Mafia e lo Stato?
Criminalità organizzata e Stato s’incontrano, da Lucky Luciano a Vito Ciancimino: lo hanno capito due investigatori eccellenti come il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa – assassinato il 3 settembre dell’82 a Palermo, con la seconda moglie Emanuela Setti Carraro da un commando agli ordini di Totò Riina (e iscritto alla P2) – e Mario Mori, che Riina riuscì a prenderlo grazie al contributo di Ciancimino: “il più intelligente dei mafiosi, e il più mafioso dei politici”, per dirla con le parole di Giovanni Falcone.
Ciancimino senior ha impedito che Cosa Nostra mettesse in ginocchio definitivamente il già traballante Stato italiano, nel passaggio cruento tra la Prima e la Seconda Repubblica?
Io dico piuttosto che – come nel film “The Departed – Il Bene e il Male” di Martin Scorsese – il bene e il male fanno patta; Licio Gelli contribuì a buttare in aria l’autostrada di Capaci, con la stessa irrazionalità con cui era stato arrestato dodici anni prima a Lugano per una “sciocca imprudenza” (vedi Piero Ottone) nel ritirare una grossa somma da Credit Suisse; Gelli era matto, laddove si vogliono individuare imprecisati disegni raffinatissimi dietro l’inaccessibilità del suo mistero. Vito Ciancimino e Mario Mori, invece, contribuirono a far arrestare Totò Riina e a decapitare il gotha dei Corleonesi. Ma Gelli e Mori facevano patta.
Da allora – con la fallita strage allo Stadio Olimpico – le bombe sono finite.
Ma gli attentati riprenderanno?
Torniamo a Salvatore Lucania, reinventatosi come Charles Lucky Luciano. “I didn’t please me. So i created my life”, ha detto qualcuno.
Si chiede e chiede Purgatori: è vero o è falso che Lucky Luciano liberò la Sicilia?
Vorrei svolgere una riflessione sul punto, facendo mia la teoria della riflessività secondo George Soros. Il punto è che Luciano non ha liberato la Sicilia con l’aiuto del crimine organizzato, ma la sua azione era compatibile con la Liberazione della Sicilia e dell’Italia intera dal nazifascismo: non sono la stessa cosa. Faccio un esempio a sostegno della tesi esposta: a Fasanello, il gruppo di alto profilo “Dark side” ha organizzato la presentazione del libro dell’agente segreto in pensione Francesco Pazienza, “La versione di Pazienza”. Uomo intelligentissimo – e il guaio è che se ne è reso conto, inciampando in situazioni pericolosissime –, l’“homme d’affaire” in pensione del Sismi di Giuseppe Santovito, racconta di sé con lucida obiettività (sa molto più di quello che dice): “… Reagan aveva già vinto le elezioni, quando trovai le foto su George Habbash e il fratello di Jimmy Carter” (su mandato di Michael Ledeen: il fratello del presidente democratico e il palestinese facevano affari, ndr). Lo stesso discorso vale per Lucky Luciano, quando il legale Allen Dulles e futuro direttore della Cia andò a trovarlo in carcere a New York con la protezione del prosecutor Thomas Dewey, ex nemico pubblico n.1 di Lucky.
Eletto poi governatore dello Stato di New York City, con le sovvenzioni – un milione e mezzo di dollari – dello stesso Lucania. Le campagne elettorali, si sa, costano.
Ma chi era veramente Lucky Luciano? A mio parere era un uomo mediocremente eccezionale, anche se questo non è stato colto a sufficienza.
Per rispondere articolatamente a questa domanda, un altro passaggio del documentario “Operazione Husky” è meritevole di nota: l’intervista di Andrea Purgatori a Saverio Lodato all’Hotel de Le Palme, che anni fa si trovò in difficoltà in un confronto con il lucido Calogero Mannino a “Otto e mezzo” dalla Lilli Gruber (era il 2015): “Lucky Luciano è il personaggio chiave dello sbarco degli Americani in Sicilia, anche se molti dicono che in realtà la Mafia non abbia fatto più di tanto per aiutare le forze che erano impegnate in un’operazione che – dopo lo sbarco in Normandia – è considerata la più grande, la più importante diciamo durante la Seconda Guerra Mondiale; è così, la Mafia c’entra oppure no?”. “Lucky Luciano nasce gangster, e muore mafioso. Nasce nemico degli Stati Uniti, muore amico degli Stati Uniti; muore in Italia, è seppellito in America; in questi tre paradossi sta l’esistenza di Lucky Luciano.
E con ogni probabilità, il ruolo che giocò nello sbarco degli Alleati in Sicilia nel 1943. Ci avventuriamo in un campo in cui gli stessi storici hanno forti perplessità, forti interrogativi perché com’è noto la Mafia non ha mai lasciato tracce scritte delle sue malefatte…”. Sappiamo però che James Ellroy nega l’esistenza della mafia.
Poi Purgatori tocca il punctum dolens – da sceneggiatore, più che da giornalista nel polytropos del suo spessore – della biografia di Salvatore Lucania, che chi scrive aveva già colto sotto forma di intuizione ancorchè non sistematizzata nel dicembre del 2022, guardando l’elegantissimo film di un grande del cinema – Francesco Rosi – “Lucky Luciano. Il padrino americano”: “C’era una volta in America” di Sergio Leone è Lucky Luciano; lo dico con un pizzico di narcisismo… Vediamo:

Saverio Lodato: “Lucky inizia la sua attività di gangster senza avere la paratia mentale nell’organizzazione criminale dei siciliani. Il suo primo compagno di scuola è tale Lansky (Meyer, ndr), ebreo proveniente dalla Bielorussia che costituirà con Lucky Luciano le prime bande quando loro avevano dodici anni. A scuola. Imponevano un pagamento di penny…”. Purgatori ha un colpo di genio: “Sembra un po’ “C’era una volta in America” di Sergio Leone, eh… E’ quella la storia”; gli fa da sponda Lodato con gli echi di Ennio Morricone, non proprio riconosciuto dall’Accademia del Belpaese: “Molti registi si sono ispirati, Scorsese e altri…”.
Orbene, c’è in “C’era una volta in America” un passaggio che è più emozionante di altri, dove emerge il vero Salvatore Lucania: Noodles, il giovane teppista che da adulto diventerà Robert De Niro, incontra nel retro di un bar una giovane ragazza che sta studiando teatro per andare a Hollywood – la meta delle sue ambizioni (come in effetti accadrà) –, sorella del barista che prenderà in carico il negozio dai genitori nel Bronx: un omaggio alla massima di Pablo Picasso, “Impara le regole come un professionista affinchè tu possa infrangerle come un artista”. Noodles ha i vestiti sporchi, le calze maleodoranti, e tra la musica atemporale di Morricone – che fa piangere – si sente smascherato dalla ragazza che corteggia, quasi intimidito dalla sua superiorità.
Il giovane teppista – che di accettare la “volgarità della routine” non ne vuole proprio sapere – tornerà dalla sua banda, immediatamente dopo al grido di: “Noodles! Dove sei?”.
Egli non voleva imparare le regole come un professionista; lui delinqueva perché vedeva l’orizzonte saltando il porto. Ma sarà meno fortunato nel suo percorso “azzardato” di James Woods, che non finirà bene. Finirà proprio come Enrico De Pedis, dopo aver trasformato se stesso in un cittadino rispettabile. Il senatore. “Se De Pedis non fosse stato ammazzato, sarebbe finito in Parlamento”, una volta disse Antonio Mancini che lo conosceva bene. E’ il senso di Luciano, una vita caratterizzata dal “fiato corto” di chi è rimasto al principio di piacere, rimuovendolo con il trucco del “diniego” attraverso una spiccata tendenza anti-sociale: violare le regole. E una resilienza da premio Nobel. Un fatto, questo, che emerge anche dal libro – che sarebbe ingiusto definire privo di valore estetico – di Giuseppe Carlo Marino, già autore del bestseller “La storia della mafia”, “I Padrini – Da Vito Cascio Ferro a Lucky Luciano, da Calogero Vizzini a Stefano Bontate, fatti, segreti, e testimonianze di Cosa Nostra attraverso le sconcertanti biografie dei suoi protagonisti”; Frank Costello, che lo conosceva bene, ha fatto un rilievo assai interessante su un momento cruciale della vita di questo enigmatico gangster italo-americano che si trovò fondata Cosa Nostra, più che averla fondata (sic!): da “Come divenne “Lucky” e Luciano”: “… Dall’infanzia all’adolescenza, Salvatore conobbe soprattutto la vita di strada, anche se si fece irregolarmente un po’ di scuola e imparò l’americano. Lì, come ebbe a dire il calabrese Frank Costello, poteva capitare sia di cambiare ambiente a seguito di qualche imprevedibile e raro salto di fortuna della famiglia finendo infine ad Harvard e a Yale con la gente bene, sia, com’era certamente più frequente, di “crescere come un fungo” tra le bande della delinquenza minorile…”, ma il ragazzo preferì anteporre l’“ascensore” dell’affectio societatis all’accoglimento a “braccia aperte” del mondo di Yale e Harvard che pure egli era in grado di frequentare: se delinquere vuol dire sognare…
Se Lucky è stato affiancato, scrive l’autore siciliano, in una spregiudicata valutazione postuma “… a fianco di personalità del livello di Lenin, Roosevelt, Churchill, De Gaulle, papa Wojtyla – di per sé la dice lunga sui criteri ancora in uso negli States per giudicare del valore degli uomini e delle imprese umane. Criteri che sono indicativi, in America, di una particolare cultura che è l’esatto contrario di una pur estesissima e radicale tradizione puritana e che, in un certo senso, ne costituisce la paradossale versione laicizzata. Si tratta di una cultura la cui anima profonda è da individuare nel cosiddetto “spirito della frontiera” (assimilabile a un certo selvaggio e sfrenato libertarismo) che tende a dare valore e merito al successo comunque conseguito. Dominante, in una siffatta mentalità è l’idea che l’“eroe” sia l’individuo capace di giocarsi integralmente la vita per la piena realizzazione della sua propria individualità, non importa se per la legge o contro la legge. Egli, in definitiva, sta sempre al di sopra delle regole, perché la vita è un’avventura dei cui rischi ciascuno – ed esemplarmente l’“eroe” – si assume, nel bene e nel male, l’integrale e personale titolarietà. Va da sé che il vincente è colui che riesce a piegare le regole ai suoi interessi. Il perdente è chi non ci riesce. In ogni caso, chiunque nella lotta per l’esistenza si avventuri al di là delle sue forze, non ha bene calcolato le risorse naturali della sua individualità e diventa pertanto immeritevole di considerazione sociale…”.
Ci sono gli echi di Spengler – vedi il tramonto dell’Occidente – nella riflessione di Giuseppe Carlo Marino, e c’è stato solo un criminale più abile di Luciano: Joe Kennedy, che con lui rivaleggiava nel business degli alcolici; mi viene da dire che il prezzo che ha pagato alla sua abilità da “gambler” è stato la maledizione dei Kennedy: una lista ininterrotta di tragedie in un’America al tramonto.
Scriveva Marino: “… Fu in un contesto del genere che un personaggio come il nipote di Joe Kennedy, il nipote di un povero emigrato dall’Irlanda che sarebbe stato il padre del futuro presidente John Fitzgerald Kennedy e di suo fratello Robert, divenne miliardario, tra i maggiori degli States (un patrimonio cresciuto con gli anni ad oltre 250 milioni di dollari!), e si fece la grande reputazione che gli avrebbe consentito di occupare anche un ruolo di primo piano nella politica. Joe Kennedy ufficialmente aveva esordito nel 1913 come banchiere (proprietario della “Columbia Trust Company” di Boston) e sarebbe cresciuto in denaro e in potere mettendo a profitto le sue ufficiali doti di finanziere e poi di versatile industriale, dal lavoro di manager nel settore dell’elettricità (le “Massachusetts Electric Companies”) a quello di produttore cinematografico (la “Gloria Production”, inc.”); ma, in realtà, dopo il 1920, i più lucrosi affari li fece soprattutto all’ombra del contrabbando degli alcolici in una cerchia di “amicizie” irlandesi che da Boston si estendeva alla Chicago di Al Capone. Prima ancora dell’abolizione ufficiale del proibizionismo era riuscito a strappare al governo la licenza di importazione di scotch e di gin “per uso medicinale!”.
Continuava il docente di Storia contemporanea all’Università di Palermo: “… i boss e le loro bande di gangster e “picciotti” erano, si potrebbe dire, gli esponenti più decisi e radicali di una generalizzata e spericolatamente moderna cultura del business e del successo a tutti i costi…”, dove Joe Kennedy era appena più presentabile di Lucky. “Un figlio di puttana alla guida della Sec”, disse di lui una volta Franklin Delano Roosevelt. Ecco a voi fotografato il tramonto dell’Occidente, fino all’assassinio a Dallas di Jfk che è American Tabloid.
Un’ultima precisazione s’impone: Saverio Lodato con il fanatismo kantiano che lo caratterizza – “Fiat iustitia et pereat mundus” –, sbaglia quando dice: “Lucky Luciano nasce mafioso e muore gangster”; Salvatore Lucania nasce mafioso e muore agente sotto copertura dei servizi di sicurezza americani, con domicilio coatto a Napoli. In realtà, sospettato di essere il regista occulto del traffico di eroina tra l’Italia e l’America, non lo aveva favorito né contrastato: stava in mezzo, come emerge anche dal comportamento “doppiogiochista” al servizio dell’Fbi di un certo Giannini, interpretato da Rod Steiger. Mezzi uomini, per dirla alla Francesco Merlo.
Lucania non ne poteva più di essere inseguito da mezzo mondo, senza che venisse trovato alcunchè a suo carico sotto forma di “notitia criminis”: ai sensi dell’art. 27 della Costituzione – “laresponsabilità penale è personale” – Luciano era estraneo ai fatti (più che altro “pasolinianamente” collegati alla sua leggenda), ma ormai interamente intrappolato nel suo personaggio autoimposto.
Personaggio e persona. Salvatore Lucania e Charles Lucky Luciano; Orson Welles e Charles Foster Kane, Quarto potere Citizen Kane.
“Looking good, feeling bad” dalla locuzione di Friedman.
“Sono i pallidi figuranti di se stessi”, ha detto Luisa Pace. C’è stato solo un altro criminale dello spessore mentale di Luciano: Enrico De Pedis, un po’ meno fortunato (anche se Stefano Bontate se la gioca con loro). Il Dandi venne assassinato a Roma il 2 febbraio 1990 dalla Banda della Magliana+infedeli servitori dello Stato, dopo essere stato reinventato da Oscar Luigi Scalfaro come agente segreto ed essere volato negli Stati Uniti (il “buono” era Scalfaro, il cattivo Andreotti).
Entrambi, però, hanno sperimentato la sindrome delle porte girevoli.
Uno, nessuno, centomila.
Ma un fatto è certo: Salvatore “fortunato” rientra nella categoria della grandezza secondo Joachim Fest.

di Alexander Bush

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Alexander Bush, classe '88, nutre da sempre una passione per la politica e l’economia legata al giornalismo d’inchiesta. Ha realizzato diversi documentari presentati a Palazzo Cubani, tra questi “Monte Draghi di Siena” e “L’utilizzatore finale del Ponte dei Frati Neri”, riscuotendo grande interesse di pubblico. Si definisce un liberale arrabbiato e appassionato in economia prima ancora che in politica. Bush ha pubblicato un atto d’accusa contro la Procura di Palermo che ha fatto processare Marcello Dell’Utri e sul quale è tuttora aperta la possibilità del processo di revisione: “Romanzo criminale contro Marcello Dell’Utri. Più perseguitato di Enzo Tortora”.