Di Stefano Magni
23 ottobre 1956, a seguito di una manifestazione studentesca, scoppiava la rivoluzione d’Ungheria. L’Ungheria era stata occupata dalla Germania nazista nel 1944 dopo che, come l’Italia, aveva deciso di ritirarsi dalla guerra, ormai persa, in cui aveva combattuto nello schieramento dell’Asse. Ma, contrariamente all’Italia, l’Ungheria non era stata liberata dagli Alleati, bensì dai sovietici. Nel 1947 non aveva avuto elezioni regolari per una Costituente, ma elezioni truccate e pesantemente influenzate dall’intimidazione armata dei sovietici. Nel 1949, dopo che i partiti democratici di maggioranza erano stati eliminati uno dopo l’altro per via giudiziaria, era diventata una fotocopia dell’Unione Sovietica, con purghe, nazionalizzazioni, collettivizzazioni e deportazioni. Nel 1953, quando Stalin morì, l’Ungheria era l’ombra di se stessa. Ma al primo accenno di liberalizzazione, la popolazione iniziò a sperare di liberarsi del tutto del comunismo.
La scintilla fu il XX Congresso del Pcus, quando lo stesso segretario generale del Partito Comunista sovietico, Nikita Chrushev, denunciò i crimini dello stalinismo (anche se solo in parte e senza mettere in discussione il sistema). E questo bastò perché gli operai insorgessero in Polonia, dove il regime ricorse a un ricambio al vertice, promuovendo il moderato Gomulka, per salvare il sistema. Questa prima timida vittoria riformatrice diede speranza anche agli ungheresi, tanto più che era appena stato allontanato dal potere, per volontà di Chrushev, lo stesso segretario generale del Partito dei Lavoratori ungheresi, lo stalinista Matyas Rakosi, artefice della trasformazione dell’Ungheria in dittatura comunista.
Gli studenti che scesero in piazza il 23 ottobre, in solidarietà con i polacchi, chiedevano la fine del sistema a partito unico, la liberalizzazione dell’economia, il ritorno al vertice di Imre Nagy (un comunista, ma almeno riformatore, ed era stato allontanato da Rakosi) e il ritiro dell’Armata Rossa, vista ormai come forza d’occupazione straniera. Fra i maggiori ispiratori c’erano gli studenti del Circolo Petofi, che si erano battezzati così in omaggio al poeta e patriota ungherese protagonista della rivoluzione del 1848. L’intento chiaramente era quello di ottenere di nuovo una piena indipendenza e di ripristinare la democrazia. Indro Montanelli, che era corrispondente del Corriere della Sera, rimase sorpreso quando vide che tutti i rivoltosi, studenti e operai, fossero essi stessi comunisti. La borghesia e la nobiltà erano già state spazzate via dalle purghe staliniane di Rakosi. I comunisti stessi si ribellavano al potere sovietico, non potendone più.
La protesta degenerò ben presto in rivolta quando la polizia politica, l’AVH, sparò sulla folla. E la folla, appoggiata da settori della polizia e dell’esercito, rispose al fuoco. La reazione politica fu quella di cooptare i rivoltosi, rimettendo al potere Imre Nagy con un governo ancora comunista, ma riformatore. Poi questo governo venne sostituito da un secondo esecutivo, sempre guidato da Nagy, ma formato da partiti anche democratici e non comunisti. Nel giro di appena una settimana, stando alle cronache di Montanelli, la società civile rifiorì di colpo. Aziende, giornali, partiti, la Chiesa, tutto tornò a vivere.
Ma a Mosca avevano già deciso la sorte dell’Ungheria. La rivoluzione doveva essere schiacciata nel sangue. Chrushev, inizialmente contrario all’intervento armato, venne persuaso da Molotov e dalla vecchia guardia, che era meglio non lasciare un esempio di nazione comunista indipendente. O tutto il sistema sarebbe crollato come un castello di carte (come effettivamente avvenne nel 1989). L’Urss attendeva solo il momento opportuno. E l’opportunità venne offerta su un piatto d’argento dall’attacco anglo-franco-israeliano all’Egitto di Nasser che aveva appena nazionalizzato il Canale di Suez. Negli Usa, l’amministrazione Eisenhower reagì con una dura condanna dell’azione dei suoi alleati, allineandosi per una volta alla politica estera sovietica. Con l’Occidente diviso, i carri sovietici poterono entrare quasi inosservati in Ungheria. L’appello all’Onu rivolto dal premier Nagy cadde nel vuoto. Nel giro di una settimana la rivoluzione era stata annientata: quasi 2700 morti fra i ribelli contro circa 700 soldati sovietici e comunisti ungheresi. Nagy verrà impiccato due anni dopo, assieme al ministro della Difesa (ed ex comandante della polizia) Pal Malater.
La repressione della rivoluzione ungherese era figlia della logica delle sfere di influenza, stabilite alla conferenza di Yalta (1945) sul finire della Seconda Guerra Mondiale. A Yalta, è bene precisarlo, nessuno aveva dato carta bianca a Stalin per occupare in modo permanente l’Europa orientale. Quelle linee che erano state tracciate da Churchill e Stalin sulla mappa dell’Europa, riguardavano aree di occupazione militare temporanea, zone da presidiare dopo la sconfitta della Germania. Non era una spartizione dell’Europa, di tipo imperiale. Roosevelt e Churchill erano infatti entrambi sostenitori del principio di autodeterminazione dei popoli. Fu Stalin a interpretare quella divisione come una spartizione e a comportarsi da novello imperatore, stavolta comunista. L’Armata Rossa non si ritirò mai. L’autodeterminazione venne negata. Le elezioni furono una farsa e ovunque ci fossero soldati sovietici i partiti non comunisti sparirono, così come tutto ciò che non era allineato al nuovo sistema.
Dopo le prime, vane, resistenze opposte da Churchill, la divisione dell’Europa divenne una realtà, accettata non di diritto, ma di fatto. Eisenhower, il generale che aveva liberato l’Europa occidentale, era uno dei più convinti non-interventisti nella zona occupata dai sovietici. Tuttora viene portato ad esempio dall’ala più isolazionista dei Repubblicani americani. Quando i carri armati sovietici entrarono a Budapest nel 1956, Eisenhower lasciò gli ungheresi al loro destino. Fu più forte la sua protesta contro gli alleati che stavano intervenendo contro l’Egitto che non quella contro i sovietici che schiacciavano un popolo. Perché era “roba loro”.
I rivoluzionari di allora ci mandano un messaggio ancora oggi: mai più “sfere di influenza”. Eppure, paradossalmente, ancora oggi i Repubblicani americani, Trump in primis, le vorrebbero ancora. E anche i maggiori partiti della destra europea occidentale, sono fra i maggiori sostenitori del ritorno delle sfere di influenza, come strumento di pace. Non c’era pace, al di là della cortina di ferro, ma una guerra contro i popoli assoggettati all’Urss. Però oggi questa realtà, che già allora era sotto gli occhi di tutti, pare dimenticata, anche da chi era anticomunista ai tempi della Guerra Fredda. Ieri la Georgia, oggi l’Ucraina, domani forse la Moldova o addirittura i Paesi Baltici, hanno fatto, stanno facendo o possono fare la fine dell’Ungheria nel 1956. Sono tutti paesi che si sono affrancati con successo dal regime post-comunista di Mosca, ottenendo il ritiro delle forze sovietiche e poi russe, la fine di regimi corrotti scelti da Mosca e un percorso di integrazione in Unione Europea che, almeno nel caso dei Paesi Baltici, è andato a buon fine con successo con la loro adesione nel 2004.
Mosca ha reagito con la forza nel 2008 contro la Georgia e dal 2014 contro l’Ucraina. La risposta occidentale è stata timida, ma almeno libera dall’idea che esistano sfere di influenza. Che non ci sono. Che non erano legittime nemmeno nel 1956, ma che a maggior ragione non esistono più, né di fatto, né di diritto, dal 1991, quando l’Urss e il Patto di Varsavia hanno cessato di esistere. Non esiste alcuna logica, né alcun accordo, né alcun diritto russo di conquistare paesi che avevano fatto parte dell’impero sovietico. Tornare all’idea delle sfere di influenza sarebbe il più grande tradimento del mondo libero nei confronti dei popoli europei.

