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Le due facce del prestito Fiat


È stata sufficiente la notizia che la Fiat aveva chiesto a Intesa un prestito garantito dallo Stato di 6,3 miliardi di euro per scatenare un putiferio: chi sostiene che dare soldi (o meglio garanzie) alla Fiat è tornare ai tempi degli Agnelli quando vigeva la regola “utili a me, perdite allo Stato” e chi sostiene che solo il pensare di entrare nel capitale dell’azienda sia una mossa in puro stile sovietico. Come spesso succede l’ideologia fa perdere di vista i problemi reali, la realtà quotidiana.
Infatti tutto ruota attorno a una necessità – quella di salvaguardare una filiera che dà lavoro a circa 450.000 italiani – e a un dilemma riguardo alle necessità della Fiat: il suo è un problema di liquidità o di solvibilità?

Lo Stato non avrebbe nulla da perdere perché se la Fiat fallisse perderebbe comunque tutto o perché dovrebbe garantire il rientro a Intesa o perché vedrebbe annullarsi il capitale, mentre se, come più che probabile, andasse tutto bene potrebbe realizzare un utile incassando i dividendi e vendendo le azioni a un prezzo maggiore.
È un problema, come si vede, di scelte razionali ed economicamente valide e non di slogan o di veti ideologici o propagandistici.
Stiamo parlando non tanto di investire 5/6 miliardi di euro, ma di salvare una filiera di 450.000 operai e una delle basi dell’industria italiana. Oppure preferiamo continuare in scelte tipo Alitalia che continua a ingoiare miliardi senza uno scopo e con il solo obiettivo di salvare consensi?
L’Italia non può permettersi un’altra Ilva o un’altra Alitalia

di Angelo Gazzaniga

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