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E così l’Europa deve “abbassare i toni” con la Russia?

Di Stefano Magni>

Sarebbe questo il suggerimento spassionato che Elbridge Colby, vicesegretario alla Guerra degli Usa, ha dato ai funzionari della Nato in visita al Pentagono, nei giorni scorsi. La notizia è ufficiosa, i funzionari Nato non hanno emesso dichiarazioni o comunicati, hanno semplicemente parlato all’agenzia Reuters, mantenendo l’anonimato. Ma conoscendo il personaggio, Colby, niente di più probabile.
Il suggerimento del vicesegretario americano è un’applicazione concreta della fiaba del lupo e dell’agnello. Per chi non la ricorda: il lupo beve a monte, l’agnello a valle, ma è il lupo che accusa l’agnello di inquinargli l’acqua, giusto per avere un pretesto ufficiale per sbranarlo (ma tanto lo avrebbe sbranato comunque). In questa variante inedita, abbiamo l’avvocato dell’agnello (Colby) che gli intima di stare zitto e subire la minaccia del lupo. L’Europa, anche da prima dell’invasione russa dell’Ucraina, sta subendo una forte pressione da Mosca, sotto forma di ricatto economico, propaganda ostile, incidenti militari e deliberate provocazioni di confine (ormai non si contano più), oltre a una serie di minacce serie di attacco nucleare. Putin è attualmente l’unico capo di Stato che, parlando in pubblico, minaccia l’uso dell’arma nucleare contro le città europee e lo sta facendo dal 2022, in modo sempre più esplicito. Il 29 ottobre, solo per citare l’ultima sparata in ordine di tempo, il dittatore russo ha caldamente invitato gli europei a non trasformare il Baltico in “acque di crisi”, paragonando il mare nordico allo Stretto di Hormuz. “Siamo pronti, ma non vogliamo una guerra con l’Europa”, ha dichiarato, aggiungendo che, se qualcuno desidera un confronto, deve prepararsi alle conseguenze. Putin ha poi avvertito che, se la situazione dovesse spingersi troppo oltre, “non ci saranno vincitori”, altro chiaro riferimento alla distruzione reciproca assicurata di una guerra nucleare.
Di fronte a provocazioni e toni sopra le righe, la Nato ha sempre scelto la via della prudenza. Non si trova nulla di simile nelle dichiarazioni dei leader europei, neppure dei polacchi e dei baltici, che pure confinano con la Russia e sono più esposti alla pressione del Cremlino. Il massimo che il governo tedesco di Merz ha scelto di fare, in risposta a un tentativo di attentato russo all’aeroporto di Lipsia, è stata la chiusura di un centro culturale russo. Quindi non proprio una minaccia di guerra. Quel che gli europei si limitano a dire, per bocca dei capi dell’intelligence e dei capi di Stato Maggiore degli eserciti nazionali e Nato, è che la guerra con la Russia costituisce ormai una possibilità, dunque bisogna essere militarmente pronti, se non altro per far da deterrente e scoraggiare un’aggressione.
Allora, che cosa vuole Colby da noi? Prima di tutto occorre ricordare che è pur sempre un membro dell’amministrazione Trump. E il presidente americano, sotto elezioni, vuole farsi vedere come l’artefice della pace in Ucraina. Vuole ottenere una cessazione delle ostilità, col suo solito metodo: carta bianca alla parte forte e pressioni sulla parte debole per indurla ad accettare condizioni di pace, qualunque esse siano. La parte forte è la Russia e, mai come in quest’ultimo mese, Trump ha dato a Mosca così tante concessioni, dall’acquisto di gasolio fino alla promessa di rimuovere tutte le sanzioni economiche in cambio di una tregua (neppure una pace) in Ucraina. E “probabilmente” così fa anche gli interessi delle aziende di sua proprietà, di proprietà dei suoi parenti e sodali: la storia degli affari di Trump in Urss e poi in Russia risale al 1987. Al tempo stesso, mai come in quest’ultimo mese, le pressioni Usa sull’Ucraina sono state più pesanti, sia verbalmente (invitando il presidente Zelensky a farsi da parte), sia militarmente (rallentando, a intermittenza, il segnale satellitare di Starshield, provocando gravi danni alla difesa ucraina, anche a spese dei civili bombardati). L’invito di Colby agli alleati europei è dunque un’intimazione a non disturbare il gioco di Trump.
Non bisogna poi dimenticare che Elbridge Colby, uno dei maggiori esperti di politica di difesa in ambito repubblicano (e nipote del più celebre direttore della Cia, William Colby), ha sue idee molto forti, incompatibili con la sicurezza euro-atlantica. La sua teoria è quella che ormai i destini del mondo si giochino in Asia e nel Pacifico. Dunque gli Usa dovrebbero lasciare del tutto gli alleati della Nato e lasciar da solo anche Israele e tutto il quadrante mediorientale, per concentrarsi interamente nel Pacifico, contro la Cina. Colby è di scuola “realista”, quindi non vuole ragionare in termini ideologici, ma solo di interessi. Dal suo punto di vista, democrazia e dittatura pari sono. Non ha neppure nulla in contrario, sul piano ideale, al regime comunista di Pechino, che ritiene un interlocutore rispettabile. Semplicemente ritiene che la Cina stia emergendo come potenza mondiale e gli Usa debbano mantenere il primato. Punto. Questo, a suo dire, deve essere l’unico ruolo di Washington, tutto il resto, Corea inclusa (che pure è in Asia) è distrazione. Fosse per lui, gli Stati Uniti si sarebbero già dovuti ritirare dalla Nato, almeno dalla fine della Guerra Fredda. Non vede di buon occhio neppure la presenza di alleati democratici nello stesso scacchiere del Pacifico. E’ stato infatti Colby a chiedere al Regno Unito di ritirare la propria squadra navale dal Mar Cinese Meridionale (“Non vi vogliamo!” pare abbia detto, volgarmente, ad attoniti ufficiali britannici presenti al Pentagono) e a mettere in discussione il trattato di partnership con Australia e Regno Unito (Aukus) per la costruzione di nuovi sottomarini nucleari. Nella sua visione del mondo, si deve giocare una partita a due, Usa contro Cina, senza scomodi alleati di mezzo.
Il senso di Trump per gli affari con la Russia, unito al “realismo” di Colby, sono per noi europei una miscela pericolosissima. Non resta che farci forza con i nostri mezzi: inutile storcere il naso su false dicotomie, come “soldi alla Difesa o alla Sanità”, perché dobbiamo per forza spendere di più in Difesa. In caso di attacco russo, per altro, la Sanità collasserebbe più che durante il Covid. E al realismo del Pentagono, dobbiamo, sempre per forza, contrapporre i nostri valori di alleanza fra paesi liberi. Da soli, presi singolarmente, siamo finiti. Alleati possiamo farcela, con l’unico criterio di proteggerci a vicenda fra paesi liberi, anche fuori dal vecchio continente, cooptando Canada, Australia, Nuova Zelanda, Corea del Sud, Giappone e possibilmente riconoscere anche Taiwan. Cooptare, insomma, tutte quelle democrazie che l’America sta snobbando per perseguire la sua particolare politica di potenza.

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