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ABOLIZIONE DEL BOLLO: UNA MOSSA CONTRARIA ALL’EQUITA’ FISCALE

Di Angelo Gazzaniga

L’abolizione del “bollo” è stata criticata con tante motivazioni, ma quella poco considerata è che sia un’operazione contraria ai principi di equità fiscale che dovrebbero guidare un’economia liberale.
Infatti quello che è impropriamente chiamato “bollo” (con riferimento a un sistema fiscale ormai desueto) si chiama da anni “tassa di possesso”.
È quindi una tassa, cioè qualcosa che viene richiesto ai cittadini in cambio di una prestazione fornita dallo Stato e di cui un esempio classico è la tassa sui rifiuti: calcolata in base alle dimensioni dell’alloggio e al numero degli abitanti.
Allo stesso modo funziona la tassa di possesso sulle auto: si dovrebbe pagare in quanto lo Stato fornisce ai loro possessori una molteplicità di servizi, dai semafori, alla manutenzione delle strade, dalla polizia stradale agli spazi occupati dalle auto posteggiate.
Quell’equità fiscale che dovrebbe essere uno dei pilastri di un sistema fiscale veramente efficiente e liberale perché altrimenti quel contributo per i servizi utilizzati lo pagano altri che questi servizi non utilizzano (ricordando quanto diceva Einaudi: non esiste la minestra gratis).
E anche la giustificazione che il “bollo” è uno dei tributi più odiati (come se esistessero tributi amati) non da merito all’intelligenza degli italiani che sarebbero in grado di valutare solo le poche centinaia di euro che pagano direttamente e non le migliaia che pagano senza accorgersi: basti pensare alle trattenute su stipendi e pensioni…
Perché un sistema tributario più è confuso e irto di manovre populiste e casuali più è ingiusto e punitivo verso certi cittadini e il sistema italiano ne è un esempio eclatante.

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