Di Angelo Gazzaniga<⁄em>
Da liberali vorremmo uno Stato che si occupa di fornire ai cittadini e alle imprese servizi adeguati, una burocrazia agile e snella, una magistratura efficiente, una legislazione semplice, chiara e puntuale, lasciando poi libertà di agire le imprese nel modo che ritengono più opportuno. Questo non implica che non ponga limiti, paletti o regola all’attività delle imprese: ma devono essere regole che valgano per tutti e non discriminatorie; valgano come esempio le norme antritrust che in America all’inizio del secolo scorso portarono allo smembramento di aziende potenzialmente monopolistiche come quelle petrolifere o delle telecomunicazioni.
Invece lo Stato italiano sembra andare in senso opposto: acquista partecipazioni in aziende, ne cerca il controllo o addirittura cerca di distorcere la concorrenza a favore di amici o alleati, oppure prende la gestione di aziende ormai decotte per salvare i posti di lavoro.
Ne sono esempio la vicenda della vendita di una quota dell’Mps fatta in maniera talmente distorsiva delle leggi della concorrenza da suscitare l’interesse della magistratura; quella più recente della defenestrazione di Cingolani da amministratore di Leonardo perché inviso agli americani o quella drammatica di Alitalia che, fallita tre volte, è stato poi praticamente regalata alla Lufthansa.
In rutto questo scenario di dirigismo e di interventismo nell’economia, lo Stato non fa invece quello che dovrebbe: le grandi riforme previste nel Pnrr (riforma della burocrazia, della magistratura, dell’istruzione) sono praticamente fallite in una serie di piccoli rivoli di spesa buoni per lo più a soddisfare i potentati locali ma certamente non a creare quello slancio necessario alla ripresa.
Proprio questo potrebbe essere uno dei motivi della stagnazione di questi ultimi vent’anni: lo Stato non deve fare l’imprenditore, quello è un lavoro che va fatto fare a chi lo sa fare, ma fornire strutture e servizi efficienti e moderni.


