“La Storia ha sempre una carta di riserva”
Federico Caffè
Lucifero fa sesso con il “punto di equilibrio”, facendo scacco matto all’Occidente con la triade Xi Jinping, Putin e il leader della Corea del Nord Kim Jong-un, che sono i principali nemici dell’Open Society Fund creata da George Soros nel 1979.
“Roman, due mesi. Concepito, nato e morto in guerra volando da uno squarcio al sesto piano. In piena notte un drone Shahed ha sventrato questo palazzo del quartiere Sviatoshinsky, periferia popolare di Kiev. E’ entrato in casa e ha portato via con sé il neonato uscendo dall’altra parte dell’edificio. Non è stata l’ennesima notte infernale, è stata la peggiore da tre anni e mezzo di guerra. Mai erano volati così tanti droni e missili in un solo agguato infinito: 818, lanciati in stormi di attacchi ovunque.”. Così riporta Paolo Brera, inviato da Kiev per “la Repubblica”, raccontando l’inizio della III guerra. Le parole di un fine analista come Ezio Mauro nel suo editoriale “Quella sfida all’Occidente” sono drammatiche, e non meno autorevoli di quelle del capo dello Stato Sergio Mattarella al forum Ambrosetti di villa d’Este: “… Con l’Eurasia si supera il concetto di Est, che prevedeva la centralità europea del mondo, e l’ideologia torna a contagiare la geografia. Riemerge l’idea di Oriente, la parola – Vostok – che Kruscev volle far scrivere sulla capsula di Jurij Gagarin, quando volò per primo intorno alla terra, per lanciare una sfida e un’obiezione concorrente a Europa e Stati Uniti. Siamo di nuovo qui, ma con una domanda in più rispetto ad allora: mentre sorge l’Eurasia, la nostra civiltà democratica ha esaurito le sue risorse oppure è capace di fermare questo triste crepuscolo dell’Occidente?”.
La carta di riserva è Mikhail Khodorkovsky, uno degli eredi (non l’unico) di George Soros e fondatore di Open Russia. Pensare che lo scontro tra lui e Putin e la filosofia reazionaria di Alexander Dugin sarà incruento, è quanto meno utopico. Molto sangue scorrerà.
“Personalmente sono particolarmente diffidente nei riguardi del concetto di equilibrio… Nei primi anni Cinquanta, quando ero studente, l’ideologia del laissez-faire era ancora più inaccettabile di quanto sia oggi l’intervento statale in economia. L’idea che potesse fare una ricomparsa sembrava inconcepibile. Io credo che il revival del fondamentalismo del mercato si possa spiegare soltanto con la fede in una qualità magica (la “mano invisibile” del mercato) che è persino più importante del fondamento scientifico. Non per nulla, il presidente Reagan parlava di “magia del mercato”. Una caratteristica cruciale delle convinzioni dei fondamentalisti è che poggiano su giudizi di tipo aut-aut. Se un enunciato è errato, sostengono che è giusto il suo opposto. Questa incoerenza logica sta al cuore del fondamentalismo del mercato. L’intervento dello Stato nell’economia ha sempre prodotto qualche risultato negativo: ciò vale non soltanto per la pianificazione centralizzata, ma anche per il welfare state e per la gestione keynesiana della domanda. Da questa banale constatazione, i fondamentalisti del mercato traggono una conclusione completamente illogica: se l’intervento statale è sbagliato, il libero mercato dev’essere perfetto. Pertanto, non bisogna permettere che lo Stato intervenga nell’economia. Inutile dire che la logica di questa argomentazione fa acqua da tutte le parti. A onor del vero, è raro che le argomentazioni a favore della liberalizzazione dei mercati vengano presentate in forma così rozza. Al contrario, studiosi come Milton Friedman hanno presentato gran copia di statistiche, e i teorici delle aspettative razionali hanno fatto ricorso a tutti gli arcani della matematica. Mi si dice che alcuni hanno incorporato nei loro modelli dati imperfetti e asimmetrici; ma il loro scopo professato, nel fare i salti mortali, era generalmente quello di creare le condizioni della perfezione, cioè l’equilibrio. Tutto ciò mi ricorda i dibattiti fra i teologi del Medioevo che si chiedevano quanti angeli potessero danzare sulla capocchia di uno spillo.
Il fondamentalismo del mercato svolge un ruolo cruciale nel sistema capitalistico globale. Da qui proviene l’ideologia che non soltanto motiva molti dei partecipanti di maggior successo, ma che
alimenta anche le decisioni politiche. In sua assenza non potremmo parlare di regime capitalista. La politica ha cominciato a essere dominata dal fondamentalismo del mercato attorno al 1980, all’epoca in cui Margaret Thatcher e Ronald Reagan sono andati al potere più o meno contemporaneamente. Il trend comune, cioè la concorrenza internazionale attorno ai capitali, era cominciato prima, con le due crisi petrolifere degli anni Settanta e la creazione di un mercato offshore in eurovalute (fu un errore delle Sette Sorelle, offuscate dall’ideologia, respingere la “fifty-fifty” proposta da Enrico Mattei: sono sicuro che lo stesso Soros sarebbe d’accordo!, ndr). Da allora, opinioni e trend si sono rafforzati a vicenda. Si tratta di un processo molteplice, con svariate facce, difficili da discernere l’una dall’altra… “.
Così ha scritto George Soros nel 1999 nel suo instant book “Per una riforma del capitalismo globale” edito da Ponte alle Grazie: il grande market operator e Homo Philosophicus ungherese, dotato di un forte “sense of homour” e di una straordinaria ingenuità, costituisce uno dei puntini delle mie costellazioni interiori, con lo stesso eccesso fanatico di Sigmund Freud (sic!) nel ridurre la realtà alla ragione attraverso il trucco del “mito dell’eziologia” (per parafrasare Irving Stone).
Orbene, sembra proprio di leggere Soros guardando l’intervista di Tagadà a Carlo Cottarelli, ordo-liberale usque ad nauseam in punto di negazione della realtà, e candidato a sostituire Giorgia Meloni in caso di tempesta perfetta dei mercati. Vediamo subito il vulnus dell’equilibrio:
“Il Piano Fanfani mi sembra abbia creato oltre 350.000 nuove abitazioni, in un periodo in generale in cui la presenza dello Stato era importante in quest’area; l’edilizia popolare è andata avanti poi per decenni; si è praticamente esaurita negli anni Novanta, fondamentalmente perché non c’erano più soldi. Il debito pubblico era aumentato comunque; si sono usate le risorse dello Stato per altre cose, e quando il debito è cresciuto molto c’erano pochi soldi rimasti per fare altre cose, anche perché la spesa per gli interessi sul debito è aumentata (ma Pomicino era in polemica con Helmut Kohl, ndr); da lì si è provata un’altra strada, lasciata molto spesso alle Regioni. Ma è chiaro che c’è un problema molto serio di produzione di case a prezzi che siano (accessibili, ndr); bisogna trovare i soldi, e i soldi non è che siano tantissimi. Quanto potrebbe costare, non so, fare 100.000 nuove case? (Cottarelli omette di dirlo, ma 100.000 nuove case costerebbero in termini di DEFICIT SPENDING, ndr). Ma qui si parla di decine di miliardi, naturalmente distribuiti in diversi anni: un paio di ponti di Messina servirebbero forse a fare 100.000 nuove case; se si vuole fare il ponte di Messina invece che le nuove case, i soldi sono quelli (Cottarelli ragiona con il trucco dell’ordo-liberale, rimuovendo la necessità inderogabile di spendere in disavanzo, ndr) che cominciano a mancare.”
“Se ci fosse stato lei in via 20 Settembre, non avrebbe dato l’autorizzazione a fare il ponte?”
“Non saprei. Io non ho niente contro le grandi opere, però nella situazione attuale l’emergenza è forse appunto quella delle case popolari, eppure se guardiamo la Sicilia ci sono problemi di viabilità all’interno della Sicilia; ci sono problemi di fornitura dell’acqua, e cose di questo genere. Non sono contrario alle grandi opere, però in questo momento darei priorità ad altre cose.”
Sono costretto “obtorto collo” ad autocitarmi, ma su Libertates nel settembre 2025 avevo scritto: “Herbert Hoover lasciava morire di fame la gente, pur di non far intervenire lo Stato nel 1930 nella sua fede ideologica nel laissez-faire (oggi Trump commette lo stesso errore con il “One big beautiful bill”, che è stato criticato dal finanziere Ray Dalio ed è compatibile con lo shock dei mercati, ndr); se Cottarelli fosse oggi al governo, lascerebbe morire di fame la gente in perfetta buona fede… “.
La lettura ideologica di Cottarelli o Mister Forbici, è smentita dall’ottima analisi del reporter Giuseppe Colombo su “Economia” de “la Repubblica” alla voce “Ministeri in ritardo sul Pnrr, spesa rinviata fino al 2029”.
A onor del vero, il Pnrr è la saldatura perfetta tra Friedman e Keynes. Non è vero che “bisogna
trovare i soldi, e i soldi non è che siano tantissimi”. La realtà esiste, caro Cottarelli. E non può essere piegata alla teoria.
Scrive Colombo, rivelando suo malgrado l’utilità dell’Open Society Fund:
“I compiti per le vacanze li hanno fatti in pochi. “Una manciata di ministri” – raccontano fonti di governo – ha completato il documento sullo stato di avanzamento del Pnrr. Quello che Palazzo Chigi aveva raccomandato di chiudere durante la pausa emotiva non è un report qualsiasi. E’ quello che deve cerchiare in rosso i progetti in ritardo per capire che fine faranno: se cioè saranno salvati con la revisione del Piano nazionale di ripresa e resilienza o se, al contrario, finiranno nel cestino. Ballano miliardi. Da consegnare agli altri dicasteri, certificando di fatto l’insuccesso del proprio. Ecco perché la maggior parte dei ministri non ha fornito ancora tutti i chiarimenti richiesti dalla Struttura di missione, il “cervellone” del Piano di stanza alla presidenza del Consiglio.
E si spiega così anche l’ultimatum partito nelle ultime ore proprio da Palazzo Chigi per raggiungere i ministri inadempienti. L’avviso recita grosso modo così: è il momento di tirare una linea. E’ lo stesso messaggio che Giorgia Meloni aveva consegnato alla riunione del Cdm (Consiglio dei ministri, ndr) del 24 luglio, quando aveva raccomandato ai presenti di fare presto una fotografia dettagliata dell’avanzamento dei progetti perché – avvisò – “ognuno di voi risponderà delle risorse spese o non spese.”
Nel frattempo è passato più di un mese, ma il quadro generale è ancora incompleto. Solo che ora alla bandiera a scacchi manca meno di un anno (giugno 2026, ndr). E in mezzo bisogna portare a casa la revisione del Piano. Le stesse fonti assicurano che “le cose si faranno più chiare tra qualche giorno”, ma intanto il tempo stringe. Per questa ragione, la trattativa tra i tecnici del governo e quelli della Commissione europea si sta intensificando negli ultimi giorni. L’obiettivo è concordare quante più modifiche possibili al Piano prima dell’invio della proposta di revisione a fine settembre. In questo modo, infatti, l’esecutivo punta a incassare il via libera della Ue entro ottobre e avere almeno dieci mesi di tempo per completare il nuovo Piano. A fronte di obiettivi, quelli della nona e decima rata, che saranno rimodulati, ci sono progetti che hanno già buone possibilità di salvarsi. Non solo perché traslocheranno sui fondi di coesione, guadagnando tre anni di tempo. C’è anche un altro salvagente che sta prendendo forma. Si chiama “facility”. E’ un veicolo finanziario che serve a congelare le risorse fino al 2029, individuando i beneficiari entro il 2026. L’Italia lo conosce bene perché l’ha riempito già con 8 miliardi (la Spagna con più di 70 miliardi) e ora si appresta a renderlo più corposo. In realtà non ci sarà un solo salvagente: l’idea è crearne uno per ogni singolo ministero.”
Fermiamoci un momento. Per dirla alla Albert Einstein, “Non puoi risolvere un problema con lo stesso tipo di pensiero con cui lo hai creato”. Repetita iuvant: “in realtà non ci sarà un solo salvagente”; la realtà è la piattaforma dell’Open Society Fund. Questi sono soldi a “debito”, ancorchè keynesianamente:
“Ognuno avrà un soggetto attuatore: lo stesso dicastero o un altro soggetto. Come potrebbe accadere all’Ambiente, che conta di mettere in salvo risorse per 4 miliardi e affidare il monitoraggio al Gse. Sono tutti fondi relativi a progetti che hanno una percentuale di realizzazione molto elevata, ma non al punto da arrivare al 100% entro la scadenza dell’estate 2026.”
Dicano i lettori, se questo non è il DEFICIT SPENDING: “Nella lista figurano le comunità energetiche per gli impianti da fonti rinnovabili: a fronte di un’accelerazione registrata dopo l’ampliamento del perimetro dei Comuni coinvolti (il limite è passato da cinquemila a 50 mila abitanti), si registrano difficoltà sulla connessione degli stessi impianti. Circa un miliardo finirà nel freezer per l’agrivoltaico. Dentro anche 350 milioni per l’utilizzo dell’idrogeno nei settori industriali più inquinanti e altri 800 milioni degli investimenti per il biometano. Le stime sono provvisorie: il totale è vicino ai 4 miliardi. Anche il ministero dell’Università lavora al suo salvagente. A fronte di
60 mila domande, tutte idonee, per gli studentati, l’obiettivo è mantenere il target di 60 mila nuovi posti letto. Da realizzare entro il 2029. Su questo e su tutti gli altri salvataggi, l’ultima parola spetta a Bruxelles.”
Carlo Cottarelli non ha ragione in senso “kantiano” delle sue asserzioni, ma se sarà al governo verrà condizionato “nevroticamente” – mia sia concessa la battuta – da quello che The Irish Times ha ribattezzato – nel marzo del 2012 – lo “psico-reato di Keynes”; non resta allora che la battuta fantastica di Soros: “Non è importante che tu abbia ragione o torto, ma quanti soldi fai quando hai ragione e quanto perdi quando hai torto”.
E’ poi interessante rilevare che “Affari e finanza” del 7 luglio 2025 pubblica il dossier “Responsabilità sociale, nuova frontiera del fare impresa”; tuttavia non si può portare il laissez-faire al “punto di equilibrio”, e vedremo perché; scrive Sibilla Di Palma che:
“Un tempo relegato al dibattito istituzionale, oggi il principio di sussidiarietà è diventato un concetto chiave per comprendere come stia evolvendo il ruolo delle imprese nella società. In un Paese in cui il settore pubblico fatica a far fronte da solo alle sfide sociali, economiche e ambientali, cresce il numero di aziende che scelgono infatti di agire da partner dello Stato, puntando a contribuire al benessere collettivo attraverso sinergie e collaborazioni con istituzioni e terzo settore.
“Le aziende oggi non possono più limitarsi a perseguire esclusivamente obiettivi di profitto, ma sono chiamate ad allargare i propri orizzonti, assumendo una responsabilità più ampia nei confronti della collettività e dei territori nei quali operano”, sottolinea Lorenzo Fronteddu, corporate affairs e communication director di Jti Italia, azienda attiva nel settore del tabacco che ha scelto di integrare nella propria strategia aziendale i concetti di sussidiarietà, sinergia e collaborazione con il mondo istituzionale e del non profit.” “Per noi, abbracciare la cultura sussidiaria significa diventare partner dello Stato, affiancandolo nella lettura e nella gestione delle sfide del nostro tempo”, spiega Fronteddu, per il quale le imprese, grazie al loro radicamento nei territori, hanno la possibilità di intercettare in modo tempestivo i bisogni emergenti e di rispondere con soluzioni operative efficaci. “E’ sempre più importante, quindi, procedere verso un rapporto di collaborazione aperto e costruttivo, dove ciascun attore, pubblico e privato, possa metter a fattor comune visioni, esperienze e capacità operative, nell’interesse del sistema Paese.”
La teoria della Mano Invisibile secondo Adam Smith ancorchè parte integrante nelle costellazioni di chi scrive, assurta a paradigma totalitario del nostro tempo, non è universalmente valida come si evince dall’incipit della riflessione di Sibilla Di Palma:
“Nuove fragilità sociali e il progressivo arretramento del welfare pubblico stanno spingendo un numero crescente di aziende a riscrivere il proprio ruolo nella società. Sempre più imprese scelgono infatti di adottare un approccio orientato alla responsabilità sociale, impegnandosi attivamente nel miglioramento del benessere collettivo. Non si tratta solo di “fare del bene”, ma di coniugare la creazione di valore economico con quella sociale e ambientale, secondo una visione integrata e sistemica che considera l’impatto dell’impresa nel suo insieme: sulle persone, sull’ambiente… “. L’assunto dell’egoismo non può essere portato al “punto di equilibrio”, a differenza di quanto osservava Milton Friedman e prima di lui lo stesso filosofo di Kircaldy.
Continua Di Palma: “… In questo scenario, il welfare pubblico mostra segni di affanno, anche a causa di una crescente pressione sui conti pubblici dovuta all’invecchiamento della popolazione, alla denatalità e a trasformazioni strutturali del mercato del lavoro. Secondo il Rapporto 2024 del think tank “Welfare Italia” di The European House – Ambrosetti, servirebbero 176 miliardi di euro aggiuntivi per garantire la sostenibilità del sistema di protezione sociale italiano… “.
Orbene, 176 miliardi di euro aggiuntivi per garantire il welfare italiano significa che lo Stato deve intervenire.
Soros ha vinto, nel momento in cui ha perso: dobbiamo rifuggire dal “punto di equilibrio”. Intanto, leggo su “la Repubblica” del 3 settembre 2025:
“Parata contro l’Occidente: “Dopo il vertice di Tianjiu, il presidente cinese XiJinping si prepara alla parata in piazza Tienanmen a Pechino con Vladimir Putin e Kim Jong-un. Donald Trump: “Non è una sfida agli Usa, la Cina ha bisogno di noi”. E si dice “molto deluso” dal leader russo. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz parteciperà solo in video alla riunione dei volenterosi.”
E’ l’ora più buia dal 1940, e Putin entrerà come un barbaro nelle nostre vite.
E allora, per citare Rony Hamaui, è il caso di ricordare la lezione di Seneca nel Epistulae Morales (XVI, 3): “Nihil nimis.” Ovvero, nulla di troppo.
di Alexander Bush


