SERGIO CUSANI, SCOMPOSIZIONE DELL’IO MENO GRAVE DI FRANCESCO COSSIGA

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Di Alexander Bush<\em>

“Chi non vuol far sapere una cosa, in fondo non deve confessarla neanche a se stesso,
perché non bisogna mai lasciare tracce”
Giulio Andreotti

Il vero giocatore non giuoca per vincere, ma per perdere. Non ha pace finché non ha perso tutto (vedi Piero Ottone, Camillo Benso di Cavour edito da Longanesi). Stavo per copiarlo.
Non tutto è perduto, nel “Viaggio al termine della notte” per parafrasare Louis Ferdinand Céline che ha i colori della “distruzione creatrice” di Joseph Schumpeter. Vi do una buona notizia tra le geometrie dello Zeitgeist senza pace: di fatto, nessuno si è reso conto che è cominciata la III guerra con il fantasma di Jeffrey Epstein. Sergio Cusani è vivo e ha firmato un’opera magistrale, “Il colpevole. Serafino Ferruzzi. Raul Gardini. La maxitangente. I potenti visti da vicino” edito da Rizzoli, che lo mette al livello di Romain Gary: l’eccesso del polytropos, o la versatilità del talento nella “scomposizione dell’Io”, accumuna i due uomini di genio. Era vero anche di Serafino Ferruzzi. Opere che vivono di vita autonoma e si ribellano ai loro autori, tingendosi di nero; è pericoloso generare capolavori, come “L’attimo fuggente”. Gary si tolse la vita nel 1980 dopo aver consegnato il proprio manoscritto “Al di là di certi limiti” al suo editore: morire di genialità, o non avere la capacità di fermarsi in tempo. Gary, bipolare, aveva assunto troppe identità al punto che nel libro “Relazione intima” da cui è tratto il film del 1971 (a onor del vero, non ho letto il libro) scrisse: “Essere molte cose significa essere nessuno: lo ha detto Kant”. Per fortuna, Cusani non è bipolare.
Orbene, ho già scritto troppo: Sergio detto Sergino Cusani ha vissuto quattro vite caratterizzate dall’ombra dell’autolesionismo nell’insoddisfazione cronica o dalla frustrazione del “diniego” nella depressione, finendo in carcere il 23 luglio 1993 per rimanervi più di cinque anni, dal giorno del suicidio di Raul Gardini, per ordine del quale assunse la funzione di postino della maxitangente Enimont. Sono stupendi i rilievi di Beppe Piroddi, re dei playboy e business man dal tratto geniale dipartito qualche anno fa, nel libro “L’amateur” scritto a quattro mani con Gigi Moncalvo; è difficile dire se l’abbia scritto Piroddi, o Moncalvo… “Estremamente intelligente. Dotato di grandissima sensibilità. Capace di capire in qualsiasi momento in quali acque si stesse muovendo. Colto, ma non come e quanto dice di essere, né come e quanto vorrebbe far sembrare di essere. Ricco di queste doti, ma con un handicap esistenziale di non poco conto: perfino quando le cose andavano bene, era depresso, non era soddisfatto, non si sentiva né tranquillo né appagato… “. Questo handicap era presente anche in Gardini, giocatore di ramino pokerato o pokerista all’ultimo stadio con il demone dell’azzardo senza fine, fino al passaggio all’atto suicidario consumato in una partita andata male con un gambler più abile di lui: “Io penso che la vita debba essere vissuta fino in fondo, anche se a volte fa venire il mal di stomaco”; la frase fu pronunziata con la sofferenza celata dal volto tremebondo del ravennate. Cusani lo ha scritto bene: l’assalto alla Montedison nascondeva un’irrazionalità tout court nell’impresa del Pirata, ma era vero anche nell’acquisto della Standa da parte di Silvio Berlusconi che la rilevò da Gardini (sic!) come emerge da “Il colpevole” con il ritmo del thrilling. Nessuno dei due ragionava, e sognava a occhi aperti. Eppure, la fusione tra Eni e Montedison stava per far nascere il primo partenariato pubblico-privato in Italia, modificando per sempre i connotati della nostra economia, al limite di un successo sfiorato ma annegato dalla partitocrazia ingorda e corrotta della Prima Repubblica.
Ringrazio Carlo Sama, per avermi inviato via WhatsApp un articolo di Piero Ottone pubblicato su “L’Espresso” il 19 giugno 1993: Ottone, uomo di razionalità tout court – al punto che una volta, Carlo Caracciolo gli disse: “Piero, sei troppo razionale” – analizzava la scarsa razionalità di Gardini, e un’irrequietudine sospetta. Un mese dopo, si sarebbe tolto la vita. Un dettaglio interessantissimo emerge dal memoriale del “gesuita laico”, come lo chiamava Piroddi, leader del Movimento studentesco nella Bocconi: il marito di Idina Ferruzzi agognava al massimo risultato con il minimo sforzo, occupandosi scarsamente delle questioni di volta in volta esaminate e fidandosi soltanto del suo intuito; al contrario, Serafino, fondatore della dinastia Ferruzzi, aveva fatto sua la massima di Pablo Picasso: “Impara le regole come un professionista affinchè tu possa infrangerle come un artista”; anche Silvio non ha mai approfondito alcunché nella sua vita (sic!), ma facendo gli effetti speciali usque ad nauseam.
A proposito della tangentona Enimont, si trattava di 146 miliardi di lire pagati a quasi tutti i partiti dell’arco costituzionale a causa del closing fallimentare della joint venture Eni/Montedison alla voce Enimont, strozzata dal giudice Diego Curtò, reo confesso di corruzione in atti giudiziari e condannato: per la cosiddetta completezza dell’informazione, va precisato – a scanso di equivoci, come sa bene il professor Marco Fortis della Cattolica di Milano – che il Gruppo Ferruzzi e il ravennate Raul Gardini sono stati soggetti “concussi” giuridicamente e moralmente.
I corruttori erano i politici dello Scudo crociato senza Gesù e del Garofano senza dignitas, nonché
delle Botteghe Oscure senza libero mercato. Aver mandato in galera Cusani, che peraltro da insider della Borsa eseguiva un ordine impartitogli dal superiore, è stato ad avviso di chi scrive un comportamento anaffettivo al massimo con l’alibi della “notitia criminis” (che come George Soros mi ha insegnato, non è universalmente valida): un capro espiatorio doveva pagare per tutti, l’anello debole della catena. Perché c’è sempre un soggetto fragile in un cold case che si rispetti.
Cusani è arrivato vicinissimo al suicidio, lo ha raccontato lui stesso a Goffredo Buccini per Il Corriere della Sera. E in permesso dal carcere, incontrò Andreotti. Il prezzo del silenzio. Un incontro kafkiano come quello che l’ex agente segreto Francesco Pazienza ebbe con il Divo Giulio nel suo ufficio di Montecitorio: parlarono di Michele Sindona e Rodolfo Guzzi. Nell’occasione, il Gobbo gli chiese se si poteva eliminare l’avvocato Guzzi: è stato Frank Pazienza a raccontarlo come “superteste”, ancorchè reo confesso di corruzione per la sua deposizione al processo Andreotti.

Chiariamo una volta per tutte una circostanza: il maggiore beneficiario del suicidio di Raul Gardini è stato Giulio Andreotti, come ha chiarito apertis verbis l’ex pm Antonio Di Pietro (quasi ucciso nei troppi vestiti indossati: “Sono stato di tutto nella mia vita. E ho corso il rischio di essere ammazzato dalla mafia”) nella da me ultra-citata intervista a Susanna Turco per L’Espresso nel marzo 2020, che è stata inserita nelle motivazioni della sentenza della Corte d’Appello al processo Trattativa Stato/Mafia, in modo causalmente legato al verdetto di assoluzione degli esponenti del Ros dei carabinieri Mario Mori e Giuseppe De Donno. E’ una verità giudiziaria, prima che storica. Ma non è tutto. Sono costretto “obtorto collo” ad autocitarmi; nel saggio da me curato per Libertates “Il disturbo borderline di Raul Gardini, quasi Berlusconi” del 22/01/2026 avevo scritto, e Luigi Bisignani che è al livello di Howard Hunt può capire molto bene cosa voglio dire (“il Diavolo è nei dettagli”, Victor Hugo). Sono le 8:40 di lunedì 23 marzo 2026, mi fermo per andare a prendere un caffè al bar Massone di Recco: occorre una pausa, anche alla “tachipsichia”; rubo i diritti d’autore a Philippe Brenot, antropologo all’università di Bordeaux:

“… Siamo alla settima, ottava edizione di successo dell’instant book scritto favolosamente bene “La caduta di un impero. Montedison Ferruzzi Enimont “ da Carlo Sama, cognato di Raul Gardini che morirà suicida con un colpo di Walther PPK sparato alle tempie il 23 luglio 1993 a Palazzo Belgioioso a Milano nel pieno di Mani Pulite: se fosse rimasto in vita, non sarebbe stato arrestato; ma si sentì tradito dall’allora pm Antonio Di Pietro che pure era stato il garante del gentlemen agreement con il ravennate. Lo ha confermato lo stesso Di Pietro nell’intervista a Susanna Turco del febbraio 2020 poi acquisita agli atti del dibattimento cosiddetto “trattativa Stato/Mafia”. Excusatio non petita, accusatio manifesta? A pensar male, s’indovina… Andreotti guardava dall’alto, protetto da Belzebù. Come ha scritto il grande Indro Montanelli ne “I protagonisti” il 19 luglio 1970: “… E’ una specialità di Andreotti quella di non lasciar mai impronte digitali… ”… ”.

Orbene, Bisignani che tra le porte girevoli si trovò senza lacerarsi ed è uno dei più autorevoli giornalisti italiani con una prosa alla Montanelli e una “visione olistica” sui rapporti tra giustizia, informazione, economia e politica, più anglosassone che italiana, capirà perché non apprezzo la polemica di Gianni Barbacetto con Cusani nella sua requisitoria giustizialista “Cusani e la “paghetta” di Enimont ai partiti” su Il Fatto Quotidiano del 26 febbraio 2026, che qui si cita testualmente: “… Caro Sergino, abbiamo tra noi un filo d’affetto per antiche comunanze, ma ti dico
che quel tuo silenzio non ha nulla di eroico, non ha niente a che fare con il silenzio davanti ai nazisti che evochi per un attimo, è più vicino piuttosto all’omertà di chi lascia poteri e crimini nell’ombra (dov’è finita una parte della tangentona Enimont passata per il Vaticano e forse destinata ad Andreotti? A chi è andato il miliardo entrato a Botteghe Oscure alla sede del Pci, dopo la cena all’hotel Hassler di Roma con Achille Occhetto e Massimo D’Alema, Raul Gardini e Carlo Sama?). “Metodo mercantile”? No, la collaborazione con la giustizia è il “metodo Falcone”, indispensabile per entrare nei circuiti altrimenti impenetrabili della corruzione (e della mafia).”

A parte che il metodo Falcone non ha avuto successo negli Stati Uniti dove l’allora prosecutor Rudolph Giuliani fallì l’azzardo del maxiprocesso americano; in secondo luogo, come emerge da un articolo di Luigi Bisignani su Il Tempo di qualche mese fa – meno andreottiano di quanto si possa pensare, ma a pensar male si fa peccato –, Cusani è stato minacciato di morte dal Nikita Krusciov di Milano che fece passare le dichiarazioni di Giuseppe Garofano alla stampa, nel caso in cui avesse voluto parlare dei fatti riferiti da Barbacetto: se avesse tentato la strada della collaborazione con la Procura di Milano per la “madre di tutte le tangenti”, sarebbe morto. Questo metodo, caro Barbacetto, è un’estorsione al limite dell’istigazione al suicidio.
Tra pag. 167 e 170 de “Il colpevole”, si parla del cosiddetto “sistema Berlini”, la struttura estera del Gruppo Ferruzzi: i 70-75 miliardi della tangentona sono finiti in parte a Giuseppe Berlini e ad un uomo chiamato Conto Protezione; in America, dove vige la discrezionalità dell’azione penale, il prosecutor Thomas Dewey registrò a bilancio un finanziamento da un milione di dollari da Lucky Luciano per la sua elezione a governatore dello Stato di New York. Non è meglio fare tutto alla luce del sole? Come emerge dalle dichiarazioni di Idina Ferruzzi rese all’Autorità Giudiziaria – ma in Italia non esiste “l’autopsia psicologica” –, Gardini si è ammazzato tra gli stati misti, ma non perché era in una “condizione mista”; l’ho già scritto, ma repetita iuvant. Infatti, nel libro “La riabilitazione di Craxi” che ha avuto l’approvazione di Di Pietro, Barbacetto ha raccontato la vicenda di un carabiniere in servizio alla Procura di Milano che passò le dichiarazioni di Giuseppe Garofano alla stampa in violazione del segreto investigativo, istigando al suicidio l’erede di Serafino Ferruzzi.
Orbene, il giornalista dal tratto versatile Filippo Facci ha rivelato nella sceneggiatura scritta per il regista di genio Giuseppe Gagliardi, autore della fiction “1992”, “1993”, “1994” per Sky, che il carabiniere in questione – un giocatore d’azzardo indebitato con mezza Milano – è stato ucciso da un certo Leonardo Notte, pseudonimo di un noto personaggio televisivo che viene menzionato nelle ultime pagine del libro di Carlo Sama “La caduta di un impero”. Pagine – sia detto di passata – che lo mettono al livello di Orson Welles; chiaramente, l’omicidio è stato consumato per fare un favore al mandante del doppio gioco mortale ai danni dell’imprenditore ravennate.
Non vado oltre, scrivendo tutto quello che so e che penso. Perché? La risposta è contenuta nel libro “Evangelium vitae” di Karol Wojtyla: più l’uomo si avvicina alla verità, più si ritrae da essa; ma soprattutto, è bene non spingersi al di là di certi limiti. Lo si può pagare con la vita.
Ma la zona grigia dovrebbe essere sottratta all’illuminazione della giurisdizione, come del resto Alan Dershowitz ha ben spiegato.
La separazione delle carriere sarebbe stata l’inizio di una inedita responsabilizzazione nei rapporti tra giustizia, informazione, giudici e pm, ma il popolo italiano – profondamente fascista nell’“inconscio collettivo” – l’ha respinta, a carissimo prezzo; chi scrive, lo ha capito grazie al
raffinato penalista Gian Domenico Caiazza che è stato allievo di Stefano Rodotà.

Per sua fortuna, Cusani (che ha pensato di farla finita mentre era in carcere) è stato meno fragile di Francesco Cossiga, che soffrì i sintomi del disturbo bipolare durante il caso Moro e aveva un confidente: Eugenio Scalfari. Entrambi sono personaggi pirandelliani e kafkiani, enigmatici e politici.

Per la cronaca, è uscito in Francia nel 2009 un libro scritto dallo psichiatra criminologo Steve Pieczenick, “Nous avons tué Aldo Moro” con la collaborazione di Emmanuel Amara, ma censurato in Italia; l’allora Ministro degli Interni era stato costretto a condividere con Licio Gelli, lo stesso Pieczenick e il Comitato anti-crisi del Viminale il mandato omicidiario nel “falso comunicato n.7 delle Brigate Rosse”, per istigare i terroristi all’eliminazione di Aldo Moro che detenevano nella “prigione del popolo”. Moro – “Moro non è più Moro”, vedi Franco Ferracuti nell’eccellente diagnosi della “sindrome di Stoccolma” – ha pagato con la vita la sua fragilità ciclotimica, perdendo la maschera dell’Antelope Kobbler: tra i labirinti di Pirandello, così è se vi pare.
Per Cossiga, fu una tragedia umana. La stessa tragedia si è ripetuta nel luglio 1993 con Gardini, e sullo sfondo i soggetti estorti dal “capo grande”.
Vito Ciancimino stava per diventare collaboratore di giustizia e detestava the Godfather, ma qualcuno non volle l’accordo.
Dal master piece di Sergio Cusani, emerge il dato veramente inquietante che il Divo Giulio è stato la sua nemesi dall’inizio dell’attività di Borsa, passando per l’arroganza senza pietas dell’imprenditore senza capitali Nino Rovelli (che lo ripagò con la “sindrome del beneficiato” per essere stato aiutato nella scalata alla Montedison), fino ai tragici fatti del 1993. E oltre. Un’ombra pesante, una minaccia costante. La sindrome di Stoccolma. Cusani ha perso tutto, ma non la sua dignità. L’omicidio di Gabriele Cagliari in carcere venne ordinato dall’“utilizzatore finale” della maxitangente, e l’ex “barone rosso” del Movimento studentesco della Bocconi lo sa benissimo.

Per concludere, ma ci saranno altre puntate per una materia così complessa e ambigua che spezza le categorie di Kant, Cusani è stato più “resiliente” – lo abbiamo visto – di Cossiga, “un uomo dall’intelligenza enorme che poggiava su un equilibrio psichico fragilissimo”, come di lui scrisse Eugenio Scalfari nel coccodrillo dell’agosto 2010 su “la Repubblica”; appena meno fragile del corsaro Gardini e più fragile di Carlo Sama e Luigi Bisignani. La lunga detenzione scontata manifestava in quanto tale la “familiarità” con la fragilità, al limite della morte. E’ un elemento fondante della cosiddetta “autopsia psicologica”. Vincitori e vinti, il destino mescola le carte senza pietas. “Il banco vince sempre”, come diceva Pippo Calò a Tony Cichiarelli.
Il punto fondamentale è che l’essere umano non è compatibile con la verità ultima, e la questione non è giudiziariamente riducibile. Se a non capirlo sono i magistrati che dispongono di un potere terribile, ieri a farne le spese era la ballerina Giovanna Matarazzo con le ire del galantuomo Guardasigilli Giuliano Vassalli che trascinò l’allora giudice istruttore Carlo Alemi al Csm, poi Sergio Castellari in ministro delle Partecipazioni Statali e domani chissà.

Il Colpevole? Non era Sergio Cusani, ma il “capo grande” menzionato da Giacomo Vitale nelle telefonate minatorie all’avvocato milanese Giorgio Ambrosoli. Oggi, chi è il capo grande?

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Alexander Bush
Alexander Bush, classe '88, nutre da sempre una passione per la politica e l’economia legata al giornalismo d’inchiesta. Ha realizzato diversi documentari presentati a Palazzo Cubani, tra questi “Monte Draghi di Siena” e “L’utilizzatore finale del Ponte dei Frati Neri”, riscuotendo grande interesse di pubblico. Si definisce un liberale arrabbiato e appassionato in economia prima ancora che in politica. Bush ha pubblicato un atto d’accusa contro la Procura di Palermo che ha fatto processare Marcello Dell’Utri e sul quale è tuttora aperta la possibilità del processo di revisione: “Romanzo criminale contro Marcello Dell’Utri. Più perseguitato di Enzo Tortora”.

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