SCARPINATO E’ STATO L’AMICO DI ANDREOTTI

Data:

E’ giusto separare le carriere tra pm e giudici

“Sono da sempre stato a favore della separazione delle carriere”
Antonio Di Pietro, Omnibus febbraio 2025

Omnia vanitas et vanitas vanitatum. Nella Fiera della Vanità, è tutto vanità nient’altro che vanità, ma c’è la realtà che supera per importanza la ragione. Questo, del resto, è l’insegnamento fondamentale dell’Open Society Fund di George Soros e suo figlio Alexander si occupa di gestirne l’eredità filosofica e finanziaria. In questi giorni – come è sacrosanto che avvenga –, si sta dibattendo a lungo di separazione delle carriere tra pubblici ministeri e magistrati giudicanti, e a chi scrive molto verrebbe da dire (occorreranno più riflessioni); ad esempio, l’intervista ad Alfredo Morvillo su Il Fatto Quotidiano del 13 novembre 2025 versus la suddetta separazione è idealmente contrapponibile alla bellissima lettera aperta che il docente di ordinamento giuridico Giuseppe Di Federico indirizzò a Lucia Annunziata nel novembre del 2009 contro il feticismo dell’obbligatorietà dell’azione penale: nessuno dei due ha “ragione” in senso kantiano, ma entrambi hanno un po’ di ragione e un po’ di torto poiché il cosiddetto “punto di equilibrio” invalida la presunzione illuminista dei rispettivi addetti ai lavori di avere ragione tout court delle proprie asserzioni, una ideologicamente a favore dell’art. 112 Cost., l’altra ideologicamente contro; né Morvillo né Di Federico tengono conto, nella “presunzione fatale” dell’ideologia autoimposta, della “riflessività” intrinseca ai problemi giuridici e che la ragione è inferiore per importanza alla realtà (è la grande sconfitta dell’Illuminismo, che sta franando all’appuntamento con la III guerra mondiale). E’ un tema che richiederebbe una sistematizzazione in più puntate. C’è un passaggio molto significativo dell’articolo di Dario Del Porto pubblicato su “la Repubblica” del 19 novembre 2025 “P2, bufera su Nordio”: “Sulle carriere separate Gelli diceva cose giuste”: “Quando gli chiedono delle considerazioni del pg di Napoli Aldo Policastro sulla riforma della giustizia, il Guardasigilli Carlo Nordio è nel capoluogo campano per accompagnare alle Regionali Edmondo Cirielli in un insolito tour elettorale nel carcere di Secondigliano. “L’effetto di queste norme è indebolire la magistratura e l’intera area della giurisdizione. Esattamente quello che, nel 1981, era previsto nel Piano di rinascita nazionale della P2”, aveva detto l’alto magistrato a “Repubblica” (il virgolettato è di chi scrive, ndr). “Se l’opinione del signor Licio Gelli era un’opinione giusta, non si vede perché non si debba seguire solo perché l’ha detto lui”, replica Nordio citando il Maestro Venerabile della loggia massonica dichiarata illegittima e al centro di alcune delle trame più oscure della storia del Paese. Poi il ministro prova ad argomentare: “Le verità non dipendono da chi le proclama, ma dalla oggettività che rappresentano. Se Gelli ha detto che Gesù è morto in croce, non per questo dobbiamo dire che è morto di polmonite. E anche l’orologio sbagliato segna due volte al giorno l’ora giusta. Gli inglesi dicono che se hai “stumbled with the truth”, sei inciampato nella verità. Se anche Gelli è inciampato nella verità, non per questo la verità non è più la verità”. (La citazione di Nordio è molto bella, colta e raffinata, ndr).
Continua Dario Del Porto: “Ma il caso politico ormai è scoppiato. Definisce “scandalose” le parole del ministro il deputato Avs e co-portavoce di Europa Verde Angelo Bonelli: “Confermano che la riforma della separazione delle carriere è il compimento del disegno eversivo della Loggia P2. Il ministro arriva persino a giustificare l’idea, sostenendo che sarebbe valida “anche se l’ha detta Gelli”. Una posizione politicamente sconvolgente per chi dovrebbe difendere la Costituzione”…”.
Non si accorge, l’onorevole Bonelli, che riprogetta la realtà con il trucco della ragione ideologizzando il suo argomentare… “E’ più vero che se fosse vero!”, per dirla alla Montanelli.
Vengo però, in questa sede, al punctum dolens della sempiterna separazione delle carriere e vorrei dare il mio contributo al dibattito spiegando perché è necessario approvarne la riforma (si vedrà l’esito del referendum). Chiedo anzi sinceramente scusa ai lettori per questa quasi lunga anticipazione al tema della riforma della Iustitia, ma per me la realtà è ambigua e complessa e
George Soros è un maestro.

Finisco il ragionamento tecnicamente “post-illuminista”, in tempi in cui l’Illuminismo sta morendo di morte cruenta, per dare ai lettori delle informazioni che essi non possiedono: il processo a Giulio Andreotti per concorso esterno in associazione mafiosa conclusosi con l’assoluzione ai sensi dell’art. 530 comma di procedura penale, e con omicidi eccellenti nell’interesse del Divo avallati dal “nido delle vipere” della Procura della Repubblica del Tribunale di Palermo (che pure lo processava) pur di salvare l’imputato eccellente dalla galera, è il frutto avvelenato dell’“unicità delle carriere tra pm e giudici” garantita dalla Costituzione; se le carriere fossero state separate tra il ’91 e il ’92, Andreotti sarebbe stato condannato alla pena dell’ergastolo come mandante degli omicidi Mattarella, Reina, Dalla Chiesa, Pecorelli, dell’insabbiamento di “Mafia-Appalti”, dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli e dell’assassinio di Luigi Ilardo (ma non solo). Lo sa molto bene Antonio Di Pietro, che ha reso una ricostruzione davvero ben fatta a Susanna Turco per l’Espresso nel febbraio del 2020 e acquisita agli atti del processo Trattativa in sede di Corte d’Appello; lo sanno molto bene anche i galantuomini Giuseppe De Donno e Mario Mori.
La grande sconfitta di Giancarlo Caselli è l’assoluzione di Andreotti, ma Caselli – meno “cattivo” dei suoi colleghi di Palermo – si è piegato ai diktat del cosiddetto “nido delle vipere”.
E’ fondamentale in tal senso la versione fornita dal braccio destro di Mario Mori Giuseppe De Donno, oggi colonnello, al Senato un anno fa in occasione della presentazione dell’importante volume “L’altra verità” scritto a quattro mani con Mario Mori (alla presenza di un Ingroia dalle molte vite vissute, “uno, nessuno, centomila” che aveva da discutere sul titolo del libro… ):

“Buonasera… Vito Ciancimino dava una serie di indicazioni particolari, e forse l’episodio a cui fa riferimento il dottor ingroia è quello più importante di questa situazione, perché a un certo punto – quando gli fu chiesto, all’epoca parliamo del febbraio-marzo ’93 – del famoso, teorico incontro tra Salvatore Riina e Giulio Andreotti (ipoteticamente riconducibile al 20 ottobre 1987 presso la Casa del Sole a Palermo, ndr), lui disse subito che questa era pure fantasia; non perché lo sapesse direttamente, ma perché conoscendo le dinamiche del sistema politico – e conoscendo le dinamiche di quel mondo – lui disse: “Chi gestisce tutta questa roba, è Salvo Lima e l’onorevole Salvo Lima – dice – voi non avete idea (al di là di quello che pensate), nella sua “visione strategica” non avrebbe mai permesso che Andreotti incontrasse Riina; dopo qualche giorno, una mattina andammo in carcere e lui arrivò quella mattina dicendo: “Ieri – non ricordo se aveva visto un telegiornale, aveva visto un giornale, qualcosa –, dice: “Ho avuto un’illuminazione, perché Francesco Marino Mannoia, che era un collaboratore di giustizia, all’epoca ha datato l’incontro tra Andreotti e Riina, e lui disse: “In quella circostanza, in quell’anno (1980, ndr) è successa una cosa particolare, talmente grave per la quale Lima avrebbe potuto rischiare di organizzare l’incontro tra Andreotti e Riina; chiaramente, che successe? “Ah, non ve lo dico” perché il personaggio era particolare, e fece una richiesta; disse: “Io in carcere sto male, fa freddo, si mangia male, non mi sento bene, dice “portatemi fuori dal carcere, in una caserma, controllato da chi volete voi; l’importante è che sia al caldo, che c’è un medico che mi segue, io vi racconto quello che penso possa essere successo; “se i riscontri sono positivi, mi fate il programma di protezione” (Ciancimino avrebbe assunto pubblicamente posizione contro Andreotti indicandolo come il mandante dell’omicidio di Piersanti Mattarella, reato imprescrittibile ricordiamolo, ndr). Quella proposta, però, non fu accettata. Lei si ricorda (Giuseppe De Donno si rivolge direttamente ad Antonio Ingroia, presente tra i relatori, ndr), io, noi… insistemmo varie volte con il procuratore Caselli, ma il procuratore su questa proposta (di “gentlemen agreement” tra Ciancimino e la Procura di Palermo, ndr) fu inamovibile; tornammo in carcere con l’autorizzazione della Procura, per cercare di farci raccontare da Ciancimino cosa intendesse; chiaramente, da persona rigida qual era, non ce lo disse mai, e quindi sfumò anche questa possibilità; per cui, io credo che sostanzialmente stiamo dicendo la stessa cosa, cioè che – per carità – ha ragione il dottor Ingroia: eravamo a inizi ’93, c’era una serie di situazioni; io penso che forse qualche vecchio magistrato della Procura di Palermo probabilmente ebbe un’influenza sul procuratore, (Caselli, ndr), appena giunto a Palermo: non conosceva la realtà, il dottor Caselli, era arrivato da un mese e mezzo e quindi, probabilmente, quel contesto (do scontata la buona fede) non venne considerato attendibile (cioè il mandato omicidiario di Giulio Andreotti alla Cosa Nostra di Totò Riina, sollecitato ad eliminare il collega democristiano del Divo Giulio Piersanti Mattarella che intendeva seguire le orme di Aldo Moro in Sicilia, ndr), ma è un fatto che “oltre lì” non siamo andati.”
L’intervento del colonnello De Donno è fondamentale sia dal punto di vista del rilievo testimoniale che “giudiziale” ancorchè non in senso stretto, poiché si collega direttamente all’intervista – già citata – di Antonio Di Pietro a Susanna Turco per l’Espresso nel febbraio del 2020; nel cosiddetto processo Andreotti, i pm Scarpinato e Lo Forte hanno presentato il Gobbo come la vittima dell’assassinio di Piersanti Mattarella (sic!), in accordo con i colleghi di magistratura giudicante con cui prendevano il caffè. Un ribaltamento della verità a 360 gradi, che serviva – nella strategia del doppio giuoco – a salvare lo stesso Andreotti dalla prospettiva del carcere per i reati commessi. Sarebbe questa la presunta bellezza intoccabile dell’unicità delle carriere?! Non solo: il mancato pentimento di Ciancimino senior è una sconfitta della giustizia nella storia repubblicana senza precedenti. Il dispositivo della sentenza di prescrizione “ad personam” della Corte d’appello per il Divo, era imperniato su una lettura opposta a quella di Ciancimino; eccone dei passaggi: “… Chiamato ad interessarsi della questione Mattarella, l’imputato (Andreotti, ndr) indica nella mediazione politica la possibile soluzione, che, tuttavia, dopo alcuni mesi, viene del tutto disattesa dai mafiosi, che perpetrano l’assassinio del coraggioso Presidente della Regione. La scelta sanguinaria sgomenta Andreotti, il cui realismo politico (abusando di un luogo comune si potrebbe più propriamente parlare di cinismo) non si spinge certo a contemplare l’omicidio del possibile avversario… Le inevitabili riflessioni di Andreotti lo rendono conscio dell’inadeguatezza della propria analisi del fenomeno mafioso, rimasta indietro rispetto allo sviluppo e alla pericolosità ormai assunti dallo stesso…”, fino al solerte impegno antimafia progressivamente manifestato da Andreotti in relazione al maxiprocesso. Il magistrato che fece pressione su Giancarlo Caselli per impedire la trasformazione di Vito Ciancimino da confidente a pentito nel senso tecnico del termine era Roberto Scarpinato, protetto dalla “liaison dangereuse” tra pm e magistrati giudicanti operante dentro la Procura di Palermo, massimo avversario della separazione delle carriere dopo l’omicidio di Rosario Livatino con le “ire” dello stesso Falcone e indicato da Giovanni Falcone in una conversazione riservata con Liana Milella de “la Repubblica” nel 1991 come il regista degli arresti farsa nell’ambito dell’inchiesta denominata “Mafia-appalti”; lo stesso Scarpinato ha chiesto l’archiviazione criminogena dell’inchiesta “Mafia-appalti”, senza informarne Paolo Borsellino, nel luglio del 1992 (il formidabile Massimo Giletti lo ha messo in un angolo a “Lo stato delle cose” nell’ottobre 2025); sul punto, vedi le importanti dichiarazioni dell’avvocato Fabio Trizzino, il marito di Lucia Borsellino ma non solo. La tirannia dello spazio nel presente saggio e l’ambiguità degli argomenti trattati richiedono di comprimere il più possibile una materia così complessa, e che – sia detto di passata – non è riducibile “kantianamente”. La Iustitia è nelle “realtà oggettive”: sic et simpliciter.
Velocizzando al massimo, è stato dato alle stampe da Paper First il libro “Stato-Mafia. La guerra dei trent’anni” di Stefano Baudino e Heiner Koenig con la prefazione di Gian Carlo Caselli e Antonio Ingroia che conferma, cerchiobottisticamente, la veridicità della ricostruzione resa da Giuseppe De Donno e Mario Mori al Senato della Repubblica Italiana, i due maggiori nemici, insieme al sociologo Pino Arlacchi – sia detto di passata – di Giulio Andreotti.
Così scrivono gli autori della citata prefazione, omettendo in maniera furba di menzionare la specifica questione sollevata da De Donno in Senato: e cioè che a ordinare l’omicidio di Mattarella a Totò Riina sarebbe stato Andreotti (sic): “… La tesi di Mori e De Donno è che noi non avremmo adeguatamente “sfruttato” per le indagini Vito Ciancimino, con il rammarico – dicono i due Carabinieri – che… “il treno passa una sola volta nella vita” (Gianni Agnelli disse a Piero Ottone, che “Nella vita ci sono una o due occasioni. A volte, una soltanto”, nda). In verità, a noi Ciancimino
è parso più che altro un triciclo un po’ sgangherato che si muoveva secondo un copione finalizzato a che fosse lui a sfruttare gli inquirenti, senza nessun ritorno in termini di fattiva collaborazione (è furbo, da parte degli autori, omettere in questa sede di parlare del contenuto della proposta fatta da Ciancimino!, nda)… “.
Di seguito, gli Autori della prefazione rilevano con un tragicomico arrampicamento sugli specchi: “… 2.3) Per Dalla Chiesa (p. 206-207), dopo un accenno ai servizi deviati e a una base di Gladio “impiantata” in Sicilia, Ciancimino sta a zero fatti e tante illazioni, tipo: anche le pietre sapevano che i poteri speciali chiesti da Dalla Chiesa non gli sarebbero stati concessi; era un uomo liquidato; che interesse poteva avere la mafia a uccidere un uomo morto?; non è più lecito pensare che sia stato assassinato per ordine di qualcuno del Palazzo?; ha un senso pensare alla mafia, sapendo che essa con l’omicidio si guadagnava una legge che le “avrebbe fatto il culo”? In breve, è sempre la stessa musica: parole e ipotesi personali fondate su “mormorii” tante, ma niente sul piano concreto. Qualcosa in più, ma sempre e solo “de relato”, non ancorato a fatti, spunta per La Torre e Dalla Chiesa (MDD p. 197), là dove Ciancimino sostiene (fonte Nino Salvo) che a decidere i due omicidi è stato Giulio Andreotti …”.

Orbene, l’asserzione francamente incredibile di Caselli e Ingroia che difendono l’operato svolto contro l’evidenza della realtà – parlando di Ciancimino, lo abbiamo visto, scrivono “in breve, è sempre la stessa musica: parole e ipotesi personali” senza nessun ritorno in termini di fattiva collaborazione – è smentita proprio da Stefano Baudino e Heiner Koenig a pag. 77, dove gli autori del libro menzionato “Stato Mafia. La guerra dei trent’anni” confermano l’attendibilità del Ciancimino “quasi pentito”, ma il cui pentitismo incipiente è stato neutralizzato – lo abbiamo visto –proprio mentre Don Vito stava passando dallo status di confidente a quello di collaboratore di giustizia (analoga sorte capiterà anche a Gaetano Badalamenti rimasto a “metà del guado” – come il giornalista Enzo Iacopino sapeva bene –, con in mezzo l’omicidio/suicidio del maresciallo Antonino Lombardo, un’altra sconfitta gravissima per Giancarlo Caselli):
“… Nel corso della trasmissione di Rai 2 Tango, condotta da Luisella Costamagna, Rita Dalla Chiesa, figlia di Carlo Alberto e attualmente deputata nelle file di Forza Italia, ha dichiarato che l’omicidio di suo padre, avvenuto il 3 settembre 1982, fu eseguito per fare “un favore a un politico”.
Lo stesso politico che, poco prima che il generale arrivasse a Palermo per assumere l’incarico di prefetto, gli disse di stare “attento” a non mettersi contro la sua corrente nel capoluogo siciliano, perché chi lo aveva fatto era “sempre tornato in una bara”. La donna non ha voluto fare il nome del personaggio in questione, poiché in Italia c’è ancora “una famiglia di questo politico”, ma quando la conduttrice le ha chiesto se si riferisse a Giulio Andreotti, Rita Dalla Chiesa ha risposto con un sorriso amaro… “.
Illazioni destituite di fondamento quelle di Ciancimino? E’ un’affermazione che non sta in piedi, come i lettori ben possono capire. Il cosiddetto “processo Andreotti” è stato costellato di omissis e di omicidi eccellenti con il beneplacito della Procura di Palermo che ha tenuto Caselli per le palle.
Infine, a pag. 167 del libro in questione nel capitolo “Luigi Ilardo e il mancato arresto di Provenzano” (una gigantesca montatura rientrante nel “falso verosimile” per incastrare Mario Mori, ndr), Baudino e Koenig realizzano un’omissione particolarmente grave (e stiamo parlando dell’agguato mafioso contro il confidente Ilardo assassinato per mano di killer catanesi il 10 maggio 1996 mentre stava diventando pentito, ma Caselli non mise a verbale l’incontro segreto del 2 maggio dello stesso anno a Roma): “… Nel novembre del 2015, il colonnello Riccio ha spiegato in aula che Luigi Ilardo aveva individuato i mandanti esterni degli attentati addebitati alla mafia in “personaggi appartenenti a quegli stessi ambienti che negli anni Settanta posero in essere una strategia della tensione”. L’infiltrato gli aveva infatti rivelato di “aver fatto parte di un certo contesto mafioso, vicino all’eversione di destra, che era in contatto con apparati deviati dello Stato” e che “molti attentati erano stati addebitati a Cosa Nostra, ma i mandanti venivano dall’esterno”. Ilardo menzionò specifici episodi, tra cui gli omicidi di Piersanti Mattarella (1980), di Pio La Torre (1982) e di Beppe Insalaco (1988), nonché il fallito attentato all’Addaura contro Giovanni Falcone (1989). Al processo sulla “Trattativa”, Riccio ricordò che Ilardo inquadrò le stragi del 1993 come “attentati che rientravano in quella strategia mafiosa di Riina, Riccio ricordò che Ilardo inquadrò le stragi del 1993 come “attentati che rientravano in quella strategia mafiosa di Riina, Bagarella e Brusca per ristabilire quel contatto con le istituzioni, per tornare a condizionarle nel passato”, ma che “tutta questa strategia non era solo di Cosa Nostra e per capirla si doveva guardare al passato.” Ilardo, infatti, sosteneva che tali attentati erano “stati applicati con lo stesso fine e lo stesso metodo dallo stesso ambiente, che cambiano gli attori ma che queste stragi sono state fatte su input di questi settori deviati e non volute direttamente dai vertici mafiosi”. L’ex boss comunicò a Riccio che la sua intenzione era quella di riferirne all’autorità giudiziaria, una volta dismessi i panni del confidente e indossati quelli del pentito… “. Cioè Ilardo avrebbe accusato Andreotti di essere il “grande architetto” degli omicidi e delle stragi.

di Alexander Bush

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Alexander Bush
Alexander Bush, classe '88, nutre da sempre una passione per la politica e l’economia legata al giornalismo d’inchiesta. Ha realizzato diversi documentari presentati a Palazzo Cubani, tra questi “Monte Draghi di Siena” e “L’utilizzatore finale del Ponte dei Frati Neri”, riscuotendo grande interesse di pubblico. Si definisce un liberale arrabbiato e appassionato in economia prima ancora che in politica. Bush ha pubblicato un atto d’accusa contro la Procura di Palermo che ha fatto processare Marcello Dell’Utri e sul quale è tuttora aperta la possibilità del processo di revisione: “Romanzo criminale contro Marcello Dell’Utri. Più perseguitato di Enzo Tortora”.

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