SCACCO MATTO A KEYNES

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Di Aexander Bush<\em>

“Le idee hanno conseguenze”
Friedrich Hayek

La questione dello Stretto di Hormuz va incontro al più importante aforisma di Albert Einstein: “Non puoi risolvere un problema con lo stesso tipo di pensiero con cui lo hai creato”.
Nella crisi dell’ordine internazionale degli ultimi 80 anni c’è una grande incompiuta: il mancato inserimento della Fallibilità radicale nell’orizzonte dei “policy makers”. Le cancellerie dell’Occidente morente non tengono conto che la realtà esiste, anche se l’assunto di George Soros non può essere portato al “punto di equilibrio”. La Storia si ripete due volte: la prima era tragedia con il Trattato di Versailles; la seconda è tragedia con il Patto di Stabilità che resiste al fattore Iran. Ursula von der Leyen ripete gli errori di Woodrow Wilson.
Il Governo è contrario ideologicamente al DEFICIT SPENDING, ignorando usque ad nauseam che la spesa in disavanzo favorisce in quanto tale il business. Lo ignora anche Carlo Cottarelli, ordo-liberale fino alla morte. Mi ripeto, ma repetita iuvant o repertorio limitato. La “Teoria generale dell’occupazione” scritta da John Maynard Keynes con un cupio dissolvi all’Amadeus Mozart non è universalmente valida, ma è imprescindibile. Keynes è stato l’erede di Adam Smith, e ve ne fornirò la “probatio diabolica”. Ho osservato in passato, cercando di aggiornare il lavoro accademico del biografo Robert Skidelsky nel suo libro magistrale “John Maynard Keynes. Speranze tradite (1883-1920” edito da Bollati Boringhieri, che il “diniego” nel senso che Umberto Galimberti ha dato alla parola nel dizionario della Treccani, ha attraversato la gestazione umana e l’opera del filosofo del Bloomsbury Club: orbene, questo stesso fatto è eziologicamente collegato alla negazione della realtà rimuovendo dal quadro la “riflessività” dei fenomeni economici? Verdetto aperto.
Come ha scritto Soros nell’instant book “La crisi del capitalismo globale” edito da Ponte alle Grazie: “… John Maynard Keynes era acutamente consapevole dell’esistenza di fenomeni riflessivi: paragonava infatti i mercati a un gioco in cui ciascuno deve indovinare in che modo gli altri indovinano in che modo gli altri indovinano; ma anch’egli, per renderla accettabile a livello accademico, ha presentato la propria teoria in termini di equilibrio… Se Keynes fosse vissuto ancora, probabilmente l’avrebbe modificata… “. Ma, da perfezionista spietato come già aveva osservato Skidelsky, avrebbe dovuto ammettere che c’era un errore nella sua teoria.
“Preferisco avere all’incirca ragione che precisamente torto”: l’ironia crudele della sorte, è che Keynes lo ha pagato con la vita, secondo il mio punto di vista. Non aveva né ragione né torto, ed è pericoloso trovarsi in questa posizione. Come diceva Oscar Wilde, “Se dici la verità, prima o poi vieni scoperto”; del resto, Sigmund Freud e Jean Martin Charcot rivaleggiavano in parità nel palcoscenico della Salpètriere a Parigi. Ma il punto, è che Freud non teneva conto che la realtà esiste (sic!). Della materia, si è occupato il finanziere scrittore Guido Maria Brera, un uomo oscuro e dal tratto geniale, in un libro importante, “Dimmi cosa vedi tu da lì. Un romanzo keynesiano”.
Ho già scritto troppo.
Ma un grande shock travolgerà i mercati con la peggiore crisi dalla pandemia, e con un termine di paragone soltanto con il venerdì nero del 1929. Dieci anni dopo ci sarebbe stata la II guerra. Oggi è cominciata la III, e sancisce ufficialmente la morte dell’Illuminismo.
Come emerge dal reportage di Giuseppe Colombo “Stangata del 20% sul gas, il taglio delle accise prorogato al 1 maggio” (2026, ndr) su “la Repubblica” del 3 aprile, si è già aperta la più grande crisi dal ’29:

“Una stangata a doppia cifra.
Sui più fragili. Il conflitto in Iran fa schizzare le bollette del gas degli utenti vulnerabili del 19,2%.
L’aggiornamento delle tariffe di marzo, comunicato dall’Arera, non lascia spazio a dubbi: al primo mese di guerra, l’aumento delle quotazioni all’ingrosso del metano ha scaricato una valanga di rincari sui consumi delle famiglie più in difficoltà. Ecco l’effetto domino: il prezzo della materia prima è salito da 35,21 a 52, 12 euro. In scia, la tariffa è balzata da 109, 85 a 130, 97 centesimi al
metro cubo. Lo scudo dello Stato non è bastato a tutelare over 75, percettori di bonus in disagio economico e disabili. In tutto 2,3 milioni di cittadini. Sono loro a pagare per primi. Le associazioni dei consumatori hanno già fatto i conti: un salasso da oltre duemila euro in più all’anno per luce e gas. I dati dell’Autorità per l’energia sono anche una sveglia al governo. A taccuini chiusi prevale la preoccupazione per l’ondata degli aumenti, che a breve si riverserà anche sulla maggior parte dei cittadini, quelli che stanno sul libero mercato. Ma lo spazio di manovra per un nuovo intervento al momento non c’è. Contro il caro bollette resta solo il decreto approvato a metà febbraio. In tutto 5 miliardi di aiuti in due anni: quello che il Senato trasformerà in legge la settimana prossima è però un provvedimento già bruciato dai rincari.
Il tutto da rifare o quasi. Ma non subito. I soldi in cassa sono pochi. Bastano solo per un intervento… “.

Ci sono due buone notizie da trarre dall’articolo: la realtà esiste, e Keynes è vivo. Le uscite devono superare le entrate. Sarebbe l’applicazione pratica del New Deal in un paese, l’Italia, che l’ha respinto tout court dai tempi di Benito Mussolini (sic!) passando per la cocciutaggine ordo-liberale di Luigi Einaudi fino a Mario Draghi, esperto unilaterale di finanza ma non uno statista di orizzonte ampio. Ma Giancarlo Giorgetti non ne vuole sapere. Titolare del Mef, ministero dell’Economia e delle Finanze, non vuole iniziare il deficit spending e la Commissione Ue commette l’errore di “universalizzare” la ricetta di Milton Friedman tenendo artificiosamente in piedi il Patto di Stabilità senza realtà:

“Un’allerta ai massimi vertici del governo. Che si può sintetizzare così: i soldi per gli aiuti contro il caro energia sono finiti. Il decreto per la proroga del taglio delle accise sui carburanti, che arriva oggi (3 aprile, ndr) in Consiglio dei ministri, rischia di essere l’ultimo. E’ Giancarlo Giorgetti a recapitare il messaggio, a sera, a palazzo Chigi, davanti alla premier, Giorgia Meloni, e ai due vice, Antonio Tajani e Matteo Salvini. Si discute degli effetti nefasti della guerra in Iran, del prossimo documento di finanza pubblica (il Dfp, il vecchio Def), come delle nomine ballerine nelle grandi partecipate di Stato. Ma il senso politico, raccontano più fonti dell’esecutivo, è l’alert sui conti pubblici (è un rimedio ideologico al veleno: non si possono tenere i conti in ordine in una fase di emergenza come questa, ndr). Secondo quanto trapela, il titolare del Tesoro avrebbe messo in guardia il terzetto di leader di governo: “Se la guerra va avanti ancora un po’, rischiamo la benzina a tre euro”. Non solo: in questo stesso scenario, quello sciagurato di un conflitto lungo, nel 2026 il rapporto deficit-Pil sfonderà la soglia psicologica del 3%, mentre ancora non è chiaro se l’Italia è scesa sotto questo livello nel 2025. Dato chiave, da cui dipende l’uscita anticipata dalla procedura d’infrazione per l’indebitamento eccessivo. Ipotesi ora traballante, l’unica che però permetterebbe all’esecutivo di varare in autunno una manovra “espansiva”, cioè elettorale, dopo quattro anni di accortezze e cinghia stretta.”

Cinghia stretta, o pregiudizio contro la spesa in disavanzo; continua Colombo: “A proposito di risorse, il leghista a capo dell’Economia fa capire che già questa volta è stato difficile reperire le risorse per prolungare gli aiuti del decreto accise fino al Primo maggio. Se il trend prosegue – è il messaggio – l’operazione non si potrà replicare ancora. La ricerca delle risorse tra le pieghe del bilancio non andrebbe a buon fine… “.

Giorgetti che avrà pure un ciuffo alla Aldo Moro come ha scritto Giuliano Ferrara, sbaglia con il trucco dell’ideologia. Perché come emerge da un’ottima analisi sempre a cura del reporter Giuseppe Colombo su “Economia” de “la Repubblica” alla voce “Ministeri in ritardo sul Pnrr, spesa rinviata fino al 2029” del settembre 2025, pubblicata su Libertates il 25/09/2025, “… A fronte di
obiettivi, quelli della nona e decima rata (del Pnrr, ndr), che saranno rimodulati, ci sono progetti che hanno già buone possibilità di salvarsi. Non solo perché traslocheranno sui fondi di coesione, guadagnando tre anni di tempo. C’è anche un altro salvagente che sta prendendo forma. Si chiama “facility”. E’ un veicolo finanziario che serve a congelare le risorse fino al 2029, individuando i beneficiari entro il 2026. L’Italia lo conosce bene perché l’ha riempito già con 8 miliardi (la Spagna con più di 70 miliardi) e ora si appresta a renderlo più corposo. In realtà non ci sarà un solo salvagente: l’idea è crearne uno per ogni singolo ministero.”… “

Tecnicamente è la SPESA IN DISAVANZO. Ma ci deve essere la volontà politica di farla. E non c’è. Rivela Rosaria Amato su “la Repubblica” del 3 aprile “Un italiano su quattro a rischio povertà e esclusione sociale”, e non è una bella situazione: “Quasi una persona su quattro in Italia (il 22,6% per 43, 3 milioni) è a rischio di povertà, esclusione sociale o bassa intensità di lavoro, con un calo di mezzo punto rispetto al 2024. Le politiche del governo redistribuiscono gli svantaggi tra le famiglie: a fronte di un miglioramento delle condizioni delle coppie con tre o più figli (che hanno beneficiato di diverse misure adottate dal governo Meloni) l’Istat registra un peggioramento per le coppie con due figli, mentre il rischio di povertà continua a rimanere contenuto per le coppie con un figlio. Se il rischio di povertà rimane stabile, inoltre, passa dal 4,6% del 2024 al 5,2% (3,3 milioni di persone) la quota di popolazione in condizioni di grave deprivazione materiale e sociale. Tra gli indicatori per questa categoria particolarmente disagiata c’è l’impossibilità di riscaldare adeguatamente l’abitazione, o di consumare almeno ogni due giorni un pasto proteico, o di affrontare una spesa imprevista… “.
Al riguardo, si segnalano due battute tragicamente inopportune; era il 2022, quando Mario Draghi disse in conferenza stampa: “Volete la pace o il condizionatore acceso?”. Nel marzo di quest’anno, Giorgia Meloni ha detto in piena estasi draghiana: “Volete l’Iran atomico o le bollette più care?”; si tratta di un pensiero dicotomico che tradisce l’emergenza come fonte di visione, senza andare oltre: è il limite della personalità psicopatica. Manca l’orizzonte.
Ma queste battute verranno ricordate e studiate come il preludio al ritorno di un regime dittatoriale nel nostro Paese, quando Salvini cavalcherà l’onda lunga della crisi come alfiere di Putin.
A segnare ufficialmente il punto di non ritorno è lo scacco matto a Ghislaine Maxwell, deciso da Trump e Netanyahu. Democracy dies in darkness.
La grande colpa che si può imputare a Giorgia senza Soros è di aver rifiutato la proposta avanzatale da Giovanna Melandri di creare un partenariato pubblico-privato in Italia realizzato in quanto tale nella spesa in disavanzo, che come scrisse Marco Balombi su Il Fatto piace ai mercati.
E’ stato “Milano Finanza” a tratteggiarne il quadro con Vincenzo Sanasi d’Arpe in “Social housing, quando lo Stato genera valore. La collaborazione tra Consap e Cdp”: “La controllata del Mef, assieme a Cassa Depositi e Prestiti, promuove investimenti per realizzare prezzi calmierati coniugando l’accesso equo alla casa con la rigenerazione urbana e la sostenibilità ambientale (alla voce “prezzi calmierati” su Wikipedia si legge: “I prezzi calmierati sono prezzi massimi di vendita fissati d’autorità (stato, enti locali) per beni o servizi, con l’obiettivo di contenerne il costo e garantire l’accessibilità. Questa misura mira a proteggere il potere d’acquisto dei consumatori, specialmente in periodi di alta inflazione o crisi.” (è un embrione di spesa in disavanzo, ndr) .)
Il susseguirsi negli ultimi anni di shock economici, emergenze sanitarie e tensioni internazionali impone una riflessione profonda, volta a ripensare il ruolo dell’intervento pubblico.

Oggi, in un mercato che richiede soluzioni rapide e precise, emerge l’urgenza di un’evoluzione dello Stato-vigile in favore di uno Stato-motore, che intervenga proattivamente e in sinergia con l’economia per salvaguardare lo sviluppo e il benessere dei cittadini.

La presenza pubblica si rende necessaria non solo come correttore di fallimenti ma anche come stratega nell’orientare gli interventi senza comprimere la concorrenza e nel ruolo di garante dei

bisogni della collettività.
“Le sfide dell’abitare in numeri”
Tale visione trova immediata applicazione nel diritto all’abitare, inteso come pilastro della stabilità sociale. I dati aggiornati del Fondo Prima Casa, relativi a gennaio scorso, confermano che tale strumento, gestito da Consap, agisce come infrastruttura strategica di inclusione arrivando a incidere su oltre il 20% dei mutui erogati in Italia. Quasi 700 mila domande e oltre 652 mila garanzie ammesse raccontano un Paese che ha un profondo bisogno di certezze. Lo dimostra l’orientamento al tasso fisso, scelto nel 76% delle operazioni.
Dietro ai finanziamenti, di importo medio pari a 118 mila euro, c’è un evidente impatto sociale.
Sostenere le famiglie numerose e gli under 36, che hanno ricevuto il 79% delle erogazioni, significa realizzare la committenza sociale ponendo la finanza al servizio delle persone (il deficit spending “forbidden” dal pilota automatico dell’ortodossia fa sesso con il business, sbloccando l’ascensore sociale che è fermo dagli “anni di piombo”, ndr). Questa sfida si inserisce in un contesto europeo in cui l’emergenza abitativa è in forte crescita: quasi il 10% delle famiglie destina oltre il 40% del reddito alla casa e, secondo la Commissione Europea, servirebbero 650 mila nuovi alloggi l’anno per colmare le carenze. “L’impegno di Consap nel social housing. Attraverso la collaborazione con Cassa Depositi e Prestiti promuoviamo investimenti per realizzare abitazioni a prezzi calmierati coniugando l’accesso equo alla casa con la rigenerazione urbana e la sostenibilità ambientale.
La capacità di trasformare le strategie in risposte tangibili deve riguardare l’intera politica industriale. L’esperienza di Consap come stazione appaltante ne è una prova: dotando lo Stato di competenze specialistiche si accelera la realizzazione di opere complesse garantendo trasparenza e legalità.”
Quel che rileva “Milano Finanza” è fondamentale, cioè un cambio di paradigma che tuttavia richiede un approccio “liberista” nel metodo e nella sostanza che è addirittura opposto alla mentalità del governo Meloni: “Il modello ha dimostrato tutta la sua efficacia nella ricostruzione post-alluvione in Emilia Romagna, Toscana e Marche, dove la professionalità tecnica della società è stata essenziale per la tenuta del Paese. La gestione tempestiva di 216 interventi e il coordinamento di oltre 1.000 affidamenti certificano un paradigma gestionale volto a fornire soluzioni durature per la ripartenza dei territori. Tale autorevolezza tecnica permette di superare la logica dell’emergenza trasformando la committenza pubblica in un vero motore di sviluppo. Affinchè questo modello diventi strutturale il rafforzamento industriale non può basarsi solo su nuove risorse. E’ fondamentale un cambio di paradigma: nelle società pubbliche merito e competenza non vanno visti come requisiti formali ma come leva essenziale di un’amministrazione capace di raggiungere i risultati.
Il compito primario delle istituzioni è comprendere le sfide del proprio tempo intervenendo con gli strumenti più adeguati a generare benefici reali per la collettività.”
Ma Giorgia Meloni è contraria al libero mercato, che in Italia inizierebbe con il debito pubblico reinventato nel deficit spending. Carlo Cottarelli, tecnicamente premier, lo rimuove dal suo quadro, rivendicando la presunta atemporalità della “spending review”: morire di risparmio.
Come emerge infatti da una bellissima analisi di Massimo Pasquini, attivista per il diritto alla casa, “Case popolari, stop a 970 milioni per il recupero degli alloggi sfitti a causa della guerra: una strada sbagliata” pubblicata su Il Fatto Quotidiano.it (con alcune deformazioni ideologiche), la Meloni ha fatto l’equazione sbagliata “Rearm Europe” = psico-reato di Keynes; ma il programma di aumento della spesa pubblica nel settore militare è compatibile con il sostegno al Welfare, come emerge anche dalla riflessione di Carlo Palenda “Ecco perché la spesa militare fa bene al welfare” sempre su “Milano Finanza” del 23 luglio 2025: quando il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella legittimava la priorità della difesa e l’attivazione della spesa necessaria per garantirla, promuovendo un approccio che combinasse sicurezza e utilità sociale. Su “Affari e finanza” del 30 giugno 2025 venne pubblicata la bella intervista di Gianluca Di Feo a Rob Murray, il ceo di “Defence, Security and Resilience Bank” in contrapposizione a Walter Galbiati: welfare e warfare
vanno di pari passo, nella logica della partnership pubblico-privato.
Ma intanto, Putin busserà alle nostre porte.
E sarà l’ora più buia.

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Alexander Bush
Alexander Bush, classe '88, nutre da sempre una passione per la politica e l’economia legata al giornalismo d’inchiesta. Ha realizzato diversi documentari presentati a Palazzo Cubani, tra questi “Monte Draghi di Siena” e “L’utilizzatore finale del Ponte dei Frati Neri”, riscuotendo grande interesse di pubblico. Si definisce un liberale arrabbiato e appassionato in economia prima ancora che in politica. Bush ha pubblicato un atto d’accusa contro la Procura di Palermo che ha fatto processare Marcello Dell’Utri e sul quale è tuttora aperta la possibilità del processo di revisione: “Romanzo criminale contro Marcello Dell’Utri. Più perseguitato di Enzo Tortora”.

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