Di Angelo Gazzaniga<\em>
La vicenda dell’Ilva, così significativa di come viene gestita la politica industriale in Italia, sta assumendo un aspetto tragicomico.
Mentre ormai la produzione langue, il deficit corre al ritmo di 1 milione al mese e cominciano a registrarsi operai morti per mancanza di manutenzione, il tribunale di Milano ha imposto l’attuazione delle misure anti inquinamento entro l’estate, pena la chiusura di tutto l’impianto.
Questo adempimento prevederebbe un’operazione da circa 1 miliardo per mettere a norma gli impianti di produzione mediante carbone.
Impianti che andrebbero comunque dismessi entro tre/quattro anni per essere sostituiti da altoforni elettrici con costi di miliardi.
Come sperare che il potenziale acquirente: un società finanziaria americana senza nessuna esperienza industriale, possa sostenere uno sforzo del genere senza grandi prospettive di utili?
Diventa così sempre più probabile una fine triste quanto annunciata: abbandono degli stabilimenti, cassa integrazione “sine die” per i dipendenti e fallimenti in massa delle aziende dell’indotto.
È questo il risultato della non-politica industriale degli ultimi decenni: nessun piano strategico a lungo termine, ma solo interventi tampone per evitare il collasso e rispondere alle richieste del momento con unico scopo: salvaguardare l’occupazione.
Ma non è in questo modo che si tutela l’occupazione: la si tutela creando nuove possibilità di lavoro, nuove occasioni, non creando cassintegrati a vita che vivono di sussidi. Ne abbiamo un esempio a Essen, uno dei centri siderurgici della Ruhr: vista l’impossibilità di continuare nella produzione di acciaio data la concorrenza asiatica, si è convertita l’area in un giardino e si è creata una moltitudine di nuove aziende.
In Italia abbiamo invece l’esempio di Bagnoli: una landa desolata da trent’anni ove tutta una serie di progetti di recupero tanto costosi quanto inapplicati è finita nel nulla.
Attualmente sembra che tutto torni all’inizio: una specie di gigantesco gioco dell’oca per cui si prospetta una nazionalizzazione più o meno strisciante, con la prospettiva di creare un nuovo buco senza fondo, una valanga di miliardi spesi per nulla per continuare con un’agonia infinita: Alitalia docet.
Questo a ulteriore dimostrazione della necessità di una politica industriale chiara e lungimirante: altrimenti si continuerà a intervenire su situazioni ormai compromesse e gettare miliardi in aziende decotte con la scusa di salvare posti di lavoro. Posti di lavoro che continuano a esistere solo con sussidi tanto costosi per la comunità quanto umilianti per chi li riceve.
Occorre prevedere per tempo le difficoltà e creare nuove possibilità di lavoro e di creazione di ricchezza: costa meno e rende di più per tutti.


