Di Angelo Gazzaniga<\em>
Continua inesorabile la crisi dell’Ilva, che è stata una delle più grandi ed efficienti acciaierie d’Europa.
È questo il segno evidente del fallimento della politica industriale dell’Italia degli ultimi anni.
Se a parola si è continuato a proclamare la centralità della produzione dell’acciaio per l’industria italiana in pratica non si è fatto nulla, o peggio, si è fatto di tutto per ottenere consensi a spese dell’attività dell’acciaieria.
Un po’ quello che si è già visto nel caso Alitalia, che dopo ripetuti proclami sulla necessità di un vettore nazionale , si è praticamente regalata a Lufthansa dopo investimenti miliardari.
Infatti quella dell’Ilva è una crisi che viene da lontano: dopo l’arresto dei Riva e la gestione commissariale ci si è affidati ad Arcelor-Mittal che si è vista cancellare per motivi elettorali la norma che garantiva impunità per i delitti commessi prima della sua gestione e poi addirittura estromessa con un decreto che affidava la gestione al socio di minoranza. Inevitabile a questo punto una causa miliardaria che, temiamo, lo Stato dovrà accollarsi.
Si è poi tentata la via degli azeri di Baku Steel che dopo l’incidente all’altoforno 1 (definito dal ministro dell’Industria “cose che capitano”) e gli ostacoli posti dalle autorità locali (come, ad esempio, il rifiuto di collocare in mare aperto un nave per rigassificare il gas necessario al funzionamento degli altoforni elettrici previsti con richiesta di costruire un gasdotto fino alla Calabria) se la sono data a gambe.
Attualmente resta in campo una finanziaria americana che sino ad ora (quale serietà!) non ha dato le garanzie finanziarie richieste e che probabilmente scomparirà dopo che il Comune di Taranto ha bloccato l’attività della centrale termoelettrica bloccando di fatto l’attività del complesso.
C’è da aspettarsi un finale degno delle tante imprese italiane ormai decotte: passaggio alla gestione statale con perdite sicure, cassa integrazione senza termine per buona parte dei dipendenti e sussidi per le industrie dei servizi destinate altrimenti a fallire.
Ma cosa ci si può aspettare da un ministro che non riesce a chiudere qualcosa come 120 tavoli di crisi e che, in un ambiente in cui si parla necessariamente inglese, traduce “factory” con “fattoria”?


