“Angelone, ci sono i vincenti e i perdenti a questo mondo. Tu appartieni
alla categoria dei perdenti”
Gianni Agnelli ad Angelo Rizzoli
“Questa frase me l’aspettavo da Totò Riina, non certo da un galantuomo come
Agnelli”
Rizzoli
“Angelo non era bugiardo, si era costruito una realtà completamente inventata e
finiva per crederci”
Eleonora Giorgi a Peter Gomez, “La Confessione”
Tra i labirinti di Pirandello, strane cose accadono. Il caso mescola le carte e seleziona vincenti e perdenti in un giuoco che non ammette pietas. Il croupier mette le carte sul tavolo al servizio dell’imperscrutabile padrone dei cieli, e il giocatore cede l’autos nomos al destino cinico e baro, tra narcisismo e masochismo.
Siamo alla settima, ottava edizione di successo dell’instant book scritto favolosamente bene “La caduta di un impero. Montedison – Ferruzzi – Enimont” da Carlo Sama, cognato di Raul Gardini che morì suicida con un colpo di Walther PPK sparato alle tempie il 23 luglio 1993 a Palazzo Belgioioso a Milano nel pieno di Mani Pulite: se fosse rimasto in vita, non sarebbe stato arrestato; ma si sentì tradito dall’allora pm Antonio Di Pietro che pure era stato il garante del gentlemen agreement con il ravennate. Lo ha confermato lo stesso Di Pietro nell’intervista a Susanna Turco del febbraio 2020 poi acquisita agli atti del dibattimento cosiddetto “trattativa Stato/Mafia”. Excusatio non petita, accusatio manifesta? A pensar male, s’indovina… Andreotti guardava dall’alto, protetto da Belzebù. Come ha scritto il grande Indro Montanelli ne “I protagonisti” il 19 luglio 1970: “… E’ una specialità di Andreotti quella di non lasciar mai impronte digitali… “. Orbene, tra me e Sama – uomo che non appartiene certo alla categoria del sacerdote, ma a quella dell’uomo d’azione dispiegato nel polytropos e che, tra l’altro, appariva un maestro di oratoria nell’aula magna del Tribunale di Milano all’interrogatorio con l’arrogante e fragile Claudio Martelli – è nata un’amicizia a dispetto della mia età più giovane della sua. Spero di esserne all’altezza, con l’umiltà che le circostanze impongono. Per parafrasare Riccardo Illy, “ho poche qualità e mi propongo di farne buon uso”. Martedì 6 gennaio 2026 ho scritto all’ex responsabile delle relazioni esterne del gruppo Ferruzzi che è caduto in piedi tra le “sliding doors”, con una lucidità strategica pari a quella di Eugenio Cefis (più abile di Roberto Calvi, il successore di Mattei si ritirò dalla scena senza essere risucchiato dalla “sindrome di Napoleone”): s’impone ormai la necessità dell’“autopsia psichiatrica” di Gardini, l’uomo disgregato dalle mille facce prima del passaggio all’atto suicidario.
“Carlo, con un’esagerazione benigna ti scrivo mentre sto camminando. “Tre indizi sono una prova” per Agatha Christie: 1) l’incontro al buio nella topaia tra te e Raul Gardini, che non si lavava da giorni, aveva la barba, il volto pallido, rivelava il suo malessere (a mio parere grave); 2) la battuta sul fatto che “c’è una guerra al di là dell’Adriatico tale da obbligarmi a spogliarmi delle mie ricchezze”, destava comprensibile sconcerto nei suoi interlocutori; 3) il passaggio più importante della psicopatologia di Raul si sostanzia nei suoi impulsi “pantoclastici” nella tenuta di Buenos Aires, quando tentò di picchiarti: un episodio interessantissimo. Te lo spiego subito: il personaggio di Gardini cominciava a crollare, nel senso che l’“Io ausiliario” che lo sorreggeva nel rapporto inautentico con il reale incominciava a morire. “Disturbo borderline”: ecco la cosiddetta “diagnosi dall’esterno”. Ps – perdonami l’esagerazione nel volume dei messaggi. Dipendo da Whatsapp”.
La risposta di Sama è così riportata (omnia vanitas et vanitas vanitatum):
“Alex sei unico.
Per la lucidità, il coraggio e la profondità con cui rileggi quei passaggi che allora erano solo dolore e sconcerto. I tuoi “indizi”, visti oggi, compongono purtroppo un quadro che torna, e che aiuta a dare senso a ciò che per anni è rimasto incomprensibile. Nessuna scusa da fare: il pensiero autentico non disturba mai. Grazie davvero.
Un abbraccio, Carlo”
Scusatemi l’autocitazione – excusatio non petita, accusatio manifesta – il 22 agosto 2025 su Instagram avevo rilevato a Carlo Sama: “C’è un punto di connessione tra il tuo libro e “Il gioco dei potenti” di Piero Ottone che andrebbe spiegato nelle scuole: Eugenio Cefis si fermò, ma si sarebbe rovinato se non si fosse fermato. Raul Gardini non si fermò mai, nella compulsione del gambling senza ratio”. La risposta di Sama andrebbe letta nelle scuole, invitandolo a parlare agli studenti:
“Caro Alex, hai colto perfettamente un nodo cruciale. Cefis seppe fermarsi, forse per calcolo o forse per intuito, e proprio questo gli salvò il futuro. Gardini, invece, non conobbe limiti: quella corsa continua, quasi compulsiva, senza un vero disegno strategico, è stata insieme la sua forza e la sua rovina. Hai ragione, sarebbe un passaggio da spiegare nelle scuole: capire il peso delle scelte, dei limiti e delle ossessioni è una lezione che va ben oltre la storia economica. Un abbraccio, Carlo”.
Vorrei tradurre “freudianamente” il concetto espresso da Sama: “la corsa continua, quasi compulsiva, senza un vero disegno…, (di Gardini, ndr) è stata insieme la sua forza e la sua rovina.” Ascesa e caduta di Icarus. Egli aveva i difetti delle sue qualità, o le qualità dei suoi difetti. Ho visto persone con le siffatte caratteristiche finire in rovina. Che cosa significa? La persona rimane allo stadio infantile del “principio di piacere”, e ottiene successo con un investimento monomaniaco in un unico focus; poi brucia il suo stesso successo, ottenuto “fraudolentemente” con una resiliente reductio ad unum che non rappresenta tanto – a giudizio di chi scrive – la realizzazione della genialità in quanto tale, ma il suo oscuramento (su questo punto, io e la professoressa Liliana Dell’Osso non siamo d’accordo). Il tema del “disturbo compulsivo” di Raul si collega al bellissimo articolo scritto dall’uomo di genio Luigi Bisignani, con il rigore dello psichiatra, nel suo ritratto post mortem su Silvio Berlusconi dato alle stampe nel giugno 2023: perché Gardini e Berlusconi si somigliavano sorprendentemente, tant’è che Cesare Lanza, uno dei più autorevoli giornalisti italiani, definì Berlusconi un giocatore d’azzardo dato sistematicamente per perdente e poi vincente (ma è pur vero che la bellissima Veronica Lario, fragile e forte, furba e resiliente, si è sentita travolta da una vita infernale); cito Bisignani nel suo articolo che sarebbe piaciuto a Piero Ottone (Berlusconi diceva di Bisignani: “Quello è più potente di me”) o perlomeno, più intelligente; ecco il passaggio cruciale dell’editoriale di Bisignani, al livello di Howard Hunt, dal titolo “Silvio Berlusconi, gigante gentile che ha superato De Gasperi e Agnelli” su “Il Tempo.it” del 13 giugno 2023: “… Per tutta la vita il Cav. ha vissuto con due sindromi che solo in rarissimi casi, spesso geniali, combaciano: era euforico ed ossessivo al tempo stesso. Euforico perché si lanciava in sfide continue nella convinzione di poter raggiungere qualsiasi traguardo, senza paura, gettando il cuore oltre l’ostacolo, anche a costo di farsi male. Ossessivo perché preparava ogni mossa con maniacale precisione e calcolo… “ (come il messaggio videofilmato della “discesa in campo” in politica, intuizione geniale di Carlo Freccero, realizzato tra l’altro tra i cosiddetti “stati misti”, ndr).”
Tra gli stati misti, Gardini invece si tolse la vita: non ci sono dubbi per chi scrive. Dunque, il “disturbo borderline” accumunava Gardini a Berlusconi. Il 23 luglio 1993 mattina Gardini doveva incontrare Antonio Di Pietro. Il 27 gennaio 1994, ci fu un arresto importante a Milano, diciamo un arresto in linea con lo Zeitgeist con un colpo di mano alla Berezovskij; se gli stati misti si collegano ad una via d’uscita, ci può essere il successo. Se gli stati misti si collegano alla mancanza d’una via d’uscita, ci può essere il suicidio. Un altro giocatore d’azzardo, nel 1979, Michele Sindona che giuocava al livello di Soros, detenuto negli States per bancarotta fraudolenta, aveva praticamente vinto la battaglia con il curatore fallimentare della Banca Privata Italiana Giorgio Ambrosoli, quando il “capo grande” – per parafrasare l’uomo d’onore massone Giacomo Vitale – fece scacco matto a Sindona, eliminando Ambrosoli per far ricadere le colpe sull’ormai screditato avvocato di Patti. Non rimaneva che la via d’uscita del suicidio, che non è mai simulato.
Ne sapeva qualcosa Francesco Pazienza, dipartito a 79 nell’ospedale di Sarzana.
Silvio aveva 7.000 miliardi di debiti di lire, Gardini 10.000 miliardi, l’Avvocato di panna montata – chiedo i diritti d’autore a Eugenio Scalfari – 30.000. Forse Agnelli pensò al suicidio, ma lo salvò Enrico Cuccia garantendo lunga vita al personaggio di Gianni: predicare bene, e razzolare male, con un tocco di erre blesa: “Mi piace il mare, perché è l’unica cosa che non si può comperare”, ma anche un conto di 2 miliardi alla Jp Morgan.
Non ho fatto in tempo a finire l’articolo, che mi pare opportuno citare Sama in un passaggio veramente importante del suo “portrait” grondante di vita vissuta “Il declino di Raul e la volontà di far sparire i Ferruzzi”:
“Raul Gardini è sempre stato un personaggio sopra le righe. Ma, purtroppo, con il passare degli anni, quelle vanità, quegli eccessi e quelle stravaganze che da giovane costituivano soltanto dei tratti accessori e occasionali della sua personalità, e che contribuivano perfino ad accrescerne il fascino, si trasformarono a poco a poco in comportamenti esasperati e ricorrenti, rendendo la figura di Raul quasi caricaturale. Io, il suo amico inseparabile di quegli anni e suo braccio destro, ne soffrivo profondamente perché gli volevo bene e non volevo che altri si accorgessero di quella sua crescente vena eccentrica che, standogli sempre accanto, percepivo sempre più chiaramente.
Questa degenerazione di Gardini crebbe soprattutto dopo l’acquisizione di Montedison e con l’Enimont ma se ne erano già avute le prime avvisaglie con l’acquisto di Ca’ Dario, che volle comprare a tutti i costi. E toccò a me, mio malgrado, seguire personalmente la trattativa su suo ordine. Da tempo Raul aveva deciso di prendere casa a Venezia. Una domenica, mentre ci trovavamo a Milano, una intermediaria ci informò telefonicamente che si era presentata una formidabile occasione, una casa bellissima, davvero unica. Dovevamo però raggiungere subito Venezia perché il proprietario aveva in corso anche altre trattative.
Gardini, come un bimbo viziato, decise di partire subito. Le condizioni meteo non erano buone e non si poteva volare con l’elicottero. Partimmo quindi in auto in gran fretta. Arrivati a Venezia e attraversato il Canal Grande, appena sbarcati sull’atrio di Ca’ Dario, senza nemmeno guardare il resto della casa Raul mi disse: “Comprala!” (è lo stesso comportamento avuto con la fusione tra Eni e Montedison: “La chimica sono io!”, ndr). La trattativa con il proprietario, Fabrizio Ferrari, non fu facile. Si protrasse parecchio e non si trovava un accordo. Alla fine, il venditore riuscì a rifilarci, assieme a Ca’ Dario, anche l’acquisto della malandata compagnia assicuratrice Bavaria, una acquisizione che per il nostro gruppo non aveva alcun senso. Ma non ci fu niente da fare. L’acquisto di Ca’ Dario si doveva avere a tutti i costi, tanto era forte il desiderio di Raul di avere assolutamente quel palazzo. Si seppe solo successivamente che l’onere di quell’operazione ebbe conseguenze molto negative per la Serafino Ferruzzi: fu l’ennesimo costo disinvoltamente scaricato da Raul sui suoi parenti, con un pesante aggravio dovuto alle pessime condizioni finanziarie della Bavaria…”.
Ecco fotografata con la Polaroid l’“emergenza del piacere” che fonda l’assetto personologico di un pokerista all’ultimo stadio, per parafrasare Sama: un bambino viziato, ma si potrebbe aggiungere un infante mascherato da adulto, che nell’“eterno ritorno dell’uguale” prima accede allo star system e poi ne viene escluso quando l’“imbroglio” non funziona più. Nel suo libro, Sama restituisce esemplarmente anche il cosiddetto imbroglio del “looking good, feeling bad” dalla locuzione di Friedman: la genialità di Raul sapientemente protetta da un’opportuna strategia di storytelling, era mediocrità vista da vicino. Il Pirata senza pace sognava a occhi aperti in preda a “state of mind” ipomaniaci, e Sama, nella stessa posizione di Confalonieri con Berlusconi, tentava di correggere gli eccessi del Contadino con un misto di simpatia e disincanto intrisi di umiltà travasata nella curiosità, o di curiosità umile che erano la cifra d’un self made man dalle spalle larghissime (sia detto fuori dal birignao); leggete questa scena, sembra di essere nel film “Quel che rimane del giorno” e la Fiera della Vanità compie il suo capolavoro di meschina bellezza o sconvolgente mediocrità:
“Io e i miei amici Raul e Idina … iniziò tra Raul, Idina (Ferruzzi, ndr) e me una curiosa “triangolazione”. Raul soffriva molto il peso “politico” di Idina in famiglia e nel Gruppo. Era lei, in definitiva, l’azionista. E per di più Idina non sembrava dar credito più di tanto alle intuizioni imprenditoriali del marito. Che, da parte sua, cercava in mille modi di dimostrare di essere capace di fare buoni affari come il suocero, se non di più (lo sapeva bene Piero Ottone, nda). Raul era ossessionato dall’idea di apparire soltanto come un “moglio”. A un certo punto Gardini si mise in testa di acquistare la Milano Assicurazioni e fece seguire anche a me e a Ermanno Perdinzani (che da qualche settimana mi aveva affiancato nell’ufficio di segreteria di Raul) il progetto, che però, ce ne rendemmo subito conto, faceva acqua da tutte le parti. Infatti, la documentazione che era in nostro possesso dimostrava chiaramente che non si trattava di un buon affare. Ciò nonostante, Raul volle che andassimo insieme a casa sua per illustrare l’idea a Idina. Raul espose alla moglie il dossier, magnificando i vantaggi che la Ferruzzi avrebbe potuto ricavare dall’acquisizione della Milano. Ma Idina pareva molto perplessa e taceva. Il suo silenzio durò un tempo interminabile.
Alla fine, Idina si rivolse a me e mi disse: “Caro Carlo, adesso mi ripeti tu tutto daccapo, per filo e per segno, ma stai attento a descrivermi esattamente pregi e difetti di questo possibile acquisto, in modo assolutamente trasparente. Perché se mi accorgo che non mi riferisci il tuo parere in modo completo e leale, non entrerai mai più in questa casa…”. Ciò detto, riepilogai i punti salienti della possibile operazione, senza nasconderne anche i vari aspetti critici che Gardini non aveva sufficientemente evidenziato. Peraltro, barcamenandomi il più possibile per evitare di danneggiare il mio amico Raul agli occhi della moglie. Dopo che ebbi parlato, Idina disse: “Hai sentito, Raul? A me non pare un grande progetto e anche da ciò che ha riferito Carlo mi sembra che sia un’idea decisamente da accantonare”. Chiuso il discorso. Gardini era tuttavia un vero maestro nel gestire queste situazioni imbarazzanti. Nonostante il secco parere negativo della moglie, si mise a ridere e a scherzare come se niente fosse successo. Una situazione che avrei rivisto altre volte in seguito, tra loro due…”.. Una commedia pirandelliana, o una tragedia? Oppure, una commedia che mascherava una tragedia.
Colpiscono, ancora una volta, le contraddizioni di Raul Gardini. L’uomo dalle cento facce, con il cupio dissolvi delle sue qualità difettuali. Troppe situazioni, troppe personalità, troppe mediocrità nascoste con il trucco del “diniego”, motore potente e giano bifronte.
E infine, si potrebbe concludere con una efficacissima battuta di Claudio Martelli: “Era uno che sarebbe piaciuto a Steve Jobs, probabilmente. Siate affamati e siate folli, visionari. Certamente era un visionario. Lo raccomanderei per questo aspetto, per l’ambizione, la visione. E anche la passione nazionale in un contesto globale. Raccomanderei di essere molto più prudenti”.
Più personaggio che persona, lui stesso se ne rese conto alle 9.00 del mattino del 23 luglio 1993.
di Alexander Bush


