Di Alexander Bush<\em>
“Se guardi l’abisso, l’abisso ti guarda”
Friedrich Nietsche
L’America di Roosevelt sta morendo, mentre Trump ha il potere di proporre l’offerta del Padrino alla “superteste” criminale Ghislaine Maxwell con una mano e con l’altra di eliminare Charlie Kirk e la stessa Maxwell; ma quanti se ne accorgono veramente? L’Italia di Ambrosoli è morta, ma quanti se ne accorgono veramente? Ci sono gli echi di Oswald Spengler nel bellissimo articolo dell’ordo-liberale timidamente keynesiano (più a sinistra di Alessandro De Nicola, De Nicola me lo perdonerà!) Tito Boeri. Quello che l’economista Boeri scrive su “la Repubblica” del 22 gennaio 2026 andrebbe letto agli studenti delle università alla voce “Quella voglia di controllo della politica”:
“Una delle prime battaglie di Repubblica nei suoi 50 anni di vita è stata quella a difesa dell’indipendenza di Banca d’Italia di fronte alla vendetta del potere politico, incarnato in quella occasione da Giulio Andreotti e Franco Evangelisti. Correva l’anno 1979 quando Paolo Baffi e Mario Sarcinelli rispettivamente governatore e vicedirettore generale di Bankitalia, vennero incriminati per interesse privato in atti di ufficio e favoreggiamento personale.
Per salvare la reputazione dell’istituto, Baffi decise di dimettersi nell’ottobre 1979 mentre Sarcinelli fu privato dei poteri di vigilanza. Vennero poi entrambi prosciolti da ogni addebito due anni dopo. Quale era stata la loro colpa? Avere opposto un secco rifiuto alle richieste di salvataggio delle banche di Michele Sindona, alla sistemazione dei debiti della famiglia Caltagirone nei confronti dell’Italcasse e alle malversazioni compiute dalla P2 nei confronti del Banco Ambrosiano, come racconta un bel libro di Beniamino Piccone (Attacco alla Banca d’Italia. La difesa di Paolo Baffi). Repubblica, soprattutto nella penna di Eugenio Scalfari, fu l’unico giornale a prendere le difese di Baffi e Sarcinelli. Scelta coraggiosa vista la coalizione di interessi politici, finanziari e criminali in campo e il fatto che i banchieri spesso non godono delle simpatie di una parte consistente dell’opinione pubblica. Quanto sta accadendo oltreoceano con la minaccia di incriminazione di Jerome Powell (presidente della Fed, la banca centrale statunitense) richiama in modo sinistro quella triste vicenda. Ma per certi aspetti ha dimensioni ancora più preoccupanti per i precedenti che crea e per la posta in gioco. La colpa di Powell non è, come nel caso di Baffi e Sarcinelli, quella di non concedere finanziamenti a “protégé” del potere politico, ma di resistere alle pressioni di Donald Trump per un ribasso dei tassi di interesse… “.
Questo è Spengler, caro Boeri. La civiltà occidentale è malata, e la corruzione ne tarla le fondamenta; si fa presto a liquidare l’Italia come la Repubblica delle Banane, quando gli Stati Uniti appaiono uno dei peggiori stati del Sudamerica e lontani sono i tempi di quando John Fitzgerald Kennedy apostrofava gli industriali dell’acciaio come “figli dei porci” perché alzavano i prezzi distorcendo la concorrenza.
Ma – vedi Spengler – la “P2 americana” di Howard Hunt gliela giurò, e gli presentò il conto.
Bellissime sono le pagine di Bernard Michel. Trump viene da quel mondo, Hunt, Mc Carthy e Jack Ruby, la famiglia Gambino, non la tradizione dei Rockfeller e di Steve Jobs.
Per la cosiddetta completezza dell’informazione in estensione all’ottima analisi del galantuomo Boeri, va aggiunto che il mandante dell’azione punitiva contro l’eroico commissario liquidatore della Banca Privata Italiana di Michele Sindona, che ricevette l’incarico da Ugo La Malfa, Giorgio Ambrosoli – ucciso a Milano a colpi di pistola sotto il portone di casa l’11 luglio 1979 – è stato Giulio Andreotti; il fatto emerge (ma non soltanto) dalla requisitoria dell’allora pm Guido Viola al
processo per l’omicidio Ambrosoli: “Senza la copertura accordata da Andreotti a Sindona, non ci sarebbe stato l’omicidio di Ambrosoli”. L’uomo d’onore-massone Giacomo Vitale, cognato di Stefano Bontate che parlava l’italiano in modo sgrammaticato, non rispondeva a Sindona, ma al “capo grande” (come egli stesso disse ad Ambrosoli), e come sapeva bene il confidente dei Ros Luigi Ilardo che venne assassinato il 10 maggio 1996 a Catania dai killer di Provenzano, prima di metterlo a verbale. Ma Giancarlo Caselli non agevolò il passaggio da confidente a pentito di Ilardo, come hanno raccontato la figlia Luana Ilardo a Massimo Giletti per “La 7” e Sabina Guzzanti nella docufiction “La trattativa”.
Scriveva uno dei più grandi reporter della storia repubblicana, Corrado Stajano, a pag. 168 dell’opera magistrale “Un eroe borghese. Il caso dell’avvocato Giorgio Ambrosoli assassinato dalla mafia politica” a proposito del presunto enfant prodige di Alcide De Gasperi, un anti-sociale rara avis che era capace di far venire l’esaurimento a un bambino di 7 anni, Umberto Ambrosoli, ma anche di chiedere un quadro di De Chirico a Francesco Marino Mannoia:
“… Giorgio Ambrosoli accompagna tutte le mattine il figlio Betò (Umberto, ndr) che ha sette anni alla scuola elementare di via Ruffini. I saluti davanti alla porta e poi davanti all’aula sono interminabili, padre e figlio si staccano a fatica, dopo un via via che dovrebbe essere ogni volta l’ultimo. Betò è un bambino inquieto, intelligente e curioso, affascinato dalla figura del padre: sa che sta facendo un lavoro importante e un po’ misterioso, tieni gli orecchi dritti, vuol sapere. Una mattina la sua maestra di seconda elementare, la signora Pampaloni, manda a chiamare Annalori Ambrosoli. Da tre giorni il bambino, appena arriva a scuola, cade con la testa sul banco e s’addormenta: “Che cos’hai Umberto?”.
E il bambino: “Ho delle gravi preoccupazioni”.
“Sta succedendo qualcosa nella sua casa?”, domanda la maestra.
“No, no”, risponde Annalori sempre attenta in quegli anni a non far trasparire nulla di quel che prova. Al ritorno da Bormio, Giorgio le ha raccontato delle telefonate minatorie, ma l’ha anche pregata di non farne parola con nessuno.
A tavola, Annalori parla con tutti e tre i bambini, Francesca ha dieci anni, Filippo ne ha nove, Betò è il più piccolo: dice soltanto che non devono tener nulla dentro di sé – il dolore, la gioia –, ma dir tutto, sempre, alla mamma, al papà. Francesca e Filippo la guardano interrogativi, Betò è muto, la testa bassa. Poi arriva la nonna Linda. E’ lei a prender da parte Betò e Betò scoppia in un pianto dirotto e racconta di quella notte. Dormiva, quando è tornato a casa il padre. O forse lo stava aspettando, in dormiveglia. Era quasi l’una. Si è alzato, ha camminato in punta di piedi per la casa, si è appiattito dietro la porta del guardaroba e ha sentito il padre e la madre che su un registratore ascoltavano la voce di un uomo che urlava: “Ti ammazzeremo come un cane, ti ammazzeremo come un bastardo”. La nonna non sa nulla di quelle telefonate, ne è atterrita, l’angoscia del bambino le stringe ancora di più il cuore. La sera il padre, affettuoso, suadente, mette a letto lui Betò: “Non devi aver paura. Quella voce è di un pazzo, ce ne sono tanti a Milano che fanno dei numeri di telefono a caso per spaventare le persone”.
Ma Betò ha sentito anche una frase che poteva esser rivolta solo a suo padre avvocato: “Ma no” si ribella. “Quelle parole erano per te.”
Giorgio Ambrosoli gli parla allora come a un adulto, gli confida quella che è una sua convinzione profonda: “Proprio perché sappiamo chi sono, non lo faranno mai, non uccideranno. Sanno che noi pensiamo a loro, sarebbe un delitto firmato. Stai tranquillo. Betò, io morirò vecchiettino nel mio letto di Ronco”… “.
Ecco il riassunto di una delle telefonate minatorie registrate da Giorgio Ambrosoli, assassinato per aver compiuto il suo dovere; il divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro è stato realizzato da Beniamino Andreatta e Carlo Azeglio Ciampi in risposta alla mafia politica che privilegia il dirigismo al liberismo, anche se Nino Galloni finge di non saperlo:
Ambrosoli – Pronto?
Vitale – Pronto, l’avvocato?
Ambrosoli – Sì
Vitale – Senta avvocato, se le può fare piacere gli volevo dire questo, dato che lei domani ha quell’appuntamento.
Ambrosoli – Si.
Vitale – Guardi che puntano il dito soprattutto sopra di lei. Io adesso lo sto chiamando da Roma e puntano il dito tutti su di lei, come se è lei che non vorrebbe collaborare.
Ambrosoli – Ma chi questo?
Vitale – Mi sono spiegato? Io lo voglio mettere… perché tutti sono pronti a buttare la colpa su di lei.”
Ambrosoli – Buttino la bomba che vogliono ma…
Vitale: Sia dal capo grande…
Ambrosoli – Sì.
Vitale – Chi è il capo grande?
Vitale – Lei mi capisce. Sia il capo grande che a finire al piccolo, il signor Cuccia e compagni, danno tutta la colpa a lei in modo che lei si… perché mi creda veramente, io lo vedo e vedo che lei è una brava persona. Mi dispiacerebbe… perché loro puntano il dito tutti su di lei.
Ambrosoli – Va bene, ma puntano per che cosa, me lo spiega?
Vitale – Perché dice che lei non vuole collaborare a aiutare quella persona (Sindona, ndr). Capisce? Il grande, che lei sa chi è?
Ambrosoli: Sì.
Vitale – Ha detto che praticamente ha fatto telefonare a quello mentre, come mi ha detto lei, non è vero.
Ambrosoli – Qui non ha telefonato Ciampi.
Vitale – E quello perché questo, il grande, ha telefonato a Nuova York. Capisci?
Ambrosoli – Sì.
Vitale – E ha detto che aveva sistemato tutto e la colpa la dava solo a lei. Capisce? Ora lei, io lo sto avvisando in modo che lei si sappia calcolare.
Ambrosoli – Il grande immagino sia Sindona.
Vitale – Eh no, il signor Andreotti.
Ambrosoli – Chi, Andreotti?
Vitale – Sì.
Ambrosoli – Ah!
Vitale – Ha telefonato e ha detto che aveva sistemato tutto, ma che la causa è sua.
Ambrosoli – Ah, sono io contro Andreotti?
Vitale – Esatto. Perciò ci dico si stia a guardare che lo vogliono mettere a lei nei guai. Va bene? Mi dispiace che non ho più gettoni. La chiamo domani dalle 12 e mezzo all’una.
12 gennaio 1979: il massone-mafioso della loggia Camea altrimenti nota come “loggia dei 300”, lo abbiamo visto legato al sedicente “principe di Villagrazia”, telefonava per l’ultima volta ad Ambrosoli:
Vitale – Pronto, avvocato!
Ambrosoli – Buongiorno.
Vitale – Buongiorno. L’altro giorno ha voluto fare il furbo, ha fatto registrare tutta la telefonata!
Ambrosoli – Chi glielo ha detto?
Vitale – Eh, sono fatti miei chi me lo ha detto. Io la volevo salvare, ma da questo momento non la salvo più.
Ambrosoli – Non mi salva più?
Vitale – Non la salvo più, perché lei è degno solo di morire ammazzato come un cornuto! Lei è un cornuto e bastardo!
Come ho scritto nel dossier pubblicato su Libertates il 22/01/2026 – chiedo scusa per la difettosa autocitazione – Michele Sindona, incriminato negli States per bancarotta fraudolenta, aveva larga possibilità di vincere la battaglia con il curatore fallimentare della Banca Privata Italiana Giorgio Ambrosoli (in America il Diritto vince sulla giustizia come ha avuto modo di dire Cyrus Vance junior: non è né giusto, né sbagliato), quando il “capo grande” – per parafrasare l’uomo d’onore massone Giacomo Vitale – fece scacco matto a Sindona, eliminando Ambrosoli per far ricadere le colpe sull’ormai screditato avvocato di Patti. Non rimaneva che la via d’uscita del suicidio che non è mai simulato, una volta che l’ex “salvatore della lira” era rinchiuso nel carcere di Voghera. Ne sapeva qualcosa Francesco Pazienza, dipartito a 79 nell’ospedale di Sarzana. Ricevette l’ordine da Giuseppe Santovito per sua stessa ammissione di mettere in atto la segretissima operazione “Onorata società Sindona Andreotti”, che comprendeva l’eliminazione, tra gli altri, dell’avvocato Rodolfo Guzzi e l’istigazione al suicidio dello stesso Sindona.
Lo sapeva bene Enzo Biagi, grande giornalista e doppia personalità, che Sindona lo conosceva e ne era il confidente. L’altro confidente era Nick Tosches. Nel settembre 2010, il Divo – intervistato dai cameraman di Giovanni Minoli per “La Storia siamo noi” – disse, alla domanda: “Ma secondo lei chi ha ucciso Ambrosoli?”. “Non voglio sostituirmi ai carabinieri o ai giudici; certo era una persona che in termini romaneschi, io direi se l’andava cercando”.
Il ciociaro che si era laureato 110 e lode con la tesi “Personalità di un delinquente nel diritto della Chiesa” – confessione per proiezione – era un genio del crimine.
Infatti, Corrado Stajano rilevava bene nel “capitolo diciottesimo” del suo master piece:
“Io non so perché Giorgio Ambrosoli viene ucciso proprio allora. Non so perché questo delitto politico tra i più gravi della storia della Repubblica avviene la notte dell’11 luglio 1979.
L’avvocato di Milano ha conservato intatta la sua credibilità di testimone. I difensori di Sindona speravano probabilmente di coglierlo in fallo e di togliere peso alla forza dirompente delle sue accuse. La rogatoria è terminata, non ha importanza se manca ancora la firma, nessuna Corte di giustizia americana metterebbe in dubbio la parola di un uomo di legge assassinato. Il processo della Franklin National Bank è avviato e non è la morte di Giorgio Ambrosoli a poterne deviare il corso. E anche la procedura d’estradizione, nonostante gli infiniti ostacoli, è ormai incardinata… “.
Ma Sindona, ingenuo come tutti i giocatori (rubo il copyright a Gianfranco Piazzesi), non sapeva che c’era un giocatore più abile di lui e che aveva le stesse iniziali di Giorgio Ambrosoli.
Era un uomo divorato dalla solitudine, come hanno osservato a “Otto e mezzo” dalla Lilli Gruber Tony Servillo e Paolo Sorrentino. “Andreotti era un uomo pericoloso e non potevo fidarmi di lui”, dirà lo psichiatra ungaro-americano Steve Pieczenick al giornalista Emmanuel Amara.


