COUNTDOWN DEL PNRR, COTTARELLI IGNORA CHE LA REALTA’ ESISTE

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Di Alexander Bush<\em>

“Non esiste la verità assoluta, ma la verità relativa”
Giancarlo Capaldo ad Andrea Purgatori, domenica 12 dicembre 2021

Ragione non è realtà, ma di fatto oggi nessuno è disposto ad ammetterlo tra i “policy makers” delle cancellerie occidentali. Solo Mikhail Khodorkovsky, Citizen K. Siamo tornati indietro di 80 anni, ma la crisi dell’ordine internazionale basato sul falso assunto che la ragione sia “universalmente valida” è compatibile con il crollo definitivo dell’Illuminismo che muore nella “realtà oggettiva” della III guerra. La situazione originata dallo stretto di Hormuz è paragonabile allo scenario che si delineava tra la fine della Grande Guerra e il crepuscolo della Belle èpoque: l’ideologia al potere preparava l’ascesa di Adolf Hitler, e oggi la miopia ideologica di una persona perbene come Ursula von der Leyen è paragonabile a quella di Woodrow Wilson; entrambi s’illudono di avere accesso alla verità ultima. Una presunzione fatale, ma il segno anche che l’Età della Ragione deve fare i conti con la realtà. Cerco di spiegarmi, anche se l’assunto della riflessività secondo l’allievo prediletto di Karl Popper George Soros non è universalmente valido e chi scrive se ne sta occupando da anni; il geniale e simpatico market operator ungherese che ha messo in discussione la falsa scientificità della psicanalisi (proprio perché Freud non teneva conto che la realtà esiste), scriveva nel suo instant book “La crisi del capitalismo globale”: “… Il pensiero svolge un duplice ruolo: è al tempo stesso una riflessione passiva sul mondo che i soggetti cercano di comprendere e un ingrediente attivo che interviene a dar forma agli eventi cui essi partecipano… “, “Fallibilità e riflessività”. Che cosa sarebbe successo, se Nicolay Vladimir Lenin non avesse bocciato la Nuova politica economica, Nep, nel momento in cui stava favorendo la nascita del capitalismo in Russia? La storia della Russia sarebbe stata diversa, anche nello scenario attuale (sic!). Ma è una tesi “contro-fattuale”; per citare Soros, è come dire: “Se il Colosseo fosse in Antartide sarebbe pieno di pinguini”. Il Diavolo fa sesso con il “punto d’equilibrio”. Com’è andato al potere Hitler, l’uomo senza inconscio, in Germania? Con il Trattato di Versailles tenacemente difeso dal campione di “America First” ante litteram Woodrow Wilson, che manifestava plasticamente il mancato passaggio dalla Ragione alla Fallibilità Radicale: quanto era in buona fede il presidente americano che ignorò fino all’ultimo le proposte preziose contenute nell’instant book “Le conseguenze economiche della pace” di John Maynard Keynes; se non lo avesse fatto, Hitler non avrebbe potuto cavalcare la disintegrazione dell’impero guglielmino diventando l’eroe nibelungico del Terzo Reich e forse sarebbe stato addirittura internato. Questo dettaglio emerge con estrema chiarezza dal libro magistrale “Keynes. Speranze tradite 1883-1920” a cura del raffinato e cosmopolita Robert Skidelsky, nella parte finale, definito da Piero Ottone “un libro inutile” con una severità impietosa; in realtà – a dispetto del fatto che Ottone è un puntino delle costellazioni di chi scrive –, si tratta di un testo di sublime bellezza nella sua ambiguità snobistica, che si collega in prospettiva alla teoria della riflessività di Soros nel solco di Karl Popper, ma anche nella revisione della “Ragion pura” di Immanuel Kant per la parte che attiene ai “paralogismi”: l’ideologia è una trappola insita nella Ragione, ed è inferiore per importanza alla realtà (il collegamento tra pensiero e realtà, a onor del vero, però, non è valido tout court, “sic et simpliciter” perché la realtà esiste). Scrive Skidelsky nel libro edito da Bollati Boringhieri: “… Nel settimo capitolo (del trattato “The Economic Consequences of the Peace”, ndr), Keynes delineava le clausole economiche del suo trattato di pace alternativo: i danni che la Germania avrebbe dovuto pagare limitati a 2000 milioni di sterline; cancellazione dei debiti interalleati; creazione di un’area europea di libero scambio per neutralizzare la disorganizzazione economica delle “innumerevoli nuove frontiere politiche”; un prestito internazionale per stabilizzare i cambi; incoraggiamento alla Germania a svolgere il suo ruolo naturale di paese guida nell’Europa orientale, inclusa la Russia. Se questi rimedi non fossero stati adottati, “la vendetta, oso prevedere, non tarderà. Nulla potrà ritardare a lungo quella guerra civile tra le forze della reazione e le disperate convulsioni rivoluzionarie, di fronte a cui gli orrori dell’ultima guerra tedesca svaniranno nel nulla e distruggeranno, chiunque sia il vincitore, la civiltà e il progresso della nostra generazione.” Keynes dedicò il libro alla “formazione dell’opinione generale del futuro” …” (la capacità previsionale di Keynes fa venire i brividi, ndr). Più avanti, Skidelsky sottolinea: “… Se il programma di Keynes del 1919 fosse stato attuato è improbabile che Hitler sarebbe divenuto cancelliere tedesco. E’ assurdo criticare Keynes per eventi che si verificarono proprio perché il suo consiglio non venne eseguito. Non si vuole con questo negare che “The Economic Consequences of the Peace” (il virgolettato è di chi scrive, ndr) fu un libro molto influente. Delle dozzine di analisi del trattato (di Versailles, ndr) apparse negli anni venti, è l’unica che non sia sparita senza lasciare traccia. Si rese interprete di uno stato d’animo. Disse con grande autorevolezza, con scintillante vigore e indignazione morale ciò che l’opinione pubblica “colta” desiderava sentir dire. Ebbe inoltre un’influenza a un livello più profondo. Wickam Steed aveva ragione: era una rivolta dell’economia contro la politica… L’idea che la creazione di ricchezza fosse il compito principale dei governanti era nata nel 1919, anche se conquisterà il mondo solo dopo la seconda guerra mondiale. Il Keynes della “General Theory” che Mantoux ammirava, non può essere separato dal Keynes delle “Economic Consequences”, oggetto delle sue critiche… “.
Corsi e ricorsi, l’eterno ritorno dell’identico impone di rassegnare una conclusione: abbiamo riposto un’eccessiva fiducia nel mito della Ragione, che non può essere portata al punto di equilibrio.

Oggi, con l’attacco all’Iran che Trump ha ordinato sotto estorsione da Bibi per gli Epstein files, il Patto di Stabilità è disintegrato dalla realtà. Ma Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue, non lo capisce e non recepisce positivamente le richieste di Giancarlo Giorgetti e Giorgia Meloni (che però sbagliano a bocciare il “salario minimo legale”); neanche Carlo Cottarelli, e analizziamo al dettaglio le loro dichiarazioni “ideologiche” che non tengono conto che la realtà esiste. Un disastro di proporzioni storiche è dietro l’angolo, quando non si comprende che la povertà (la cui evidenza è negata) sta oscurando le democrazie occidentali consegnandole ai populisti oggi, e ai totalitaristi domani.
C’è un implicito nell’incipit dell’articolo di Andrea Falla per “Today Economia”, “Perché per l’Italia ci sarebbero 28 miliardi con la sospensione del Patto di stabilità (ma solo in caso di crisi grave):
“Giorgia Meloni ha chiesto all’Europa una prova di “coraggio” per affrontare la crisi energetica legata alla guerra in Iran, paventando anche l’ipotesi di sospendere il Patto di stabilità e crescita, l’impianto di norme che regolano la disciplina fiscale per garantire che i Paesi Ue adottino finanze pubbliche sane e coordinino le loro politiche fiscali. Lo stop o la modifica di questo strumento che vigila su deficit e debito pubblico potrebbe tradursi in un enorme spazio fiscale aggiuntivo per l’Italia ma, come ribadito anche da Ursula von der Leyen, al momento non ci sono le condizioni per mettere in atto una sospensione… “.
Orbene, l’implicito è che Von der Leyen è contraria al deficit spending; è contraria ideologicamente a convertire il debito pubblico nella spesa in disavanzo. Attenzione, perché la Storia si ripete. Herbert Hoover lasciava morire di fame la gente. Per tornare ad Andrea Falla, “… Come detto qualche riga più in alto, un’eventuale modifica del Patto è legata a una crisi grave e diffusa in tutta Europa. Un concetto ribadito alcuni giorni fa anche dalla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen: “Il primo importante punto è che le misure anti-crisi dei Paesi membri devono essere temporanee, mirate, tempestive. Riguardo l’attivazione della sospensione del Patto di Stabilità e Crescita, al momento, mentre vi parlo non ci sono le condizioni per fare ricorso. Ma la Commissione continuerà a coordinarsi tenendo in conto gli interessi europei: vedremo come la crisi si sviluppa. Riguardo agli interventi economici è bene che gli Stati non peggiorino i livelli di deficit”.
Una posizione confermata anche dal commissario europeo Valdis Dombrovskis: “Per quanto riguarda la clausola di salvaguardia generale, essa è prevista per affrontare un grave rallentamento economico nell’Ue o nell’area euro nel suo complesso. Attualmente non ci troviamo in questo scenario. Siamo in una fase di rallentamento economico, ma non di grave contrazione ed è per questo che non proponiamo di attivare la clausola di salvaguardia generale”.
“Alcune economie nell’Ue devono ripristinare margine di bilancio attraverso il consolidamento dei conti e lo stanno facendo, quindi è molto importante che adesso stiano su questo percorso – ha ribadito il direttore del dipartimento ricerche del Fondo monetario internazionale Pierre – Olivier Gourinchas – . Le misure di sostegno alle famiglie e le imprese più vulnerabili a causa della guerra in Iran devono essere temporanee perché poi è difficile rimuoverle”…. “.

L’Fmi è contrario in punto di ideologia a Keynes, portando la ricetta monetarista al “punto di equilibrio”; se è difficile rimuovere le misure di sostegno a famiglie e imprese, è perché diventano SPESA IN DISAVANZO (non possono con ciò stesso essere temporanee!). Orbene, quello che va in scena nel palcoscenico della Commissione del Titanic è lo “psico-reato” di Keynes, per citare un celebre titolo del quotidiano “The Irish Times” del marzo 2012 rispetto all’unilateralismo ordo-liberale di Mario Monti. Non si accorge, l’ex ministro dell’Economia Giovanni Tria, intervistato da LaPresse, che il suo è un ragionamento “pre-keynesiano” quando la realtà esige di “spendere in disavanzo” (ma Tria è contrario), anche se su una posizione più morbida di Carlo Cottarelli che propone usque ad nauseam la “spending review”: “Credo che sia corretto chiedere la sospensione del Patto di stabilità oppure, ma sarebbe più complicato, chiedere una modifica del Patto. Però sarei contrario a usare la sospensione per una spesa pubblica indiscriminata (l’errore che fa Tria è di confondere la spesa pubblica indiscriminata con la “spesa in disavanzo”, ndr); non siamo di fronte al problema di sostenere la domanda in generale ma servono investimenti per un Piano serio sulle energie rinnovabili e, in modo mirato, servono risorse per attenuare l’impatto sui prezzi delle fonti energetiche, petrolio e gas, per evitare una fiammata inflazionistica. Chi dice no sostiene che non c’è una recessione forte, ma io dico che serve avere più margini di manovra. Se uno sta al 3,1% di rapporto deficit/Pil non può fare delle spese, se sta al 2,9% le può fare: è semplicemente ridicolo. Quindi sono a favore della richiesta del governo, ma non per usare la maggiore flessibilità in maniera sconsiderata, con un provvedimento distruttivo per la finanza pubblica, come è stato il superbonus varato dal Conte 2”.

Vorrei concentrarmi su una frase di Giovanni Tria, che ha il volto della Gioconda: “… non siamo di fronte al problema di sostenere la domanda in generale”: orbene, l’intervista molto bella di “Vanity fair” per la penna dell’avvenente Monica Coviello a don Giampaolo Cavalli, direttore dell’Antoniano di Bologna, lo smentisce palesemente: “Si comincia a fare la spesa con sempre più fatica, a contare tutto, a lasciare qualcosa sugli scaffali. Nella maggior parte dei casi non c’è un momento preciso in cui una famiglia sente di non farcela più, capisce di avere bisogno di un aiuto economico. Ma succede quando si rinvia una visita medica, si rimanda il dentista, si cerca di capire come pagare i libri scolastici o la gita dei figli. Si prova ad andare avanti, nella speranza che sia solo un periodo passeggero. Il carovita sta ampliando il numero delle cosiddette “nuove povertà”, coinvolgendo famiglie che fino a poco tempo fa riuscivano a mantenersi autonomamente. Secondo dati dell’Osservatorio sulla povertà in Italia di Antoniano, le famiglie italiane che si sono rivolte alla rete solidale sono aumentate del 23%. “C’è una soglia, diversa per ciascuno, oltre la quale ci si rende conto che non si riesce più a coprire tutto: una bolletta che non si riesce a pagare, il frigorifero vuoto a fine mese, un figlio che chiede qualcosa di indispensabile che non si può permettere. In quel momento, la realtà diventa impossibile da ignorare. E lì si chiede aiuto. Il problema è che spesso si aspetta troppo”.
La realtà diventa impossibile da ignorare: sembra un’affermazione di Soros. Ecco perché, caro Tria, siamo di fronte al problema di sostenere la domanda in generale. A onor del vero, il presidente di Confindustria Emanuele Orsini ha un approccio simile, nel suo pragmatismo a-ideologico, alle Open Society Foundations: “E’ logico che se il conflitto continua diventa un problema, cominciamo ad avere problemi di reperire prodotti sugli scaffali in Sicilia e con i voli aerei. Così fare impresa è veramente complicato, mi meraviglio che l’Europa non stia vedendo questa cosa e non abbia preso misure, che si stia parlando ancora di aiuti di Stato e non di debito
pubblico. Ancora oggi il cambio euro-dollaro vale 1.16, questa miopia mi spaventa, forse dobbiamo cambiare chi ci sta governando in Europa”.
La posizione più conservatrice e sbagliata è quella di Cottarelli Mister Forbici, che guiderà un governo tecnico nell’ora della tempesta perfetta dei mercati “universalizzando” la ricetta di Milton Friedman, che funziona nel breve termine ma non nel “long term”: “Non sospendere il Patto di Stabilità senza recessione, se necessario meglio sforare il deficit, bisogna vedere qual è l’intensità della crisi. Per ora, con il prezzo del petrolio a questo livello, e una riapertura non troppo ritardata di Hormuz, le recenti previsioni da Bankitalia all’Ocse prevedono un rallentamento della crescita ma non la recessione. Allora se fosse questa la situazione, se cresciamo dello 0,3% invece che lo 0,8%, non è un problema. Se invece ci fosse una recessione a livello europeo, si può valutare la sospensione del Patto. Invece se per qualche motivo non c’è una maggioranza in Europa per sospendere il Patto e se la crisi diventasse seria, potremmo anche considerare di fare come la Germania e la Francia, che hanno deficit, rispettivamente, del 4 e 5%. Se noi arrivassimo al 3,5% saremmo comunque meglio. Per cui è prematuro decidere sulla situazione attuale. A meno che non si voglia fare una Manovra pre-elettorale. Sono i soldi che si prendono a prestito, bisogna ripagare gli interessi ed è un debito che si scarica sulle future generazioni”.
L’analisi di Openpolis del 13 aprile 2026 “Countdown Pnrr, cosa accadrà il 30 giugno” smentisce l’impalcatura ideologica di Cottarelli, democratizzando le sue posizioni:
“Mancano ormai poche settimane alla conclusione formale del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). La scadenza imminente porta con sé interrogativi cruciali sulla reale capacità del paese di raggiungere in tempo tutti gli obiettivi previsti. Da questo punto di vista, il quadro normativo e operativo presenta ancora alcuni elementi di incertezza. Ad oggi infatti non è ancora del tutto chiaro come verranno gestiti i progetti finanziati dal piano che al 30 giugno non dovessero essere completati. Che si stia facendo tutto il possibile per aggirare criticità e ritardi è confermato anche dal fatto che l’Italia ha recentemente chiesto e ottenuto una ulteriore revisione del proprio piano nazionale… “. E qui, veramente il Diavolo è nei dettagli poiché Cottarelli esclude aprioristicamente l’incontro tra Keynes e Friedman: “… Sulla base delle informazioni attualmente disponibili, non è possibile ricostruire una regola generale che valga per tutti i progetti non conclusi al 30 giugno 2026. Le direttive Ue infatti non prevedono uno scenario di “mancato completamento” (cosa che ha invece fatto il governo italiano, prevedendo di rivalersi sui soggetti attuatori inadempienti). Queste si focalizzano piuttosto su meccanismi coercitivi e preventivi volti ad assicurare il rispetto delle scadenze (il governo Meloni ha previsto di rivalersi sui soggetti inadempienti poiché è ostile al pagamento della spesa in disavanzo, ndr).”
Infatti, Openpolis, osserva che: “In particolare lo Stato ha l’obbligo di istituire sistemi per risolvere irregolarità e problemi di attuazione. Qualora tali criticità si rivelassero irrisolvibili, lo Stato ha anche la possibilità di intervenire direttamente esercitando poteri sostitutivi. In questi casi intervengono dei commissari straordinari al posto dei soggetti attuatori in difficoltà o inadempienti per sbloccare i progetti… A questo poi si aggiunge un altro elemento importante suggerito dalla stessa Commissione europea. Vale a dire la possibilità di suddividere i progetti più grandi in lotti. In questo modo, solo le componenti effettivamente realizzabili entro il 2026 restano nel Pnrr. Le parti residue potranno invece essere finanziate attraverso altre fonti, nazionali o europee (come i fondi strutturali)… “. Si può aggiungere: il PNRR incorpora in quanto tale il deficit spending, ma ad averlo rimosso dal quadro è stato Mario Draghi il 14 dicembre 2020 nella sua “discesa in campo” al Gruppo dei Trenta; non teneva conto dell’assunto della riflessività nella teoria economica. Se glielo dici, si offende. “Morire di democrazia” era il titolo di un instant book di Sergio Romano.
Salvini cavalcherà il cadavere della democrazia; democracy dies in darkness, diceva Bob Woodard.
L’elemento oggettivamente inquietante è che Cottarelli, da premier di un governo tecnico nel mandato conferitogli da Sergio Mattarella nell’ora della “perfect storm”, non aggancerà il PNRR alla spesa in disavanzo. E la gente morirà di fame.
A proposito di Openpolis, è scritto: “Finanziato dall’Unione europea. Le opinioni espresse appartengono tuttavia al solo o ai soli autori e non riflettono necessariamente le opinioni dell’Unione europea o della Commissione europea (amministrazione erogatrice). Né l’Unione europea né l’amministrazione erogatrice possono esserne ritenute responsabili.”
Il passo successivo è ammettere che l’economia tout court appartiene al campo delle opinioni, e non è relegabile al sapere scientifico (tra l’altro, oggi si è scoperto che la teoria della relatività di Einstein e la teoria dell’equilibrio di John Nash non sono universalmente valide). Prima che sia compiuto questo atto di umiltà in contrasto con il “mainstream”, è necessario il bagno di sangue della III guerra. Perché l’essere umano rifiuta il cambiamento, a costo di morire.

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Alexander Bush
Alexander Bush, classe '88, nutre da sempre una passione per la politica e l’economia legata al giornalismo d’inchiesta. Ha realizzato diversi documentari presentati a Palazzo Cubani, tra questi “Monte Draghi di Siena” e “L’utilizzatore finale del Ponte dei Frati Neri”, riscuotendo grande interesse di pubblico. Si definisce un liberale arrabbiato e appassionato in economia prima ancora che in politica. Bush ha pubblicato un atto d’accusa contro la Procura di Palermo che ha fatto processare Marcello Dell’Utri e sul quale è tuttora aperta la possibilità del processo di revisione: “Romanzo criminale contro Marcello Dell’Utri. Più perseguitato di Enzo Tortora”.

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