Di Alexander Bush<⁄em>
“… Le bolle trasformano il mondo, a volte. Altre volte, speriamo non sia questa,
generano rivolte popolari in grado di sconvolgere il mondo… “
Robert Shiller a Eugenio Occorsio
Epstein files, De l’Esprit des Lois dies in darkness. Come ha scritto Nicola Borzi in “Sesso, bugie e videotape. Il segreto non muore mai” della rivista Fq Millennium, “… Come un Icaro contemporaneo, Epstein crede di potersi innalzare sino al Sole del potere. Ma il calore bruciante dell’informazione di cui è portatore scioglie le sue ali: cade, sacrificato forse da chi nella sua “statusfera” teme le troppe cose che sa… “. Sarebbe stato un grand’uomo, se solo non avesse sprecato la sua intelligenza. Come Andrew Cunanan, del resto. “Ci vuole qualcosa di più che intelligenza per agire in modo intelligente”, ha detto Fyodor Dostoevsky citato da Luc Besson nel suo master piece “Anna”. Sono più modesto di Gianni Agnelli, il cui charme era citare senza leggere…
L’America è di fronte a un bivio, poiché il nemico numero uno del business non fa la spesa in disavanzo. I due fatti sono causalmente legati. Donald Trump, l’Avvocato del Diavolo, non autorizzando il deficit spending che entra in contraddizione con l’impalcatura ideologica del “One big beautiful Bill”, distrugge ciò che resta del libero mercato negli States e condanna alla povertà la gente dato che sono le persone a fare il free trade e non il contrario.
L’uomo è estraneo all’intelligenza e ha una Weltanschauung puerile collegata ad un funzionamento anti-sociale, che sta declinando con il passare dell’età. Il suo interesse fondamentale, come ho già scritto, è – dopo aver nominato Todd Blanche Attorney General – ottenere l’impunità per ordinare l’eliminazione di madame Ghislaine Maxwell. Si tratta di un azzardo da “ramino pokerato”, ma il genio anti-sociale di The Donald si scontrerà con le “realtà oggettive” (Soros dixit). Blanche, suo avvocato, ottenuto il conferimento alla nomina di Procuratore Generale che non è precisamente l’equivalente del Ministro di Grazia e Giustizia, prima collaborerà al mandato omicidiario nei confronti della Maxwell ma poi si renderà conto dell’insostenibilità della situazione per i checks and balances: Trump, dopo aver neutralizzato la superteste ingiustamente condannata a 20 anni per aver aiutato Jeffrey Epstein ad adescare minorenni, accuserà proprio Bill Clinton e i democratici di averla fatta fuori (sic!). Nel frattempo la situazione economico-sociale sarà esplosa, e Blanche, colpito dalla “sindrome del beneficiato”, tradirà il commander in chief: sarà costretto a farlo, poiché 1) ha ricevuto degli ordini gangsteristici ai quali non voleva sottostare, ma non poteva non sottostare; 2) non è compatibile la criminalità in coazione a ripetere con la tradizione storica della Casa Bianca. Come i lettori possono agevolmente capire, l’assunto dell’inconscio secondo Sigmund Freud non è universalmente valido: la realtà esiste. Tradotto: Blanche è stato nominato responsabile apicale del Dicastero della Giustizia da Trump, ma non ha altra scelta che tradirlo a causa delle situazioni oggettive. Sarebbe ironico se non fosse tragico, ma la “sindrome del beneficiato” fulminerà anche l’inquilino della Casa Bianca che è stato salvato da Mr Clinton: infatti, proprio Clinton nella sua deposizione a porte chiuse al Congresso aveva tradito l’accordo “very secret” con la socialitè inglese che prevedeva che, dopo la prima deposizione di Hillary costituente l’inizio di Impeachment, Bill avrebbe menzionato i due corpi delle ragazze di 13-15 anni sepolti sotto il ranch Zorro di Jeffrey Epstein; poi sarebbe stato il turno di Ghislaine Maxwell che avrebbe formalizzato l’accusa versus il presidente Trump assurgendo al rango di collaboratrice di giustizia;
Trump sarebbe stato arrestato, processato e condannato a più ergastoli (vi rendete conto, la storia degli Stati Uniti avrebbe avuto un corso diverso. Forse migliore!).
Il cosiddetto “gentlemen agreement strictly confidential” tra i Clinton e la Maxwell parallelo all’accordo Blanche-Ghislaine era completato, la Maxwell – sotto ricatto da parte di Clinton dal settembre 2025 – aveva favorito Bill tradendo Trump, quando … quando all’ultimo momento l’ex
presidente democratico l’ha accoltellata alle spalle: “Non ho mai visto nulla di sconveniente da parte di Trump”. Bill fulminato dalla sindrome del beneficiato. Fu per Hillary un’umiliazione gravissima – non estranea alla “sindrome di hybris” –, materia utile alla professoressa Liliana Dell’Osso; per Ghislaine, tecnicamente parlando, è stata un’istigazione al suicidio.
Dal mio punto di vista, Bill è stato corrotto.
Capitolo II degli Epstein files (per semplificazione): l’ex girlfriend di Jeffrey Epstein a fine febbraio 2026, passò i dossier al veleno che ha come agente del Mossad a Benjamin Netanyahu per rimanere in vita, contribuendo a scatenare l’Epic fury contro l’Iran, ma poi Trump ha siglato il successivo accordo di pace con Teheran mettendo Bibi nell’angolo. Ora, Trump sta facendo di tutto – come ho già avuto modo di scrivere – per ottenerne il via libera all’eliminazione della “donna di nessuno”.
Ci riuscirà, anche se non subito. Può essere al massimo una questione di mesi o di settimane, non di più.
Trump è un grande attore e un comunicatore primus super pares: ha già pronto il “piano B”; commesso l’omicidio, incolparne Bill Clinton (sic!) che lo ha salvato dalla galera+ Impeachment.
E qui, subentra un discorso veramente fondamentale nel senso di “democratizzare” il pur importante lavoro clinico sviluppato da Freud: è vero che l’anti-sociale a 24 carati di “The Apprentice” è stato favorito da Clinton (lo abbiamo visto), ma nelle mutate circostanze – è un rischio troppo alto per il tycoon tenere in vita la femme fatal con tutto quello che sa – dovrà convincere la gente che è la vittima, non il mandante della non rinviabile azione omicidiaria; avendo poco tempo dalla sua, sarà costretto a dire: “Io stavo per dare la grazia a Ghislaine! I democratici mi hanno teso una trappola”. Una strategia geniale in senso criminoso, non v’è dubbio.
E Hillary, in privato, avrà detto a suo marito: “Sei un porco! Ma che uomo ho sposato, sei tu il responsabile morale della morte di Ghislaine Maxwell! Vergognati per sempre”.
Nel frattempo, la situazione originata dallo stretto di Hormuz provocherà stagflazione+ depressione come non si vedeva dal 1929. Abbattere Trump le cui scissioni sono meno “ego-sintoniche” d’un tempo diventerà giocoforza inevitabile, nell’esplodere delle contraddizioni di sistema.
Quindi lo scontro ufficiale sarà tra Clinton e The Donald, in un paese massacrato dalla povertà, dalle proteste e dalle azioni coperte su larga scala: covert actions che ottengono sempre diritto di cittadinanza in un terreno sociale disintegrato; la cospirazione non è il primum movens del dissolvimento dei regimi democratici, ma è compatibile con il loro crollo.
In questo contesto, il 9 marzo 2026 è stato intervistato Ray Chetty su “Affari e Finanza” da Alessandro Longo. La sua lettura non è universalmente valida, poiché nega tout court il successo del reaganismo (che non può essere portato al punto di equilibrio) e che costituisce il vero fondale della spesa in disavanzo. Al contempo, il keynesismo non può essere universalizzato come verità ultima (concedetemi la tautologia ad effetto). L’azione imprenditoriale di Trump non è causalmente connessa al laissez-faire, ma alla grave decadenza di New York City.
Tuttavia, l’analisi di Chetty è imprescindibile anche perché qualcosa di veramente brutto sta per accadere nelle democrazie d’Occidente: la rottura del patto sociale e l’avvento delle dittature, probabilmente con un grado di pervasività che non s’era visto neppure con Hitler e Mussolini:
“In Europa l’ascensore sociale – quello grazie al quale i figli vivono meglio dei loro genitori – funziona meglio che negli Usa. Ma anche da voi ci sono segnali preoccupanti. E con l’Intelligenza artificiale potrebbe andare ancora peggio”. Raj Chetty, economista di Harvard e tra i massimi studiosi mondiali di mobilità intergenerazionale, sfata alcuni preconcetti duri a morire. Il primo, invero già moribondo da tempo, riguarda il sogno americano. Il mito secondo cui gli Usa siano terra di opportunità per chi ha voglia e capacità. Falso: lì conta soprattutto dove sei nato, quali scuole e circoli hai frequentato. Molto più che in Europa. Ma l’Italia? Così così: si pone in una via di mezzo tra Danimarca e Stati Uniti e qui punto di riferimento in letteratura è lo studio 2022 di Paolo Acciari
(in forza a Mef e Ocse), Alberto Polo (economista della Bank of England) e Gianluca Violante (Princeton University). Lo stesso studio nota come la mobilità sia molto migliore al Nord Italia che al Sud. Il paradosso è che il nostro Meridione, pur avendo un sistema economico molto meno forte e innovativo degli Usa, ne condivide lo stesso dramma dell’ascensore paralizzato. Si muore nella stessa condizione in cui si nasce. Un tema economico, sociale. Ma anche politico. “Quando la mobilità si inceppa, a entrare in crisi è la promessa implicita delle democrazie liberali: che il progresso e il benessere riguardano tutti. Cresce la rabbia sociale e si apre la porta a populismi e autoritarismi: è confermato ormai dalle evidenze scientifiche”.
“Ascensore sociale, diseguaglianze. Qual è la situazione dell’Europa?”
“Mista. I paesi scandinavi sono più egalitari e mostrano livelli di mobilità molto più alti rispetto agli Stati Uniti. In Spagna, invece, alcune evidenze recenti suggeriscono dinamiche non così distanti da quelle americane”.
“E’ un fattore economico che sa di destino, per chi lo subisce. Ma perché avviene così?”
“Nei Paesi sviluppati la crescita economica rallenta. E quella poca crescita tende a concentrarsi in cima alla distribuzione dei redditi. E’ una tesi che trova riscontro in diversi lavori empirici: se la torta si espande poco e le fette più grandi finiscono ai redditi più alti, si riduce la probabilità che una famiglia media migliori la propria posizione”.
“Che ruolo avrà l’IA?”
“Può accelerare tendenze già in corso. A differenza delle precedenti ondate tecnologiche, l’IA non colpisce solo i lavori più manuali o meno qualificati. Può investire in pieno anche il ceto medio: impieghi d’ufficio, ruoli amministrativi, professioni come paralegali o figure junior nella consulenza e nei servizi avanzati. Ma nessuno sa se colpirà più i junior, come sembra ora, o i ruoli intermedi”.
“I Junior svolgono mansioni più automatizzabili. Le forze intermedie costano di più e fanno lavori che ora anche i junior potrebbero svolgere, grazie all’aiuto dell’IA. Sembra che a vincere saranno quelli che hanno vinto finora.”
“Esatto: le famiglie con accesso a buone scuole, buone relazioni e capitale di partenza hanno anche maggiori strumenti per sfruttare le nuove tecnologie. Di qui il rischio di aumentare le disuguaglianze. Tuttavia, rifiuto la narrativa fatalista. Non è inevitabile. L’IA può diventare anche uno strumento di inclusione”. (attenzione, perché Mario Draghi ha scritto un libro dal titolo: “Competere o sparire” sulla falsa riga di Franco Bernabè, ndr).
“In che modo?”
“Può aiutare le persone a orientarsi nel mercato del lavoro e nella ricerca della casa, sostituire in parte forme di mentoring oggi costose perché basate esclusivamente su capitale umano, offrire percorsi di educazione personalizzata che riducono i divari di apprendimento. Ma questo scenario non nasce spontaneamente dal mercato (Ray Chetty non lo dice, ma John Maynard Keynes e Adam Smith s’incontrano, ndr). Richiede investimento pubblico e incentivi intelligenti.
E soprattutto richiede di intervenire sui contesti”.
“Quali sono le misure pubbliche più efficaci?”
“I dati ce lo dicono: i bonus generici per l’inclusione sociale non sono efficaci nel medio-lungo periodo. Lo Stato deve investire per spezzare quel circolo vizioso secondo cui chi nasce ricco si trova nelle scuole e nei quartieri migliori, dove la classe dirigente si riscontra e si perpetua. In pratica: classi più piccole e insegnanti migliori contano più di un semplice aumento della spesa pubblica. Servono scuole, programmi di formazione, politiche abitative che favoriscano l’incontro e la connessione, anche tra classi sociali diverse.
In un’economia in cui competenze diventano rapidamente obsolete, diventa più importante la capacità di costruire reti e integrare strumenti tecnologici in contesti umani, sociali e di business”.
“Se tutto questo resta appannaggio di pochi, già ora è un problema serio. In futuro sarà più grave.”
“Sì, ma attenzione: lo scenario che descrivo non è solo economico. Ne vale anche della democrazia”.
“Qual è il peso “politico” dell’ascensore sociale e dell’IA?”
“Se l’IA si svilupperà senza regole, nei prossimi vent’anni crescerà il numero di persone senza
lavoro o con stipendi insufficienti. Diminuiranno quelle che riescono a superare il reddito dei genitori. La conseguenza sarà una diffusa rabbia sociale. S’imporrà l’idea che la società è a somma zero, che si può migliorare la propria condizione solo a discapito di altri. Gli studi confermano che c’è una correlazione diretta tra ascensore bloccato e successo di partiti populisti, sovranisti. I risultati sono già visibili”. (il report commissionato da Ursula von der Leyen a Mario Draghi prevede la reductio ad unum del sostegno dello Stato all’IA, NON IL DEFICIT SPENDING, ndr). Orbene, nel ragionamento dell’indiano Chetty c’è un elemento corretto: se l’IA non sarà sostenuta dalla spesa in disavanzo, la democrazia americana crollerà all’istante. Anzi, dato che Trump nella sua difettosità ideologica che trova fondamento in un’ottusità omnicomprensiva non stanzierà giganteschi investimenti federali che presuppongano il superamento delle uscite rispetto alle entrate, è facile prevedere che la gente assalirà le strade e l’esercito dovrà contenerle. Nel lungo termine, si ripristineranno le lesionate compatibilità sociali. Ma scorrerà molto sangue. La dittatura vedrà probabilmente la luce negli States come Joseph Stiglitz teme, ancorchè per una durata breve: l’Establishment è più forte dell’ambiente criminogeno che fa capo all’ex cliente di Roy Cohn, e sosterrà le persone ridotte in schiavitù e fame, destituendo il mostro che più è in difficoltà più si eccita.
Nell’analisi di Chetty, però, c’è un errore.
La reaganomics ha generato un grande successo sociale che rimuovere totalmente dal quadro, significa negare la realtà; tuttavia in più di quarant’anni se ne è corrotto il funzionamento, anche se in America l’“auto-emancipazione dell’individuo” è molto più facile che in Italia o in Europa ed era già vero negli anni Cinquanta (ma anche prima). Promuovere programmi di deficit spending, significa potenziare il “venture capital” con gli investimenti pubblici e sbloccare di nuovo l’ascensore sociale, senza categorie di serie A o di serie B. Tra l’altro, oggi le evidenze dimostrano che i ricchi non riescono più a pagare le università: non si può portare l’assunto delle diseguaglianze al “punto di equilibrio”, a dispetto dell’errore fatto da Thomas Piketty.
Chetty forse non ha letto lo splendido articolo del professor Alessandro Penati su “la Repubblica” del 2011 “Se Steve Jobs fosse nato in Italia”:
“Il mondo onora la memoria del visionario che ha cambiato il nostro modo di comunicare. Colui che ha saputo coniugare crescita, innovazione, successo economico, tecnologia, carisma personale e qualità dei prodotti. Ma qui vorrei ricordare Steve Jobs come emblema di quello che è, può e dovrebbe essere il capitalismo di mercato, una lezione da imparare a memoria. Steve Jobs è l’imprenditore che ha creato Apple dal nulla, a 21 anni, con un amico di 26. Da noi è un giovane imprenditore chi lavora nell’azienda del padre, o l’eredita. Jobs non si è laureato: ha abbandonato gli studi per fondare la Apple. Da noi si passano sei anni a studiare economia all’università con l’aspirazione di andare a lavorare per qualcuno: meglio se una banca, Mc Kinsey, o lo studio del padre. Mettersi in proprio è un incubo, non un sogno. Jobs ha cominciato l’attività in un garage, pagando i fornitori con il credito ottenuto grazie a un ordine di computer che esistevano solo sulla carta. Da noi, nessuno fa credito a un’idea; il garage non avrebbe rispettato le norme di sicurezza; e non ci sarebbero stati i soldi per commercialista, notaio e Camera di Commercio. Jobs ha portato la Apple in Borsa nel 1980, appena quattro anni dopo la fondazione, per crescere. Dai noi si colloca in Borsa la quota di minoranza di un’azienda matura, per fare cassa. La quotazione di Apple ha permesso al “venture capital” (il virgolettato è di chi scrive, ndr), che aveva creduto nel progetto, di approfittare di un momento di “euforia irrazionale” dei mercati (per l’arrivo della deregulation di Ronald Reagan). La finanza genera bolle che fanno danni quando scoppiano, ma aprono anche la prospettiva di grandi profitti senza i quali non ci sarebbe l’incentivo a finanziare gli investimenti rischiosi dai quali nascono le aziende come la Apple. Da noi nessuno rischia nel “venture capital”. E il “private equity” investe in aziende mature, capaci di generare il “cash flow” con cui pagare le banche. Così, da noi, le banche fanno solo i danni; ma non creano le nuove imprese. Nel 1985, Jobs è stato estromesso dalla Apple. Per comandare in azienda non basta averla fondata: bisogna dimostrare agli azionisti di essere sempre i più bravi. Il vero capitalismo è meritocratico: il merito non ammette gratitudine o corsie preferenziali. E lo si conquista coi risultati,
non con la buona stampa. Jobs è stato richiamato alla guida della Apple nel 1997: senza di lui, la società era cresciuta in media dell’11%: col suo ritorno, la crescita è quasi raddoppiata. Da noi, meglio essere “figli di”, o “amici di”. Cacciato dalla Apple, Jobs avrebbe fatto il finanziere, acquisendo partecipazioni, o investendo. Jobs comandava in Apple con lo 0,6% del capitale. Una fetta minuscola di una torta gigantesca. Da noi si comanda perché si ha il controllo; preferendo una grande fetta di una torta che, per questa ragione, rimane piccola… Apple opera in un settore innovativo, tecnologico, e altamente concorrenziale; ma per quanto “strategica” non ha mai pensato di chiedere il sostegno dello Stato… Un’Apple è possibile nel capitalismo di mercato americano. Da noi no” (ecco perché ci sono margini di errore nell’analisi ancorchè fondamentale di Ray Chetty, ndr).
La deregulation e la spesa in disavanzo sono due facce della stessa medaglia.
George Soros è stato uno dei pochi a capirlo, anche Piero Ottone. Il peggior business di Donald Trump, sapete qual è stato? Fare la guerra a Soros e al suo pensiero.
Lucifero lo aspetta nell’eternità dell’oscurità o nell’oscurità della mediocrità.


