Università: i miei no (e qualche si) alla riforma Gelmini

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Luci e ombre di una riforma universitaria nata non solo per tagliare le spese

La riforma Gelmini applicata al nostro sistema universitario ha incontrato in genere la disapprovazione dei lavoratori all’interno di questa struttura nazionale, credo giustificata come protesta contro il criterio ispiratore di quell’intervento, che è di risparmiare, tagliare, ridurre, in esecuzione di una spending review che, ancor prima di venir battezzata con questo termine inglese, ha imperversato attraverso varie sforbiciate consecutive, da Mussi a Tremonti.
Infatti il provvedimento di compattare i vari dipartimenti è mosso soprattutto dall’arrière pensée di diminuire il fabbisogno di docenti e personale amministrativo, ponendo forti limiti al principio fisiologico del turn over. Ovvero, man mano che docenti e personale tecnico va in pensione, non viene sostituito in pari numero, ma anzi con riduzioni paurose, nella misura di un venti per cento. Altro difetto cruciale: deprimere l’università statale facendo invece proliferare atenei privati, soprattutto se di specie telematica, attraverso cui riesce facile riportare lauree quasi alla maniera albanese. Fra tanti tagli negativi, non si deve invece condannare quello perpetrato ai danni delle Facoltà, in cui si deve vedere solo l’esecuzione tardiva di un sano principio già implicito nella riforma dell’80. Infatti da quel momento i due pilastri dell’intero sistema universitario avrebbero dovuto essere i dipartimenti e i consigli di laurea. In entrambi i casi ci si era scapricciati un po’ troppo rendendo gremito l’ordine degli studi, e dunque una sforbiciatina non faceva male, ma, come detto sopra, la Gelmini ha incrudelito troppo in questa direzione del ricompattamento, obbligando i macro-dipartimenti così escogitati ad assumere degli acrostici a dir poco comici, irti di vocali e consonanti come certi farmaci.
Non condannerei a priori la riforma nel versante della selezione dei nuovi docenti, in fondo la creazione di un organismo abilitante in sede nazionale era stato invocato dall’interno stesso del mondo universitario. Ma anche per questo aspetto sono intervenuti fattori negativi. Ne indico almeno due: si sono create commissioni giudicatrici troppo estese, conglobando i vari settori disciplinari, e dunque costringendo i giudici a pronunciarsi su candidati troppo numerosi nel numero e soprattutto nelle competenze. Si potrà dire che una simile esigenza di compattamento nasce ancora una volta dalle ragioni del vile quattrino, ma siccome le commissioni non si riuniscono più fisicamente, con relative diarie, bensì procedono per via telematica, moltiplicarne il numero non costituirebbe un aggravio di spesa. Un’articolazione in più folte commissioni consentirebbe valutazioni più attente, invece almeno le due prime tornate di questo meccanismo sono state irte di valutazioni discordanti, con conseguente pioggia di ricorsi.
Inoltre si è insinuato il solito vizio nostrano di burocratismo spinto. Non si vede perché, una volta compiute le idoneazioni, i dipartimenti non siano stati lasciati liberi di procedere alle chiamate dirette dei candidati meglio rispondenti alle loro esigenze. O meglio, si intravede la ragione di questo ulteriore ostacolo, e siamo con ciò alla mancanza più grave. Il ministero competente dovrebbe elargire tante quote per chiamate quanti sono gli idoneati, che così avrebbero la sicurezza di avere il posto entro un giusto giro di anni, senza doverselo disputare come cani affamati attorno a ün osso insufficiente. Questo sarebbe anche un modo per dare lavoro ai giovani e per limitare la fuga dei cervelli. Conosco tanti idoneati, o bocciati per incompetenza dei commissari, che già progettano di fare le valige per l’estero, disperando di poter ottenere una chiamata.

Renato Barilli

Sull'Autore

Renato Barilli

Renato Barilli è uno dei più noti critici letterari e d’arte italiani. Nato nel 1935, è professore emerito al DAMS di Bologna. Tra i suoi libri più noti, oltre al famoso La barriera del naturalismo: Dal Boccaccio al Verga. La narrativa italiana in età moderna, (Bompiani), La narrativa europea in età contemporanea, (Mursia,), oltre a studi monografici che hanno riguardato Pascoli, D’Annunzio, Svevo, Pirandello, Kafka, Robbe-Grillet. Tra i titoli di carattere filosofico, Bergson. Il filosofo del software, (Raffaello Cortina). Il testo di base del suo insegnamento è Scienza della cultura e fenomenologia degli stili, (BUP di Bologna). Ha affidato le sue memorie a Autoritratto a stampa, Bologna, Lupetti, 2010. Suoi scritti sono presenti nel blog www.renatobarilli.it

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