Una soluzione per l’Ilva: eccola

angelo
Quella dell’Ilva sta diventando sempre più una tipica storia di industria “all’italiana”: come uscirne?

Quella dell’Ilva di Taranto è una storia emblematica della grande industria italiana.
Nata nel dopoguerra come soluzione e motore per un’industria metalmeccanica allora in grande espansione, è stata per decenni un’azienda trainante per l’economia italiana.
Poi, con le modifiche del mercato dell’acciaio e la comparsa dei concorrenti asiatici, si è manifestata tutta la rigidità dell’azienda di Stato (era allora dell’IRI): mentre altre industrie europee si adeguavano e si modificavano profondamente, l’Ilva continuava nel suo schema rigido e produttore di perdite sempre più elevate.
Quando l’IRI non è stata più in grado di sostenerle, l’ha messa in vendita, ma anziché al miglior offerente ha optato per cederla, in nome dell’”italianità” (condizione che accontentava sia politici che sindacati) ai Riva che si sono comportati da bravi “capitalisti all’italiana”: niente investimenti, utili in finanziarie estere, rapporto con il territorio e la politica basato su intrallazzi e favori reciproci.
Quando è intervenuta la magistratura che, anziché fare quello che avrebbe dovuto (e che fino ad allora non aveva fatto) cioè controllare l’applicazione della legge e punire i trasgressori, si è messa a gestire l’impianto (attraverso sequestri e amministratori giudiziari) e a legiferare (fissando valori massimi di inquinamento diversi da quelli stabiliti dalle norme europee): risultato inevitabile il fallimento di fatto della ditta.
Dopo il tentativo di venderla agli indiani (che giustamente pretendevano di fare un affare!) e un anno di gestione commissarialem, eccoci punto e a capo: l’Ilva macina debiti e siamo di nuovo al punto di prima: tentare di venderla al miglior offerente (cioè i soliti indiani).
Ma ci sono tutta una serie di punti oscuri:

  • i debiti e le spese di ristrutturazione secondo quanto richiesto dalla magistratura rimarrebbero a carico di una “bad company”, termine molto di moda, ma che nasconde una verità scomoda: sarebbero costi miliardari a carico dello Stato, e quindi di noi cittadini
  • secondo quanto affermato dagli esperti, l’Ilva per reggere deve produrre al massimo della capacità: 9/10 milioni di tonnellate all’anno, ma la magistratura ha ingiunto di non superare una produzione massima di 8 milioni di tonnellate. Con queste modalità l’Ilva è una società che ha un futuro di perdite
  • pensiamo davvero che gli indiani non sappiano fare i conti? Hanno già fatto intendere la loro soluzione: spegnere progressivamente gli altoforni e lasciare in produzione i laminatoi sinché producono utili
  • che fine faranno in questo caso gli operai e tutto l’indotto? Ci vuole poca fantasia per immaginarlo: cassa integrazione ad libitum e “lavori socialmente utili” a carico dello Stato
  • ci sono voci sempre più forti (il governatore della Puglia, le associazioni ambientaliste) che propongono la chiusura dell’impianto. Stessa domanda di prima: che fine faranno gli operai?

Invece ci sarebbe un’altra soluzione, molto più liberale nella sostanza se non nella forma: far gestire l’Ilva direttamente dallo Stato per un periodo ben delimitato: in questo periodo verrebbero apportate quelle modifiche necessarie a renderlo competitivo sul mercato e ad adeguarlo alle norme europee. Poi lo si potrebbe vendere in modo redditizio.
È una strada già seguita negli USA con case automobilistiche e banche: alla fine lo Stato non solo ha risolto un problema (vedi Chrysler) ma ci ha anche guadagnato…
Ma occorrerebbe quello che è sempre mancato nella politica industriale dell’Italia; chiarezza di tempi, scopi e costi; rinuncia a scorciatoie o facili scappatoie; coraggio di affrontare i problemi una volta per tutte con lo scopo di risolverli e non di cercare voti o consensi…

PS ci sarebbe un’altra soluzione decisamente meno costosa e più provocatoria: demolire i quartieri vicini e ricostruirli altrove: costerebbe la metà…

Angelo Gazzaniga

Sull'Autore

Angelo Gazzaniga

Presidente del Comitato Esecutivo di Libertates. Imprenditore nel campo della stampa e dell’editoria. Da sempre liberale, in lotta per la libertà e contro ogni totalitarismo e integralismo.

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