Una nuova cultura del rapporto Stato-Impresa-Lavoratore

fabio
Disoccupazione e precariato sono uno dei simboli di un’Italia immobile, che non cresce e invece di premiare chi merita tollera il menefreghismo di molti nei confronti della legge.

Le aziende sono assillate dalle tasse e non assumono, la disoccupazione cresce, la gente non consuma e il precariato, che molte volte cela forme di sfruttamento, dilaga. Il quadro economico del nostro Paese è disastroso: un altissimo debito pubblico, una enorme spesa pubblica improduttiva, i salari più bassi di Europa e un pessimismo generale. La cosa più triste è che i più pessimisti siano i giovani. E’ doloroso, ma c’è da capirli. Se le cose continueranno ad andare in questo modo saranno destinati a essere meno ricchi o comunque più poveri dei loro genitori e destinati a una lunga e maledetta vita precaria. Le ragioni? Eccone alcune: la mancanza di continuità del rapporto di lavoro e di certezza sul futuro, la mancanza di un reddito e di condizioni di lavoro adeguate su cui poter contare per la pianificazione della propria vita presente e futura e infine il cosiddetto lavoro nero.

Da bravi italiani siamo riusciti a trasformare quella che poteva essere un’opportunità, cioè la flessibilità, nel male del decennio: il precariato. Questo fenomeno degenerativo generalmente costituito dei contratti cosiddetti atipici (contratto di lavoro a tempo parziale, contratti a tempo determinato, lavoro interinale, lavoro parasubordinato) hanno trasformato il lavoratore in un “ricattato” a basso costo costretto a subire diversi aspetti discriminatori rispetto alla durata, alla copertura assicurativa, alla sicurezza sociale, ai diritti, all’assenza o meno dei meccanismi di anzianità e di TFR, al quantum del compenso ed al trattamento previdenziale. Ma del resto con la disoccupazione che c’è meglio un piatto di minestra che restare digiuno, no? Un ragionamento tanto odioso quanto miope! Sarebbe invece ora di provare un po’ di vergogna. I colpevoli di ciò dovrebbero vergognarsi. Lo stato che impone uno dei più alti costi del lavoro in Europa, la classe politica che ha calato le braghe dinanzi alla parte più reazionaria del Paese (i cd. poteri forti), i sindacati che dal ’68 in poi si sono resi spesso complici di condotte intollerabili quali assenteismo, tutela ad oltranza di situazioni patologiche e improduttive e una visione assistenziale e illiberale dei rapporti lavoratore – impresa e stato – cittadino.

La soluzione? Difficile dirlo, ma proviamo a buttare giù qualche idea. Introdurre un contratto unico a tutele progressive dove nei primi due anni il lavoratore possa essere licenziato senza giusta causa godendo comunque di ammortizzatori sociali; prevedere contratti atipici solo per quei lavori che per loro natura siano stagionali od occasionali; rendere meno costose le assunzioni a tempo indeterminato con fortissimi sgravi fiscali; detassare fortemente gli utili reinvestiti dalle aziende; forte abbassamento del cuneo fiscale e al contempo norme severe, fino a prevedere il carcere, per chi assume in nero o viola le norme in materia di lavoro. Di idee ce ne sarebbero tante ma proviamo a realizzarne finalmente qualcuna.

Renato Cantagalli

Sull'Autore

Renato Cantagalli

Renato Cantagalli è lo pseudonimo di un giornalista campano nato nel '79 in provincia di Caserta. Opinionista irriverente e unpolitically correct di Libertates ha collaborato con vari media occupandosi di politica. Il suo pensiero: dopo il superamento dei concetti di destra e sinistra, il liberalsocialismo è la strada sulla quale devono incamminarsi Italia ed Europa.

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