Un inno nazionale non si canta su ordinazione

Il Diavolo si nasconde nei dettagli dicevano spaventati gli antichi, quando ancora si distinguevano il nero dal bianco, il rosso dal verdicchio, i Renzi dalle Lucciole… Se nelle miniature dei codici non tutto balzava chiaro, ci si aiutava col chiaretto. L’8 novembre scorso, verso l’ora dell’ombretta che precede il crepuscolo, il Senato della Repubblica (prima? seconda? terza? Se ne sta perdendo il conto) ha messo a segno il colpo grosso: con 208 voti favorevoli, 16 contrari e 2 astenuti ha varato le norme sulla “acquisizione di conoscenze e competenze in materia di ‘Cittadinanza e Costituzione’ e sull’insegnamento dell’inno di Mameli nelle scuole”.
E’ una legge dalle cifre diaboliche. Perciò sono in allarme i satanisti sfrenati e i cattointegralisti accaniti. Entrambi ne hanno valide ragioni. La legge ha assorbito la n. 3256 sull’istituzione della Giornata dell’Unità d’Italia (17 marzo) e sin da questo 2012-2013 prevede “percorsi didattici, iniziative e incontri celebrativi finalizzati a informare e a suscitare la riflessione sugli eventi e sul significato del Risorgimento nonché sulle vicende che hanno condotto all’Unità nazionale, alla scelta dell’inno di Mameli e della bandiera nazionale e all’approvazione della Costituzione anche alla luce dell’evoluzione della storia europea”. Il tutto a costo zero per lo Stato e le amministrazioni locali. Tanto, tantissimo per la retorica d’occasione; troppo, davvero esagerato, per un’analisi seria del cosiddetto “inno di Mameli” e dei suoi “fondamenti storici e ideali”. Riparleremo del suo contenuto. Per ora ci fermiamo alla sua cornice: satanica, come abbiam detto. La legge ha infatti numero 3366. Et voilà: il 33, come tutti sanno, è il grado supremo del Rito Scozzese Antico e Accettato, cioè della Massoneria che ha per insegne i motti “Ordo ab Chao” e “Deus Meumque jus”. Il suo doppio (33 x due) fa 66, abbreviativo di 666, notoriamente la cifra del Diavolo.
Perciò il dibattito parlamentare è stato concitato. Per ore si è sentito in Aula il battito delle ali di Satana. La relatrice, Garavaglia (Partito Democratico), benché di nome faccia Maria Pia, sovrastando il “brusio” dei colleghi ha piazzato al 1848 la nascita dell’“inno” (che invece, a strafare, è del 1847), forgiato da “due eroi morti giovanissimi”. Mameli, in effetti, morì a Roma ventiduenne il 6 luglio 1849 (non il 3 giugno come invece asserito dal piddino Soliani), ma Michele Novaro (Genova,1818-1885), cioè l’autore della vibrante musica dell’inno, morì vecchio e povero in canna nel 1885, dimenticato da tutti.
Il dibattito sul Canto Nazionale non figurerà tra le pagine edificanti della repubblica. Ne citiamo tra virgolette alcune frasi: “Questa è un’aula di silenti e ignavi pecoroni” (senatore Aderenti), “Non mi sono mai sentito italiano”; “Il Risorgimento italiano è stato voluto dalla massoneria inglese” (sen. Castelli), “L’inno di Mameli è stato scritto e musicato a Genova…Genova è la città del tricolore” (sen. Pinotti); “Cambiamo per lo meno il testo… sono ‘merdacce’ queste musiche”(sen. Soliani, leghista, severamente richiamato dalla presidente di turno, Emma Bonino: “Non siamo in una bettola”).
Alla fine, la Maria Pia Garavaglia ha constatato che “Pochi sono stati i discorsi che abbiamo sentito davvero alti”. Per elevarne il tono ha fatto mettere a verbale scampoli di ricordi personali: “Mia mamma era bellissima, longilinea, non mi assomigliava…”. A ragione il sen. Giai ha concluso “Oggi non è certamente una bella giornata nel nostro Senato”. Lo dicevano già gli antichi Romani: “Senatori boni viri, Senatus mala bestia”. Già la Grande Bestia, Satana. Assente il ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo, il sottosegretario Peluffo (quello che ha seccamente negato di essere massone) ha tentato di omologare l’insegnamento scolastico del cosiddetto inno di Mameli come sua “costituzionalizzazione” de facto, ma è stato smentito dalla Bonino stessa.
Dunque, dopo la pubblicazione della legge 8 novembre, n.3366, il Canto Nazionale verrà (forse) insegnato, senza oneri aggiuntivi, ma rimane quello che è: la sua musica è sicuramente di Michele Novaro, le parole sono forse del padre scolopio Atanasio Canata. Tirato per i capelli a commentarle, Giosuè Carducci sbottò che l’“elmo di Scipio” è roba “da panche di scuola”. Con ciò il Maestro e Vate non era certo anti-italiano. Voleva solo dire che la Nuova Italia aveva (come anche oggi ha) ben altre priorità. Musica per musica, le bastava la Marcia Reale, che non figurava nello Statuto, così come nella Costituzione non vi è l’“inno nazionale” e non se ne sente affatto bisogno mentre è in discussione il concetto stesso di Stato-Nazione.
Chiuso il dibattito, nell’Aula di Palazzo Madama l’8 novembre permase un sentore di zolfo. I più colti tra i patres presenti avranno certo ricordato che gli italiani amano zufolare in libertà ma, se si sentono costretti a cantare su ordinazione e a manifestare sentimenti che non provano, rispondono come il diavolo Malacoda alle linguacce dei suoi compari satanici: “ed elli avea del cul fatto trombetta” (Dante Alighieri, Inferno, Canto XXI, verso 139: tre cifre arcane: 1,3 e 9, proprio come quelle della legge 3366).

Aldo Mola

Sull'Autore

Aldo Mola

Aldo Alessandro Mola (Cuneo, 1943) dal 1967 ha pubblicato saggi e volumi sulla storia del Partito d'Azione e di Giustizia e Libertà, della massoneria e della monarchia in Italia. Direttore del Centro Giovanni Giolitti (Dronero- Cavour) ha coordinato Il Parlamento italiano, 1861-1994 ( Nuova Cei, 24 voll.). Il suo Giolitti, lo statista della Nuova Italia è nei “Classici della Storia Mondadori”. Tra le opere recenti, Italia, un paese speciale (4 voll.)

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