Trotzkij si è sucidato (secondo Lacan)

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Un’interpretazione psicoanalitica della vita e della morte di Trotzkij

Leggendo l’articolo di Dario Fertilio “Gramsci, il super totalitario”, contrario con micidiale razionalità cartesiana al fatto che venga reso pubblico omaggio al fondatore del Partito Comunista Italiano, in quanto teorico del Totalitarismo – che è anzitutto la prevaricazione dell’Ego sul Desiderio – mi viene in mente che la caratteristica fondamentale del temperamento dei “socialisti reali”, da Lenin a Enrico Berlinguer, è sempre la stessa: non accettare il confronto dell’ideologia con lo scandalo del reale (vedi Jacques Lacan).
Leonid Trotzkij, che fu teorico e attuatore della liaison dangereuse tra il sogno delirante del “Paradiso in Terra” e la Fattoria degli Animali, non era secondo chi scrive veramente in esilio da Stalin in una guerra di potere condotta tra prime donne con procedure quantomeno zariste: Trotzkij era in fuga da se stesso (sic!) poiché Stalin in tutta la violenza della Legge censoria e persecutoria del Super-Io rappresentava il suo inconscio. L’inconscio senza Padronanza sapeva benissimo che l’esperimento tout court di Lenin post-assalto rivoluzionario al Palazzo d’Inverno era fallito (come emerge infatti dal bellissimo film“The assassination of Trozsky” il rivoluzionario in esilio in preda alle oscillazioni egomaniache del suo umore arrivò ad esigere la sua stessa punizione fisica!), però era schiacciato dall’inflessibile principio superegoico che non ammetteva cambiamenti alla pratica attuazione dell’ideologia comunista: sempre uguale a se stessa.
E Lacan aveva diagnosticato presto la malattia dei rivoluzionari: si chiama “fantasma isterico del desiderio”, una patologia quasi senza via d’uscita caratteristica del bambino isterico: “Non mi basta mai questo!”. Cerchiamo di vedere come e perché, sviluppando un ragionamento nel merito.
Nel saggio “L’utopia dello statalismo” scritto da Arrigo Colombo, a pag 207 si descrive su base analiticamente lacaniana la patologia isterica insita nel carattere della trasformazione ideal-comunista della società come la negazione delirante della fastidiosa eterogenesi dei fini (la realtà non si può adeguare alle teorie, e accade il contrario), e dunque l’inevitabilità del cedimento della nevrosi ideologica sul fallimento dell’aspirazione rivoluzionaria quando la nomenklatura tenta di rendere tutti uguali asservendo i cittadini in blocco organico alla Purezza Fanatica della Causa.
Il desiderio rivestito di Utopia è schizofrenia; il satrapo della Rivoluzione d’Ottobre Nicolaij Vladimir Lenin morì per consunzione in seguito ad un ictus cerebrale che lo aveva già danneggiato, quando – smettendo quasi di mangiare e dormire – si accorse che la collettivizzazione forzata delle campagne e, in seguito, la Nep stessa (Nuova Politica Economica) dimostravano plasticamente la “tendenza della collettività a resistere agli architetti” (vedi Colombo) della devianza sognatrice della Repubblica del “Paradiso in Terra”velut si Deus non daretur”, Perfetta la sintesi di Piero Ostellino ne “Lo Stato Canaglia”: “Il moralista che sogna la Città di Dio è spesso solo un frustrato”: “Il meccanismo di questa trasformazione è abbastanza chiaro. Accedendo al potere l’utopia lo utilizza per realizzarsi. Essa diventa il progetto architettonico secondo il quale si costruisce la nuova società. Poiché i materiali di questa costruzione non sono i mattoni o il cemento, ma i rapporti economici e sociali, le persone viventi che partecipano a questi rapporti, questi “materiali”, hanno la tendenza a resistere agli architetti. Perciò la costrizione, la violenza diventano l’arma necessaria per la realizzazione del progetto; così come la trasformazione totale dell’intelligenza umana, il suo livellamento conformemente ai principi del progetto stesso. Detto in altro modo, la dittatura totale.
Da questo punto di vista il leninismo e lo stalinismo, il maoismo e il castrismo non sono le deformazioni del progetto iniziale, ma il suo sviluppo logico; Marx stesso ha pronunciato per primo la parola dittatura. Incarnandosi nel potere statale totalitario, l’utopia cambia inevitabilmente la sua natura. L’interesse maggiore di tale potere è il suo proprio mantenimento e rafforzamento, tutti gli altri interessi sociali e umani si sottomettono a questi scopi. La forza, e soprattutto la forza militare, è il valore supremo dello stato totalitario…”. Se esso fallisce perché la classe operaia non va in Paradiso, ecco che “il fine giustifica i mezzi” e si entra in una descente aux enfers senza fine, Arrigo Colombo docet: “…rispondendo all’aspirazione dello stato totalitario di comandare e controllare tutto ciò che fanno e pensano le persone. Questa aspirazione conduce il totalitarismo socialista verso la grande crisi, le cui cause e le cui manifestazioni sono ben note”. E’ il narcisismo maligno secondo il manuale diagnostico: non esiste l’“alienazione significante nel registro del Grande Altro”– vedi Lacan – , semplicemente non esiste l’Altro poiché esso va incorporato dalla grandezza inflessibile della Causa: se la classe proletaria non va in Paradiso ma va direttamente dentro l’Inferno, la colpa è del popolo perchè il “popolo è bue” (sic!).
Fu proprio Trotzkij a teorizzare sadicamente la Fattoria degli Animali, nel senso del livello superiore dell’intellighencjia al popolo sovrano refrattario alla confisca della libertà privata da parte dello Stato, prima dell’esilio – e conducendo l’intero Occidente nella paranoia del bipolarismo della guerra fredda. In un certo senso è stato proprio Trotzkij a edificare le fondamenta dell’Impero del Male di Stalin, lo stalinismo che come un mostro gli si è rivoltato contro.
Continua Arrigo Colombo: “La base sociale della Rivoluzione si contrasse, provocando un parallelo fenomeno di involuzione dell’idealità rivoluzionaria attorno al suo nucleo propriamente comunista, in parte estraneo allo spirito popolare del 1917. La Rivoluzione continua a mantenere gran parte della sua spinta genuina grazie alla conciliazione, propriamente “giacobina”, che essa fa di eguaglianza e sacrificio, nella consapevole sottomissione al compito straordinario della salvezza della “patria socialista”. Ma l’alleanza tra radicalismo sociale spontaneo e radicalismo teorico bolscevico vacilla. Nel 1919-20 si fronteggiano in cagnesco lo sconcertante blocco statalista-utopistico del “comunismo di guerra” e la stichija contadina e popolare russa (termine che può forse essere reso con “spontaneità primordiale”)… Nella primavera del 1919, dopo la caduta di Bela Kun, Trotzskij delineava lo scenario di una rivoluzione internazionale che avrebbe potuto raggiungere il centro dell’Europa”. Gettando le premesse per la guerra fredda 1945-’89, che per un soffio ci risparmiò l’Olocausto nucleare dell’intero Occidente (sic!).
Si tratta delle origini paranoicali della democrazia totalitaria:“egualitarismo identificato con repressione, e repressione come espressione di leadership”.
Questa moderna e cruda mitologia politica, sociale e militare dell’assedio succede idealmente al genere utopico rinascimentale della “città ideale” e della “città fortezza”. E’ o non è il “fantasma isterico del desiderio” di cui si ammanta l’utopia in una psicotica scissione verticale tra il dire e l’agire che presenta – prima o poi – un disastroso ritorno cruento nel reale?

di Alexander Bush

Sull'Autore

Alexander Bush

Alexander Bush, classe ' 88, nutre da sempre una passione per la politica e la macroeconomia legata al giornalismo d'inchiesta. Ha realizzato diversi documentari presentati a Palazzo Cusani, tra questi "Lo psico-reato di Keynes", "Monte Draghi di Siena" e "L'utilizzatore finale del Ponte dei Frati Neri", riscuotendo grande interesse di pubblico. Si definisce un liberale arrabbiato e appassionato in economia prima ancora che in politica. Due libri al suo attivo: "L'Italia dei complotti 1974-2011" e "Scacco matto a Giulio Andreotti" editi da LibertatesLibri.

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