Sono 30 anni dalla morte di Arthur Koestler. Vergogna per il silenzio!

brescia
Habeant animam Arthur Koestler e Alfonso Leonetti.
Ritengo che una profonda esigenza religiosa, tesa alla salvaguardia dell’anima e dei diritti della libertà personale, si palesi nel pensiero e nell’opera di due grandi del secolo trascorso.
Arthur Koestler, nato a Budapest il 5 settembre del 1905 da genitori ebrei e vissuto in Ungheria fino alla rivoluzione comunista di Bela Kun, si trasferisce con la famiglia a Vienna nel ’19 dove inizia e interrompe gli studi scientifici al politecnico, per partire nel kibbutz della Palestina il 1926. Deluso da tale breve esperienza, diventa corrispondente per il Medio Oriente del gruppo editoriale tedesco degli Ullstein, intraprendendo una fortunata carriera di giornalista da Parigi a Berlino (1929-1931), là dove si iscrive e tutto si affida al partito comunista. Resta in Russia, dopo il viaggio del ’33, a seguito della presa di potere da parte di Hitler in Germania. Poi a Parigi collabora (tra vari incarichi di partito) a una “Enciclopedia della vita sessuale” e a un pamphlet sulla guerra civile di Spagna, in inglese “Spanish Testament” che serberà solo per la seconda parte in “Dialogo con la morte”, e che segna il suo esordio come scrittore. L’esperienza dei processi pubblici staliniani e della liquidazione della vecchia guardia bolscevica, nel marzo del ’38, lo portano a scrivere uno dei capolavori, “Buio a mezzogiorno”, come “Darkness at Noon”, spedito all’editore inglese mentre la Germania invade la Francia. Abbandonata la lingua tedesca, Koestler scrive in inglese gli altri testi autobiografici e politici fondamentali, da “Schiuma della terra” del 1941, ove fa parlare di Croce Leo Valiani (con il nome di “Mario”) nel gulag di Vernet, a “Dialogo con la morte” (’42) e “Arrivo e partenza” (’43).
Dopo la stagione saggistica e la storia dei popoli cazari, donde sarebbero discesi gli ebrei est-europei, “La tredicesima tribù” (1976), nonché la collaborazione al “Dio che è fallito” (con Silone, Gide, Stephen Spender) edito in Italia per le Edizioni di Comunità di Adriano Olivetti, il 3 marzo 1983 si toglie la vita insieme con la moglie inglese Cynthia, a causa di una grave malattia. Nessuno se ne è ricordato, nel trentesimo dalla morte (come nessuno aveva ricordato Attilio Momigliano, a sessant’anni dalla morte nel 1952: cfr. il mio “In servizio della poesia” su andrialive), in un mondo di gazzettieri, pennivendoli, animatori di talk show, coppie di fatto della disinformazione e della “altezzosità servile”, qual tuttora furoreggia nell’attività pubblicistica italiana.
Ma rileggiamo i testimoni della “religione della libertà”, per i giovani e meno giovani non paghi di schematici percorsi, valutazioni poco significative, tecnologia e ideologia strette a un sol patto! Rileggiamo “Buio a mezzogiorno”, storia della autodafé imposta con metodi di polizia psicologica a Rubasciov, interpretata da Koestler nel segno prima di Machiavelli (kratos) poi i Dostoevskj e del Vangelo (ethos). Ciò facendo, Koestler va ben oltre lo stesso Gramsci e la sua dottrina del Partito come il “moderno Principe” (dottrina esposta nei “Quaderni del carcere”, di cui Luciano Canfora ha filologicamente rivendicato l’esistenza di un altro quaderno originale, quello dedicato a Croce, e fatto poi sparire da Togliatti). Koestler ci dice chiaramente che il machiavellismo del Partito unico, comunista, è in realtà gesuitismo e doppiezza, citando in epigrafe i “Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio” (III,3): “E chi piglia una tirannide, e non ammazza Bruto, e chi fa uno stato libero, e non ammazza i figliuoli di Bruto, si mantiene per poco tempo”. Citazione cui subito sottoscrive la contrapposta dal “Delitto e castigo” di Dostoevskj: “Uomo, uomo, non si può vivere del tutto senza pietà”. Analogamente, in epigrafe al “Terzo interrogatorio”, Koestler da un lato si rifà alle istruzioni di Machiavelli a Raffaello Giordani: “..se pure qualche volta è necessario nascondere con le parole una cosa, bisogna farlo in modo o che non appaia, o, apparendo, sia parata e presta la difesa”. Dall’altro, e contestualmente, si richiama all’appello della coscienza morale in Matteo, V.37: “Sia invece il vostro dire: Sì, sì; No, no; il più viene dal maligno”
Come Orwell, e forse prima di Orwell, Koestler compie la analisi del linguaggio come semantica della menzogna totalitaria; e la analisi della “doppiezza”. In premessa al “secondo interrogatorio”: “Quando l’esistenza della Chiesa è minacciata, questa si libera d’ogni comandamento morale. Poi che l’unità è il fine, l’uso d’ogni mezzo viene santificato, anche la doppiezza, il tradimento, la violenza, la simonia, la prigione, la morte” (dal trattato del Vescovo di Verden, Dietrich von Nieheim, “De schismate libri III”, a. d. 1411). Eccolo qui, un secolo ben prima di Machiavelli ! E dove “ogni Chiesa” vuol dire, per Koestler e per Ignazio Silone, anche e soprattutto il Partito, che deve essere per i militanti,”casa, Chiesa, scuola, famiglia” ! Ma i cui incunaboli stanno nel “machiavellismo prima di Machiavelli” e i cui frutti in Sant’Ignazio di Loyola e Stalin, la casuistica e la “direzion dell’intenzione”: onde “il Partito non può sbagliare; il Partito è l’incarnazione dell’idea rivoluzionaria nella Storia”. Rubasciov vede e sente la “liquidazione fisica” (non – si badi – “la morte”, ad indicare la “cessazione d’ogni idea politica”; dal momento che “L’atto di morire in sé non era che un particolare tecnico, senza interesse; la morte, in quanto elemento di una equazione logica, aveva perduto ogni intima caratteristica corporea”) di Riccardo, Nano Loewy, la Arlova, Bogrov. Illustra la differenza tra “io” (la persona) e “noi” (la adesione al Partito), e tra “io” come “finzione grammaticale” e “noi” come “conclusione logica”. Distingue nella persecuzione ideologica, con il suo aguzzino – inquisitore, la categoria “A” dalla categoria “P”. In effetti, non senza disvelare una non sopita attualità nella stagione del giustizialismo tutto spiegato, Ivanov dice a Rubasciov: “A dirla verità, non è stato ancora deciso se far rientrare il tuo caso nella categoria ‘A’ o nella categoria ‘P’. Conosci i termini ?” “Rubasciov annuì; le conosceva”. “Vedo che cominci a capire”, disse Ivanov. “A. significa: caso amministrativo, P. processo pubblico. La grande maggioranza dei casi politici viene giudicata amministrativamente, vale a dire quelli che non possono essere utilizzati in un processo pubblico..Se rientri nella categoria ‘A’, verrai rimosso dalla mia giurisdizione. Il processo del Consiglio amministrativo è segreto e, come sai, piuttosto sommario”. Rubasciov rivendica i diritti dell’umana “pietà” e mette in luce i crimini della Rivoluzione. In proposito, Ignazio Silone dirà: “Habeas animam”, anziché: “Habeas corpus” (“La fiera Letteraria” del 22 aprile 1951, poi in “Romanzi e saggi” a cura di Bruno Falcetto, Milano 1998, II, pp. 1021-1025). E’ la “rivendicazione del carattere sacro e inalienabile dell’anima umana, ‘Habeas animam’: che ogni creatura, chiunque sia, abbia diritto alla propria anima”: rivendicazione più profonda e basilare del rescritto emanato sotto Carlo II, nel 1679, a tutela delle libertà personali (‘Habeas corpus ad subiciendum’: “Che tu abbia il corpo soltanto per produrlo davanti alla corte”).
“Te lo assicuro. Dixi, ma non servavi animam meam”. Per parte sua, fino all’ultimo, così l’andriese Alfonso Leonetti contestava le casuistiche e speciose difese del Partito affermate persino negli anni Settanta da Giorgio Amendola. “Comunque non si può dire di Bordiga che egli si sia ‘schierato nel campo di Hitler’. Nel 1976 simili argomenti non possono che suscitare indignazione, e di fatti la suscitano. Te lo assicuro. Dixi, ma non servavi animam meam”(cfr. “La svolta del 1930 e il problema dello stalinismo”, in “Belfagor”, 31 gennaio 1977, pp. 79-92). Per Amendola, vi è un “senso della storia”, il mondo va verso…; per Leonetti, no (cfr. la mia Lettura di Benedetto Croce: ‘Il mondo va verso..’, in “Rivista di studi crociani”, 1976/1, pp. 1-30). Questo era, ed è, il punto. “Da Andria contadina a Torino operaia”, suona ancora la autobiografia di Leonetti (13 settembre 1895 – 26 dicembre 1984). Dopo aver abitato in via Federico Priorelli, aver frequentato un anno del Ginnasio “Carlo Troya” ed esser stato aiutato dal canonico Cassano a studiare presso il Collegio dei Padri Barnabiti di Trani, Leonetti scrive una prima poesia di tono religioso, “Le preghiere della sera” (v. appendice del mio “Alfonso Leonetti nella storia del socialismo”, Sveva, Andria 1994). Poi raccoglie “Dalle ingiustizie presenti al socialismo” (Editrice “L’Avanti” di Milano, 1919) e fonda per il Circolo Giovanile Socialista di Andria “L’Energia”con il comitato “Pel soldo al soldato”(1914-1915). Collabora con Amedeo Bordiga alla rivista napoletana “Il socialismo” nel ’15 e a Torino, “l’unica città veramente operaia d’Italia”, conosce Antonio Gramsci, Umberto Terracini, Angelo Tasca, la futura consorte Pia Carena e lo stesso “antagonista” di potere, Palmiro Togliatti. Collabora a “Ordine Nuovo” e nel ’21 è tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia, con la scissione di Livorno. Di Bordiga, che ammira fraternamente (“Ciao Amedeo”, “Ciao Antonio”), non accetta la tesi “crociana”del fascismo come “parentesi”e “malattia morale” della storia d’Italia. Ma nel ’26, al congresso di Lione, si schiera con l’amico e maestro Antonio Gramsci, ponendo le basi per la radicale discussione della linea stalinista ufficiale del Partito. Nel ’30, con Pietro Tresso (nato a Magré di Schio il 30 gennaio 1893) e Paolo Ravazzoli (nato a Stradella il 1894, il “Lino Santini” della clandestinità: come dire, all’altezza del 1930, a intellettualità, l’organizzazione e il sindacato), è espulso dal Partito: seguito nella medesima sorte da Ignazio Silone nel ’31. E’ prevalsa la linea dura del X “Plenum” dell’Internazionale Comunista, fatta propria da Togliatti e Longo in Italia (corrispettivi storici dell’inquisitore Ivanov in “Buio a Mezzogiorno” di Koestler), che, nella piena fiducia dell’imminente crollo del capitalismo a seguito della crisi del ’29, pratica lo scontro senza tregua verso le ali socialdemocratiche o in senso lato liberalsocialiste, predicate per “socialtraditrici” e “socialfasciste” (v. Giuseppe Fiori, “Vita di Antonio Gramsci”, UL, Bari 1972, pp. 29-50 e Alfonso Leonetti, “Il cazzotto nell’occhio o della Costituente, del 1966, in Note su Gramsci, Urbino 1970. pp. 191-208). Leonetti vede i lupi, si avvicina a Trotsky, si sente definire ancora da Luigi Longo “uno dei tre compari”, ma non si arrende (“Hic est Leonetti”!). E’ vincitore del Premio Viareggio nel ’76 per la sua autobiografia; ma è anche ignobilmente spremuto come un limone da ricercatori e intellettuali organici a caccia di inediti e testimonianze per tesi di laurea sulla storia del movimento operaio. Fino alla fine pronuncia il laico “vade retro Satana” di fronte ai sofismi di Amendola e Tortorella (dopo il mio libro del ’94, cfr. Carlo Vulpio, “Alfonso Leonetti: per il Partito un compagno da dimenticare”sul “Corriere della Sera” del 23 gennaio 1995; G. Sircana, “voce” su Alfonso Leonetti, in “Dizionario Biografico degli Italiani”, vol. 64, Istituto dell’enciclopedia italiana, Roma 2005, pp. 581-583; “All’opposizione nel Pci con Trotsky e Gramsci. Introduzione di Roberto Massari. Prefazione di Alfonso Leonetti, Edizione Massari, 2004; sito “Il marxismo libertario”curato da Stefano Santarelli; “I forchettoni Rossi”. La sottocasta della ‘sinistra radicale’, a cura di Roberto Massari, Ed. Massari 2005).
“Meminisse juvabit!”- cari giovani – “Il re è nudo!”

Giuseppe Brescia

Sull'Autore

Giuseppe Brescia

Filosofo storico e critico, medaglia d'oro del MIUR, Premio Pannunzio 2013 e Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica,Componente dei Comitati per le Libertà, ha procurato di innestare storicismo epistemologia ed ermeneutica. Dopo la fase filologica('La Poetica di Aristotele','Croce inedito' del 1984 ),ha espresso un sistema in quattro parti: 'Antropologia come dialettica delle passioni e prospettiva', 'Epistemologia come logica dei modi categoriali', 'Cosmologia', 'Teoria della Tetrade', 1999-2002).Per Albatros ha pubblicato il commento alla lezione di Popper in'Maledetta proporzionale' (2009,2013);'Massa non massa.I quattro discorsi europei di Giovanni Malagodi'(2011);'Il vivente originario'(saggio sulla filosofia di Schelling, con prefazione di Franco Bosio, Milano 2013); 'Tempo e Idee. Sapienza dei secoli e reinterpretazioni', con prefazione di Bosio (2015).I temi del tempo e del 'mondo della vita' si intrecciano con le attualizzazioni del 'male', da '1994'.Critica della ragione sofistica (1997), 'Orwell e Hayek', 'Ipotesi su Pico'(2000 e 2002) sino al recente'I conti con il male.Ontologia e gnoseologia del male'(Bari 2015).E' Presidente della Libera Università 'G.B.Vico' di Andria

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