Sei NO all’Italicus

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La riforma elettorale concordata fra Berlusconi e Renzi, chiamata “Italicus”, non è da respingere perché somiglia al Porcellum. Ma perché segna il trionfo della partitocrazia.
Pensiamoci bene. Renzi, e il suo momentaneo alleato Berlusconi, non parlano mai di partecipazione dei cittadini, soltanto di un sistema che favorisca l’alternanza fra due coalizioni e lasci fuori dal Parlamento i piccoli partiti non coalizzati. Come dire: facciamo funzionare al meglio la partitocrazia.
Dunque la riforma è da respingere perché:

  1. Ridistribuisce i seggi a livello nazionale. Il che significa: elimina il rapporto fra territorio e candidati, accontenta proprio i piccoli partiti personali che vivono di promesse agli amici, voto di scambio, furbe alleanze stipulate a porte chiuse. Introduce nei fatti il principio proporzionale, cioè esattamente il contrario di quello maggioritario tante volte sbandierato e scelto dagli italiani col referendum.
  2. Conferma gli sbarramenti, con un astruso gioco di quote (8 per cento per chi corre da solo, 5 per chi è in coalizione, 12 per le coalizioni che vogliano essere ammesse alla spartizione dei seggi, in un continuo balletto di aggiornamenti). Ovviamente, qualsiasi sbarramento è di per sé arbitrario: sostenuto da chi ci guadagna, contestato da chi ci perde, destinato ad essere cambiato ad ogni soffio di vento.
  3. Stabilisce un premio in seggi per la coalizione che superi il 35 per cento. Altra soglia completamente arbitraria: e infatti contestata, contestabile, anch’essa destinata ad essere cambiata ad ogni soffio di vento (come sta avvenendo). Se poi nessuno la supera, si va ad un ancor più astruso ballottaggio. Ma qualsiasi premio è, come lo sbarramento, una pura invenzione contabile: perché dev’essere al 35, o al 32, o al 48, o magari al 19,76 per cento? Non c’è risposta logica, naturalmente, ed è comunque un sistema incomprensibile per i cittadini: da leggersi come un altro regalo alla partitocrazia, che si avvale delle cortine fumogene e degli arcana imperii.
  4. Riduce il premio in seggi a chi, per vincere, deve ricorrere al ballottaggio. Ma perché mai? Così… tanto per rendere la norma ancor più assurda agli occhi del cittadino. E per di più, aumenta la possibilità di ripartizione proporzionale se la soglia non viene raggiunta: viatico sicuro per la partitocrazia e la frammentazione in piccoli partiti, naturali alleati di un potere lontano, e non controllabile, dai cittadini.
  5. Stabilisce circoscrizioni più piccole, il che sarebbe un bene, ma poi, tanto per confermare la partitocrazia, non premia il vincitore, come accadrebbe in un sano sistema maggioritario, ma consente l’elezione da 3 a 6 candidati. E chi mai, tra gli elettori di quelle circoscrizioni, capirà chi è il suo reale rappresentante? A chi chiederà conto del suo operato, dal momento che l’eletto sarà un puro e semplice beneficato dal partito? Che poi le singole liste siano bloccate o valga il vecchio sistema delle preferenze, di fatto è irrilevante: le preferenze sono voto di scambio e fonte provata di corruzione, le liste bloccate puro gioco partitocratico a porte chiuse.
  6. Stabilisce una risibile e astrusa “parità di genere”: ovvero, uguale numero di uomini e donne fra i candidati, come se non contasse il merito, giudicato dagli elettori, ma il sesso di chi viene proposto. In attesa che, dopo il sesso, si stabiliscano quote secondo l’età, la professione, la religione, l’etnia, l’orientamento sessuale eccetera, in un trionfo della partitocrazia corporativa. E non è tutto: nei collegi plurinominali non dovrebbero esserci più di due candidati consecutivi appartenenti allo stesso sesso: tanto per legare le mani a chi sceglie e confondere ancor di più gli elettori ( oltre che allungare e inquinare le operazioni di spoglio delle schede).

Tutto questo in realtà ha un nome solo: partitocrazia conformista. Non c’è niente di più vecchio del finto nuovismo di Renzi e del nuovismo agé di Berlusconi. Forse non è un caso che, per questo sistema, sia stato scelto il nome del treno che subì un tragico attentato terroristico nel 1974. Chi lo propone non ha memoria, vive in un asettico presente buonistico, immerso in un fiume renzian-berlusconiano di parole.
A un sistema simile bisogna opporre i nostri sei NO.

Gaston Beuk

Sull'Autore

Gaston Beuk

Gaston Beuk è lo pseudonimo di un noto giornalista e scrittore dalmata. Si definisce liberale in economia, conservatore nei valori, riformista nel metodo, democratico nei rapporti fra cittadino e politica, federalista nella concezione dello Stato e libertario dal punto di vista dei diritti individuali.

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