“Salviamo Chen Guangcheng!”

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Da Omero in poi, il poeta vate che va brancolando sugli avelli e interrogando; o da Edipo che vede con gli occhi della mente la sua propria tragedia ( cfr. il mio “Ontologia e gnoseologia del male” ); il “non vedente” è bene spesso l’autentico “vedente” nella storia spirituale della libertà. Per gli italiani, resta ben presente alla memoria la parabola di Consalvo Ceci ( Andria 1894-1948 ), filosofo cieco della libertà e autore del volume “Libertà ideale e libertà storica” ( con prefazione di Benedetto Croce, Laterza, Bari 1950 ). E, con essa, la lezione di Max Ascoli, il fuoriuscito ferrarese votato alle battaglie mondiali di libertà ( 1898-1978 ).
Ora s’impone la vicenda del dissidente cinese Chen Guangcheng, avvocato e autodidatta della provincia di Shandong ( dove è nato nel 1971 ), noto per le battaglie di denunzia dei metodi violenti adottati dalla Repubblica Popolare Cinese per costringere ad aborti forzati le donne che avessero intenzione di violare la “politica di pianificazione familiare”, e cioè la limitazione del figlio unico.
Chen viene arrestato dal settembre 2005 al marzo 2006 per aver promosso una azione collettiva di protesta verso il Governo della Prefettura di Linyi; e sempre per siffatte motivazioni, è posto nuovamente agli arresti domiciliari nel giugno 2006. Nel corso del dibattimento, Chen viene privato dell’accesso dei difensori; e condannato ancora a quattro anni e tre mesi di arresti per il “danneggiamento di proprietà e la organizzazione di una folla per disturbare il traffico” ( 24 agosto 2006 ). Trascurando ogni polemica per la sofistica e speciosa motivazione insita nell’argomento del “danneggiamento di proprietà” ( che poi sarebbe la proprietà del cosiddetto “capitalismo di Stato”), val la pena di sottolineare la voce di libertà e dignità della persona umana, che l’azione di Chen Guangcheng esprime. Si tratta di un caso esemplare di testimonianza di “religione della libertà”: caso che viene afferrato a volo dal dissidente nell’aprile del 2012, quando chiede e ottiene asilo nell’Ambasciata statunitense a Pechino, in coincidenza con la visita in Cina di Hillary Clinton, il Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America. Se ne occupa Amnesty International, per propiziare il visto di espatrio e permesso di studio in America, per Chen e i suoi: non senza confermare la più viva preoccupazione per il prosieguo della vicenda. “Following a dramatic escape from illegal house arrest, human rights defender Chen Guangcheng has left China with his family to take up a fellowship at New York University. (..) But their ordeal is not over – members of Chen’s wider family and the brave individuals who assisted his escape face serious reprisals and we are w o r r i e d f o r t h e i r s a f e t y”.
In effetti, è di queste ore la notizia che Cheng è stato “obbligato” a lasciare gli Stati Uniti d’America entro la fine di giugno 2013 ( cfr. “The New York Times”, June 17, 2013: con rinvii interni a notizie del 14 marzo, 25 aprile, 3 maggio e 8 giugno 2013 ). Sul “Corriere della sera” del 18 giugno 2013, la corrispondente da New York Alessandra Farkas pare non aver dubbio nella denuncia: “L’Università Usa si piega alla Cina e manda via il dissidente cieco”. Nel cui contesto, lo stesso Chen spiega senza troppi né gesuitici “giri di parole”: “L’influenza dei comunisti cinesi all’interno dei circoli accademici Usa è di gran lunga maggiore di quanto la gente possa immaginarsi”, sicché “l’indipendenza e libertà accademica negli Strati Uniti sono seriamente minacciate da un regime totalitario”. Autorità accademiche ( tra cui Jerome Cohen ) smentiscono, sostenendo che i tempi del rientro eran già nei patti e osando ricordare che “nessun rifugiato politico ha avuto di più neanche Albert Einstein”.
Superando la grave “disinformazione” ( come mai non si citano tutti i rifugiati europei in fuga dal nazismo, e che hanno avuto molto di più del Guangcheng, da Hirscham a Ascoli, da Salvemini a Venturi e via ? ), quel che più preoccupa, o dovrebbe preoccupare, e la coincidenza con l’alto numero di fondi americani custoditi nei forzieri della Repubblica Popolare Cinese, a supporto del grande debito pubblico statunitense, che resta enorme, anche se molti notisti evitano di enfatizzarlo.
E’ proprio un caso sintomatico di “new deal” per il liberalismo globale ( senza mezzi termini, di “religione della libertà”). Propongo che L’Europa, Amnesty International, in definitiva la Gran Bretagna accolgano o favoriscano l’accoglienza di Chen Guangcheng e della sua famiglia in Inghilterra, pur sempre la “madre patria del liberalismo” ( alla stessa stregua di quanto riuscimmo a ottenere negli anni Settanta del secolo scorso per Vladimir Bukovskj, il più ‘laico’ dei dissidenti russi, scienziato e scrittore, già internato nei manicomi criminali sovietici e attualmente Presidente dei Comitati per le Libertà ). Sia consentito aggiungere che questi sono i temi a dover assurgere al fòco centrale del dibattito etico-politico ( almeno per chi attesta il “Perché non possiamo non dirci cristiani” ): non tanto quelli connessi alla “Ge-stellung” tecnocratica e finanziaria della Commissione Europea e della Banca Centrale; quindi alle prove Invalsi nelle scuole ( “strumento” e non “fine” dell’azione educativa e didattica ); o alle ridicole canzonature e scimmiottature dei nostri esponenti politici, con il codazzo di sottosegretari che farebbero meglio a lavorare sodo anziché recitare il prescritto ruolo di “parti in commedia” nei talk show di un servizio pubblico in un mare di debiti ! Quello che Chen dice degli Usa e del numero di intellettuali “organici” colà presenti nel mondo accademico e istituzionale, val bene – e forse a maggior ragione – per l’Italia. Nulla che non si sapesse già ! Ma il governo Letta, con il ministro per gli Affari Esteri Emma Bonino, non lascino cadere l’occasione per affermare uno scatto di dignità, di “schiena dritta” ( come si è preso a dire ), propiziando una soluzione alternativa e opportuna per “salvare” nei propri diritti il dissidente avvocato Chen Guangcheng, con famiglia, affinché possa vivere liberamente e insegnare e parlare in Europa ( “La dolcezza del vivere libero”, come la prima e forse dimenticata lezione delle “Istorie fiorentine” di Niccolò Machiavelli ). E la storia li perdonerà per aver a volte esitato, o rifiutato, di ricevere il Dalai Lama e altri rappresentanti del dissenso, nel virtuale timore di inimicarsi i rapporti economico-strategici con il Dragone.

Giuseppe Brescia

Sull'Autore

Giuseppe Brescia

Filosofo storico e critico, medaglia d'oro del MIUR, Premio Pannunzio 2013 e Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica,Componente dei Comitati per le Libertà, ha procurato di innestare storicismo epistemologia ed ermeneutica. Dopo la fase filologica('La Poetica di Aristotele','Croce inedito' del 1984 ),ha espresso un sistema in quattro parti: 'Antropologia come dialettica delle passioni e prospettiva', 'Epistemologia come logica dei modi categoriali', 'Cosmologia', 'Teoria della Tetrade', 1999-2002).Per Albatros ha pubblicato il commento alla lezione di Popper in'Maledetta proporzionale' (2009,2013);'Massa non massa.I quattro discorsi europei di Giovanni Malagodi'(2011);'Il vivente originario'(saggio sulla filosofia di Schelling, con prefazione di Franco Bosio, Milano 2013); 'Tempo e Idee. Sapienza dei secoli e reinterpretazioni', con prefazione di Bosio (2015).I temi del tempo e del 'mondo della vita' si intrecciano con le attualizzazioni del 'male', da '1994'.Critica della ragione sofistica (1997), 'Orwell e Hayek', 'Ipotesi su Pico'(2000 e 2002) sino al recente'I conti con il male.Ontologia e gnoseologia del male'(Bari 2015).E' Presidente della Libera Università 'G.B.Vico' di Andria

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