Renzi e il ritorno alla Prima Repubblica

Dario
“Ma no, aspettate a tirare le conclusioni!”. “Adesso cambia tutto”. “Se ha un’ambizione sfrenata, deve avere anche doti non comuni”. “Finalmente un giovane dopo tanti settantenni”. “Sento profumo di nuovo”. Eccetera. Si moltiplicano le voci che mal nascondono l’entusiasmo, o almeno l’eccitazione, per l’arrivo di Mattero Renzi a Palazzo Chigi. A sinistra consultano nervosamente l’elenco dei nuovi ministri e attendono fremendo la scure dello spoil system. Nel centro-destra si fasciano la testa, prevedendo anni di vacche magre ( e tasse grasse) parallelamente all’infuriare mediatico del nuovo Tony Blair in salsa fiorentina.
Ma forse è tempo di rassicurare gli uni e gli altri: questo esordio di Renzi è tipico delle manovre da Prima Repubblica, e il cattivo giorno si vede dal mattino. Persino la sciagurata presidenza di Oscar Luigi Scalfaro (quello delle manovre fuori dalla Costituzione e del ribaltone ai danni di Berlusconi) paiono al confronto un esempio di modernità. Allora, infatti, l’inquilino del Quirinale consultò segretamente alcuni partiti, ma lo fece in prima persona e rischiando un po’ per questo, assumendosi la responsabilità di formare una nuova maggioranza. Una interpretazione belluina, scorretta quanto si vuole, ma in fin dei conti sempre nell’ambito di un presidenzialismo de facto, all’italiana.
Qui invece, il colpo renziano di San Valentino è arcaismo politico in piena regola. Lo scandalo della Prima Repubblica italiana infatti non era tanto dovuto alla durata breve dei governi, sempre sul punto d’essere sfiduciati attraverso manovre parlamentari occulte: per quanto assurdo e autolesionistico, un tale sistema sfidava almeno al momento del voto l’impopolarità di fronte all’opinione pubblica. Lo scandalo maggiore della Prima Repubblica consisteva precisamente nelle crisi extra-parlamentari: decise cioè dalle segreterie di partito in stanze chiuse per inconfessabili interessi di amicizia e di bottega. Quella era la vera “partitocrazia” all’ennesima potenza, dove nessuno era responsabile di nulla davanti agli elettori, perché agiva al riparo degli “arcana imperii”.
Esattamente questo accade ora in Italia, con la crisi voluta da Matteo Renzi. Quanto di più antimoderno, partitocratico e autolesionistico l’Italia avrebbe potuto aspettarsi, è avvenuto.
Perciò rassicuratevi, cari amici fedeli all’idea liberale: il nemico c’è e si vede, la strada per organizzare un’opposizione è estesa quanto una prateria.

Gaston Beuk

Sull'Autore

Gaston Beuk

Gaston Beuk è lo pseudonimo di un noto giornalista e scrittore dalmata. Si definisce liberale in economia, conservatore nei valori, riformista nel metodo, democratico nei rapporti fra cittadino e politica, federalista nella concezione dello Stato e libertario dal punto di vista dei diritti individuali.

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