Renzi come Giolitti? Scalfari, ci faccia il piacere!

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Il maggior storico di Giolitti a proposito del paragone fatto da Scalfari di Renzi con Giolitti

Renzi Matteo sarebbe Giovanni Giolitti redivivo? L’Italia delle Grandi Riforme di primo Novecento sarebbe in nuce il “partito della nazione” in gestazione da quando Giorgio Napolitano dette il ben servito al governo Berlusconi e nominò Monti? Il paragone è ridicolo. Ma a firmarlo è stato Eugenio Scalfari su “Repubblica”. Più fantasie che peli di barba, Scalfari spiega a Renzi, caso mai il toscanello non l’avesse sognato da sé, che “il vero personaggio cui somiglia molto” non è Berlusconi, non è Craxi. E’ nientemeno che Lui: Giovanni Giolitti. A sostegno di questa fiaba (non nuova, del resto: si è affacciata in altri articoli di area “Stampubblica”), Scalfari scrive un ritrattino infarcito di errori piccoli e grandi. A differenza di quanto egli dice (compì “un lungo tirocinio al ministero delle Fiannze”), nel 1862 il ventenne Giolitti entrò in quello di Grazia, Giustizia e Culti e vi rimase sempre “in pianta” stabile, anche se “prestato” alle Finanze. Fu eletto alla Camera nel 1882 e nel 1892 (quando secondo Scallfari “entrò decisamente nell’agone politico”) da Umberto I fu nominato presidente del Consiglio. Gli operai non occuparono solo la Fiat ma le fabbriche dell’intero triangolo industriale e non lo fecero prima della Grande guerra (come par credere Scalfari), mentre Giolitti era per la quinta volta presidente. E’ del tutto errato che lo Statista “si ritirò definitivamente dalla politica dopo la marcia su Roma e la nascita del regime”. Infatti nel 1923 presiedette la “Commissione dei 18” che approvò la legge elettorale maggioritaria (poi detta “Acerbo” dal cognome del sottosegretario mussolinano-massone che la presentò alla Camera); nel 1924 capitanò la lista liberale in Piemonte e fu rieletto deputato; rifiutò la diserzione dall’Aula (il fatuo “Aventino” socialista-repubblicano-popolare e del teosofo Amendola) e ancora il 16 marzo 1928 votò contro la riforma elettorale Rocco che ridusse la Camera da assemblea di eletti in accozzaglia di nominati (come oggi piace non solo Renzi ma ai tanti che del voto non si fidano perché, bene o male, è sempre espressione di libertà).
Ma errori di fatti e di date a parte, nel suo avventato tentativo di far di Renzi il figliol prodigo di Giolitti lo Scalfari mostra di ignorare le tre differenze fondamentali che impediscono qualsiasi paragone tra i due.
In primo luogo, nel solco di Camillo Cavour, Giolitti riconobbe sempre il primato del Parlamento e la sovranità degli elettori, da lui rivendicati anzi a suoi giudici, proprio perché conoscevano di persona lui, i suoi avi e le persone che si battevano con lui per migliorare l’Italia. Mentre Renzi vede le libere votazioni come il fumo negli occhi, nel 1912 fu Giolitti a conferire il diritto di voto a tutti i maschi maggiorenni.
In secondo lo Statista facilitò la formazione del partito socialista, mentre considerò sempre una sciagura la nascita di un partito dei cattolici, fatalmente longa manus del Vaticano (altra cosa dalla chiesa cattolica) nella vita pubblica italiana. Ritenne che i liberali non avevano alcun bisogno di farsi partito perché erano al servizio dello Stato, senza contropartite personali, come documentano le loro biografie e, se si vuole, i loro testamenti.
Vi è infine la terza fondamentale differenza, che però manco appare sull’orizzonte di Scalfari, come del 90 e più per cento degli “storici”: Giolitti non era affatto “un uomo solo al comando” (contornato da segugi di ambo i sessi). Era, sapeva e “sentiva” di essere, “ministro del re”. La differenza abissale tra l’Italia di Giolitti e l’attuale sta nella forma dello Stato. Scalfari lo dimentica, ma l’“età giolittiana” tra il 1900 e il 1914 contò dodici diversi presidenti del Consiglio e quattro elezioni generali. Il tutto incardinato sulla monarchia costituzionale: un re che non era eletto ogni tot anni da maggioranze raccogliticce e magari da un risicato 50% dei parlamentari (come accadde a Napolitano). Lo era per volontà della nazione. Il re era il garante della Costituzione.
E’ curioso che alcuni monarchici continuino a considerare Scalfari uno dei loro solo perché nel 1946 votò “Stella e Corona” anziché repubblica. Non sappiamo perché l’abbia fatto. Di certo vediamo che (non da oggi) sulle istituzioni mostra idee assai confuse e amnesie. Dunque, si pasca di Renzi e del suo partito della nazione ma lasci in pace la memoria di Giolitti che, se fosse stato vivo, nel 1938 avrebbe assecondato il re a sbarrare la strada alle leggi razziali.

Aldo A. Mola

Sull'Autore

Aldo Mola

Aldo Alessandro Mola (Cuneo, 1943) dal 1967 ha pubblicato saggi e volumi sulla storia del Partito d'Azione e di Giustizia e Libertà, della massoneria e della monarchia in Italia. Direttore del Centro Giovanni Giolitti (Dronero- Cavour) ha coordinato Il Parlamento italiano, 1861-1994 ( Nuova Cei, 24 voll.). Il suo Giolitti, lo statista della Nuova Italia è nei “Classici della Storia Mondadori”. Tra le opere recenti, Italia, un paese speciale (4 voll.)

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