Quelli che rimpiangono Gheddafi…

Henke
Con questo articolo Maurizio Hanke, medico di professione e saggista, inizia la sua collaborazione a Libertates

C’è un limite di sopportazione per i popoli occidentali – una specie di “carrying capacity “– oltre il quale sarebbe lecito reagire alla diffuzione sul pianeta di Stati retti da regimi dittatoriali o governi liberticidi ? O gli stati liberi dell’Occidente devono badare solo a stessi e non intromettersi nella politica interna degli altri Stati? E ancora: tale limite di sopportazione deve essere cancellato, compresso o sottovalutato se uno Stato, ritenuto giuridicamente incivile, retto da una legislazione antidemocratica, svolge tuttavia una funzione di equilibrio internazionale in una determinata area geografica? Gli Stati occidentali, in altri termini, dovrebbero sottostare alla considerazione dei benefici che a loro possono derivare nel mantenimento di un certo equilibrio internazionale piuttosto che assumere atteggiamenti di denuncia e di dissenso verso un regime violatore delle regole? E con questo rendersi oggettivamente complici dei fenomeni oltranzisti, estremisti e terroristii che si manifestano in quell’area allentando i freni che la comunità internazionale può porre in atto alla loro espansione?
Sembrano essere queste le domande che sgorgano dalle ultime e sempre più incisive prese di posizione sugli errori commessi dagli Stati occidentali che sono intervenuti, specialmente in Medio-oriente e in Nord-africa, per abbattere e/ o facilitare e/o contrastare i regimi dittatoriali che erano al potere in quei paesi.
Nel momento in cui il giudizio della pubblica opinione, quella largamente intesa che guarda i network televisivi e si allaccia alle reti informatiche, si limita a esprimersi con un gergo e schemi di ragionamento del tutto sovrapponibili alle valutazioni calcistico-agonistiche – furbo quello a prendere quella decisione, “forte” il tal altro a comportarsi così, fuori di testa quel politico o quel commentatore, incredibile la mossa di quell’altro e via discorrendo – mi voglio incaricare di tentare di fare una considerazione un poco più profonda sulla crisi dei rapporti politici nell’area del Mediterraneo e sui giudizi di merito espressi sempre da quella pubblica opinione che non si fa sfuggire occasione per rimarcarli in occasioni private, in incontri pubblici e sul web.
Dunque, partiamo dalla valutazione della azione di alcuni paesi occidentali che intervennero attivamente, Francia in testa, nella destituzione di Mu’ammar Gheddafi in Libia nel 2011.
Si è detto: alla Francia non era piaciuto il legame molto stretto che il governo italiano – con Berlusconi – aveva stretto col dittatore libico principalmente per le conseguenze economiche che ne derivavano e per la possibilità che si erano aperte all’Italia di incrementare gli scambi commerciali con la Libia. Quella sarebbe stata la motivazione vera che indusse il governo di Parigi a intervenire tra i primi, nel marzo 2011, contro la Libia per fermare la reazione delle forze terrestri mobilitate da Gheddafi intorno a Bengasi, dopo che il Consiglio di Sicurezza del l’ONU aveva istituito, con la risoluzione 1973, una zona di interdizione al volo sul cielo libico. Oggi – secondo tale ragionamento – pagheremmo un conto salatissimo per aver contribuito a destituire ed uccidere il leader libico che, bene o male, avrebbe tenuto a bada gli esuli del centro Africa e del Corno d’ Africa che premevano per arrivare in Europa, soffocando ,nel tempo stesso, la lotta di gruppi e clan per il potere in Libia. La legittimazione internazionale di un regime dittatoriale sanguinario e impermeabile alla legalità sarebbe giustificata pienamente – sempre secondo questo ragionamento – dagli interessi di altri singoli Stati che possono avvantaggiarsi di quella situazione di illegalità per godere di una relativa tranquillità e per vedere frenati i fenomeni di trasmigrazione e di rivalità ideologico-religiosa.
Analoghe valutazioni si sono succedute nel tempo in relazione alle tensionii tra Usa – Ue e Siria e sui rapporti col leader siriano Assad in soccorso del quale si è recentemente schierata la Russia di Putin. La realpolitik, anche in questo caso, consiglierebbe di ribaltare il giudizio estremamente negativo degli USA e della UE nei confronti del presidente siriano e della politica interna da lui adottata nei confronti delle opposizioni. Dovrebbe essere considerata non prevalente, nel giudizio politico, la sua condotta interna e internazionale in particolare nei confronti dello Stato di Israele – privilegiando la momentanea utilità del suo impegno contro i “ribelli” di marca islamista radicale e l’ISIS in particolare. In questo senso si è mosso proprio il Segretario di Stato americano Kerry che ultimamente ha spostato avanti nel tempo il problema della permanenza al potere di Assad, ritenendo che siano prevalenti le preoccupazioni dello svogimento del conflitto all’nterno del territorio siriano, con l’ISIS e l’ingresso nel teatro della operazioni militari della Russia di Putin. Ma resta il fatto che la Siria di Assad, nonostante possa costituire un argine al dilagare della iniziativa bellica dell’ISIS resta un paese retto da un governo inaffidabile e periocoloso per il ruolo che svole nel Vicino Oriente.
Dunque sembrerebbe farsi largo la teoria che la valutazione politica di un regime che nega il diritto e la legalità ma che garantisce o contribuisce a ristabilire un equilibrio internazionale, debba prescindere da una stringente valutazione delle caratteristiche di quel regime – ; e questo è il caso anche dei numerosi “Stati-canaglia” che si sono insediati in varie parti del mondo e che hanno goduto e godono di alleanze e coperture in Occidente.
Concetto questo rafforzato e ribadito da un ulteriore esempio meno recente, quello della guerra scatenata da Geoge W. Bush contro Saddam Hussein. Guerra – è bene intendersi – del tutto arbitraria e mai validata dagli organismi internazionali – ONU in testa – che non riuscirono ad accertare la costruzione di armamenti di distruzione di massa sul territorio iraqeno. Sarebbe stato meglio – suggerisce la pubblica opinione specialmente quella europea – lasciar stare Saddam invece che destituirlo, anche perrchè egli si incaricava di tenere a bada gli estremismi religiosi e dava maggiore stabilità all’area medio-orientale.
E’ chiaro che la mossa di Bush fu dettata da basse considerazioni di carattere politico-elettorale che lo interessavano direttamente all’indomani dell’attacco di Al-Qaeda alle Torri Gemelle. Motivazioni che prevalevano sulla esatta comprensione di quel che esattamente combinava il regime di Saddam e delle atrocità commesse ai danni del suo popolo e dei suoi oppositori. Estranea, e comunque non determinante nella scelta di Bush di attaccare l’Iraq, fu la valutazione degli effetti che la sua destituzione avrebbe significato negli equilibri medio-orientali. Ma resta il fatto che Saddam era stato uno dei più feroci dittatori dell’area mediorientale e la sua azione politica non poteva non essere sotto osservazione da parte delle democrazie occidentali. Le quali, più che esportare la democrazia nel mondo, dovrebbero cercare di determinare all’interno dei paesi retti da regimi dittatoriali, le condizioni perché le opposizioni democratiche possano col tempo rafforzarsi e crescere fino a determinare una transizione endogena verso la democrazia dei loro popoli.
Ma se le scelte compiute da questi due paesi – Francia e Usa – si espongono a critiche assai severe per le motivazioni reali che le hanno determinate, ciò non significa che l’agnosticismo totale, l’isolazionismo, il particolarismo occidentale, il perseguimento dei soli propri obiettivi e l’ egoismo nazionale possano essere considerati una strada maestra da seguire.
Che cosa direbbero i ragazzi, i giovani e le future generazioni nei paesi retti dai regimi dittatoriali che assistessero alla imbelle, acritica, miope ed egoistica affermazione del proprio tornaconto dei popoli occidentali? Direbbero che l’interesse economico di quei paesi ha avuto la meglio sulla volontà e l’obiettivo di diffondere la libertà, lo stato di diritto, la civiltà giuridica.
Allora, la “carrying capacity”, che, prima dell’ultimo conflitto mondiale, era stata largamente superata dalla esperienza della sola Germania hitleriana e che indusse gli Usa a imbarcare le loro truppe verso l’Europa per porre fine all’espansionismo tedesco, oggi è giunta alla saturazione dopo la espansione bellica dell’ ISIS, le diverse e contrastanti iniziative terroristiche dell’estremismo islamico , la diffusione di Stati-canaglia che commerciano droghe, reclutano terroristi e criminali per le loro strategie mercantili, assoldano mercenari e comprano armi per favorire fenomeni di instabilità e focolai di guerriglia sui quali la comunità internazionale non ha intenzione di intervenire.
Dobbiamo anche in questi casi bendarci gli occhi e far finta di niente? Dobbiamo farci guidare da una pubblica opinione che mutuando i comportamenti e il linguaggio sportivo-agonistico ci propone un atteggiamento di attesa, di menefreghismo, di “stiamo a vedere che succede e poi….” , sottostando a valutazioni che non prendono nemmeno un attimo in considerazione ciò che stanno patendo le popolazioni sottoposte alle violenze, alle tragedie, alle illegalità, alla perdita dei propri cari e delle proprie case, senza più alcuna speranza di poter cambiare i loro destini?

Maurizio Hanke

Sull'Autore

Maurizio Hanke

Maurizio Hanke è nato a Roma nel 1952 e risiede a Spoleto. Laureato in Medicina ha svolto e svolge tuttora attività di medico convenzionato, di specialista e di consulente presso strutture sanitarie pubbliche e private. Ha al suo attivo una intensa attività scientifica ed è autore di oltre 50 pubblicazioni scientifiche. Ha parallelamente coltivato studi storici e politici pubblicando due libri e numerosi lavori originali. E’ socio di sodalizi culturali e scientifici tra cui l’ Accademia Spoletina, antica e prestigiosa associazione culturale fondata a Spoleto da Giovanni Pontano, di cui è Vicepresidente. Ha svolto e tuttora svolge incarichi politici ed amministrativi.

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