Putin e l’Isis: a proposito di briganti

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Meglio cercare l’aiuto dellaNato che quello di Putin per fermare l’ondata di migranti in arrivo dalla Libia

Un antico proverbio popolare esorta: “a brigante, brigante e mezzo”. Ovvero: bisogna usare le armi dell’avversario, anche se sono ingiuste, per colpirlo ancora più forte.
Allora, immaginate che qualcuno si presenti a nome di AlQaeda, o dell’Isis, ai governi dell’Occidente, offrendo i suoi uomini e le sue armi per aiutarli a contenere sul terreno l’avanzata e le crescenti minacce della Russia di Putin. D’accordo… non riuscite proprio a immaginarvelo, perché vi sembra improponibile! Ma adesso immaginatevi che un capo del governo italiano, di nome Matteo Renzi, vada a Mosca sollecitando la cosa contraria a Putin: dia una mano all’Italia, intervenga in Libia contro l’Isis, lui che ha uomini e mezzi, e anche il know-how già conquistatosi durante la guerra d’annientamento della Cecenia. Bene, questa seconda ipotesi è realtà. Matteo Renzi offre a Putin precisamente questo: di riempire il vuoto provocato dalla debole presidenza americana di Obama e dall’inesistenza militare europea, gli propone di farsi mediatore fra Egitto e Turchia, e di rientrare così alla grande nel gioco internazionale da cui è stato messo alla porta dopo l’aggressione all’Ucraina. Il tutto con il plauso di chi in Italia è già pronto a ricevere in cambio la utilizzazione dei pozzi petroliferi libici.
Legittimo interesse nazionale? Ma certo! Finalmente l’Italia si libera dall’ingombrante alleanza con le decadenti democrazie occidentali – America, Regno Unito, Germania, Francia – e ridiventa protagonista al fianco dell’astro nascente Putin!
D’accordo, Putin ha infranto il diritto internazionale, con la guerra “speciale” condotta dalle sue truppe “specnaz” e senza mostrine, prima in Crimea e poi nel Donbass. Vabbè, i suoi carri armati attraversano a decine il confine ucraino; una guardia di frontiera estone è stata catturata e mai rilasciata; i suoi jet militari volano sulla Manica; i suoi sottomarini percorrono il Mare del Nord; sta fomentando le minoranze russe nei Paesi Baltici (che fanno parte della Ue); sfiora con le sue esercitazioni militari le rotte nordiche degli aerei di linea. Ma che sarà mai? Non vorremo rivangare fra i ricordi dei 129 civili innocenti del teatro Dubrovka, uccisi nel 2002 dai gas delle truppe speciali del Cremlino? O riparlare di una certa giornalista di nome Politkovskaja, assassinata sulla porta di casa in occasione del compleanno di Putin? O prendercela perché il suo personale accusatore, il leader dell’opposizione russa Boris Nemtsov, è stato assassinato da sicari a due passi dal Cremlino? O forse ce la vogliamo legare al dito perché i separatisti, armati da Mosca, hanno abbattuto un aereo di linea malese facendo 295 morti? O non si vorrà sostenere che la Russia è inaffidabile nella lotta al terrorismo solo perché appoggia gli jihadisti sciiti in Libano? Vorremo imputare come una colpa a Putin la sua protezione strategica all’Iran, che a sua volta appoggia Hamas, un esercito jihadista sunnita, nella Striscia di Gaza? O forse il fatto che la Cecenia riconquistata dalle truppe di Mosca ha nel frattempo adottato la shariah? Ma diamine, ricordiamoci il proverbio: “a brigante, brigante e mezzo”!
Ebbene sì, questa saggezza popolare, ovvero realismo amorale, oggetto di una moda incosciente, noi la rifiutiamo. L’alleanza con l’Urss, a suo tempo benedetta da Churchill, ci ha liberato da Hitler ma ha fatto cadere mezza Europa sotto il tallone di Mosca. E l’alleanza degli americani con i mujaheddin integralisti ha liberato l’Afghanistan dai sovietici solo per avviare l’incubazione della jihad. La storia insegna che non si può combattere il male con un altro male, perché se si avvelenano i pozzi alla fine tutti bevono e si avvelenano. E, se dobbiamo schierarci, preferiamo restare al fianco della Nato.

Gaston Beuk

Sull'Autore

Gaston Beuk

Gaston Beuk è lo pseudonimo di un noto giornalista e scrittore dalmata. Si definisce liberale in economia, conservatore nei valori, riformista nel metodo, democratico nei rapporti fra cittadino e politica, federalista nella concezione dello Stato e libertario dal punto di vista dei diritti individuali.

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