Problema Sulcis: tutti hanno ragione, ma finirà di pagare il cittadino

Tutti conosciamo a grandi linee la storia delle miniere sarde:iniziano verso metà Ottocento, hanno un grande sviluppo durante il fascismo (avere delle miniere in casa erano l’ideale in un periodo di autarchia) culminato con la fondazione di una città apposita: Carbonia; incontrano una progressiva crisi negli ultimi decenni.

Questa crisi è dovuta a due fattori ineliminabili:

  • l’eccessivo costo dovuto al fatto che un carbone estratto da una miniera a centinaia di metri di profondità ha un costo superiore ad un minerale estratto da una miniera a cielo aperto
  • l’eccessivo tenore di zolfo: particolarità del carbone isolano che lo rende particolarmente inquinante

Nel 1985 l’Enel riceve dallo Stato 512 miliardi per riattivare il bacino carbonifero, ma dopo vari passaggi di proprietà l’ENI (divenuta nel frattempo proprietaria) decide nel 1994 di chiudere definitivamente. Scioperi, proteste finché lo Stato stanzia altri 420 miliardi a fondo perduto per incentivare i privati a produrre energia con il carbone del Sulcis. Ma dato che nessuno si fa avanti lo stesso decreto obbliga l’Enel ad acquistare per otto anni l’elettricità a 160 lire il kwh quando il costo medio di produzione era allora di 72 lire. La differenza veniva coperta da un sovrapprezzo in bolletta (cioè veniva pagata da noi consumatori…) Ogni posto di lavoro conservato è quindi costato circa 2 miliardi per lavoratore (1000 miliardi di contributi per 500 lavoratori). Ma cosa farne dell’energia nel frattempo prodotta? Essendo esuberante per il fabbisogno della Sardegna si doveva utilizzare altrimenti: per esempio per produrre alluminio (attività che richiede una grande quantità di energia). Cosa che è stata fatta cedendo all’Alcoa energia a prezzo sussidiato (cioè con uno sconto pagato in bolletta dai soliti contribuenti…) per quindici anni. Ora, finiti i sussidi, l’Alcoa, come è logico, se ne va.

Se, dopo queste considerazioni, prendiamo in rassegna le ragioni dei vari attori della vicenda, possiamo vedere come tutti abbiano sostanzialmente ragione:

  • gli operai vedono messo a rischio non solo il proprio stipendio (e quindi anche il proprio futuro) ma anche una indubbia professionalità ed esperienza acquisita con impegno e fatica pluriennali – l’Enel, essendo una società, deve rispondere del proprio operato agli azionisti e comunque non si capisce per quale motivo debba accollarsi un costo aggiuntivo non piccolo per costruire una centrale apposita vicino alle miniere e farla funzionare con carbone più costoso e di peggiore qualità quando potrebbe approvvigionarsi di carbone a costo di mercato (quale quello polacco, ad esempio) per altre sue centrale (ad esempio Porto Tolle)
  • lo Stato, che non riesce a trovare fondi per la crescita di tutto il Paese dovrebbe spendere una cifra considerevole (si parla di almeno 250 milioni di euro l’anno per otto anni) per finanziare non solo la costruzione di una nuova centrale, ma anche di dispositivi per la captazione dei fumi di zolfo e per il loro stoccaggio sotto terra. Facendo riferimento a questi costi ogni dipendente verrebbe a costare alla comunità (beninteso oltre allo stipendio) circa 250.000 euro l’anno per otto anni: costerebbe meno offrire loro un vitalizio con annessa villa con piscina!

Ma allora dove sta il problema?

IL problema sta in come questi problemi vengono (o meglio non vengono) affrontati a livello di politica economica: quando si rifiuta di considerare le leggi di mercato e si sostiene che prima occorre salvaguardare gli interessi sociali non si fanno affatto gli interessi di coloro che in questi settori lavorano e che prima o dopo finiranno per pagare sulla loro pelle le conseguenze di queste scelte dissennate, ma si fanno gli interessi di una politica a corto respiro, preoccupata di non perdere consenso (e quindi voti) nell’immediato: poi intanto ci penserà qualcun altro o pagherà lo stato (cioè tutti noi). A questo punto, naturalmente, non esiste una soluzione comunque valida: dato che non si possono abbandonare gli operai al loro destino sacrificando non solo le loro aspettative economiche, ma anche la loro professionalità e dignità e non si può costringere una società a produrre a costi superiori alla concorrenza sarebbe opportuno cercare una riconversione degli impianti o un riciclo degli occupati, senza ricorrere al solito espediente di un provvedimento ponte che non solo non risolve il problema, ma sposta solo in avanti i problemi che si ripresenteranno tra qualche anno e che pesa sui costi di tutta la nazione.

Noi dei Comitati continuiamo perciò a sostenere che occorre più libero mercato e più concorrenza: il che naturalmente non deve significare un far west economico in cui il più grande, forte e furbo (e spesso fuorilegge) debba mangiare il più piccolo, ma al contrario un mercato libero in cui vengano fatti rispettare mediante paletti e controlli le leggi della concorrenza e i diritti al lavoro, alla dignità e alla libertà di tutti i cittadini, specie del più deboli. Altrimenti ci non ci sarà che una soluzione per sopravvivere e fare fronte a tutti questi costi occulti: aumentare le tasse!

Angelo Gazzaniga

Portavoce dei Comitati per le Libertà

Sull'Autore

Angelo Gazzaniga

Presidente del Comitato Esecutivo di Libertates. Imprenditore nel campo della stampa e dell’editoria. Da sempre liberale, in lotta per la libertà e contro ogni totalitarismo e integralismo.

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