Popolari venete: ultimo atto?


Mentre il governo italiano decretava di mettere a disposizioni 20 miliardi per il “salvataggio delle banche in crisi”, salvataggio che sarebbe attivato dalla sola richiesta di intervento di una banca qualsiasi in crisi, la UE richiedeva che ci fosse per le banche popolari venete un aumento di capitale di 1,2 miliardi sottoscritto da privati per evitare l’accusa di salvataggio di stato.
Ma a tutt’oggi non esiste nessun privato disposto, a qualsiasi condizione, a investire nelle due banche. Lo stesso Guzzetti, venerando ispiratore del Fondo Atlante (il fondo creato dalla banche italiane per aiutare quelle in sofferenza e quindi a tutti gli effetti un privato) ha dichiarato senza mezzi termini che, dopo aver investito 563 milioni che andranno probabilmente persi, il Fondo non intende investire neppure un euro in queste banche. Questo perché significherebbe venir meno allo scopo istituzionale del Fondo: ripulire le banche in crisi dai debiti inesigibili (i famosi Npl) offrendo finanziamenti remunerati al 10% anzichè gettarli in un pozzo senza fondo con ben scarse probabilità di non perdere anche il capitale. Quanto a eventuali capitali stranieri: neppure l’ombra.
Del resto si tratta di banche ormai palesemente in stato fallimentare: i correntisti stanno ritirando, se e come possono, i capitali depositati, segno palese del venir meno di quello che è il principale asset di una banca, la fiducia e i costi di pura gestione superano ormai costantemente le entrate.

Adesso, di fronte all’evidenza, si sostiene che le banche andrebbero comunque salvate per due buoni motivi:

  • perché è quasi impossibile trasferire i crediti (cioè i finanziamenti concessi alle imprese) ad altre banche della regione. Ma questa è un’ulteriore dimostrazione “a contrario”. Se i crediti fossero sani (cioè esigibili) non si vede per quale motivo le altre banche non dovrebbero accollarseli: si tratterebbe di acquisire nuovi clienti. In verità esse temono di vedersi rifilare altri crediti di difficile recupero.
  • Perché se le due banche fallissero lo Stato perderebbe una quota di obbligazioni da lui garantite ben superiore a quanto dovrebbe immettere nel capitale delle banche stesse. È lo stesso meccanismo dell’Alitalia: mettere 100 oggi per non perdere 200 domani. Un meccanismo perverso che non risolve nulla, pospone e ingrandisce sempre più il problema.

Come in altre storie simili occorrerebbe avere il coraggio di affrontare alla radice la situazione: prendere atto del fallimento, rimborsare quanto possibile coloro che ne sono stati coinvolti fraudolentemente e perseguire i veri colpevoli. Perché, nel frattempo, coloro che hanno gestito per decenni la situazione (vedi Zonin) continuano a vivere nelle loro lussuose ville da nullatenenti (avendo ceduto tutti i loro beni a scanso di sequestri), coloro che avrebbero dovuto vigilare (la Banca d’Italia) sono in gara per diventare Governatori e coloro che avrebbero dovuto, e potuto, limitare i danni vietando l’emissione di obbligazioni ad alto rischio a privati (la Consob) restano orgogliosamente al proprio posto.

Ma in periodo di campagna elettorale strisciante crediamo davvero che tutto ciò possa avvenire?
Molto meglio coprire i debiti del passato con finanziamenti attuali che impegneranno le entrate future.
Invece servirebbe all’Italia una vera, grande riforma: quella di avere il coraggio di affrontare davvero i problemi

di Angelo Gazzaniga

Sull'Autore

Angelo Gazzaniga

Presidente del Comitato Esecutivo di Libertates. Imprenditore nel campo della stampa e dell’editoria. Da sempre liberale, in lotta per la libertà e contro ogni totalitarismo e integralismo.

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