Perché l’Islam non crede ai diritti umani (II)

ghia
Ecco la seconda, e conclusiva parte, del saggio sull’islam pubblicato la scorsa settimana

Abbiamo visto come con la teologia di Al Gazali fu eliminata ogni possibilità di unire la logica aristotelica all’interpretazione del Corano, dando libero sfogo sia all’ortodossia sia, ancor di più, alla rigidità del comportamento violento dei Jihadisti islamici che, sin da allora, iniziarono a mirare alla Società islamica perfetta!
Per comprendere meglio quanto Al Ghazali abbia influito sul pensiero ortodosso, è bene entrare un po’ più nel dettaglio nel significato intrinseco della Rivelazione coranica.
Il Corano consta di 114 Sure (capitoli) che nella versione tramandata nei tempi sono state sempre proposte, non in ordine temporale, ma secondo quantità di versetti in essa contenuti, quindi di lunghezza. Il fattore temporale assume, per contro, una dimensione particolare se si pensa che delle 114 Sure, quantitativamente, 90 sono state rivelate a Mecca (612-622) e 24 a Medina (622 -632). Le sure cosiddette meccane sono riferite all’inizio della rivelazione coranica: ritraggono dunque un messaggio ascetico incentrato sull’universalità degli aspetti religiosi e la via da seguire verso la salvezza. Nel periodo medinese, in cui Maometto agisce per creare la prima comunità dell’islam, la rivelazione manifesta in tutta la sua grandezza la dimensione politica di Dio verso i musulmani, proprio al fine di ispirare e gestire socialmente la comunità. Le sure medinesi, le più lunghe che rappresentano circa l’80% dell’intero corano, sono quelle che hanno strutturato l’Islam dal punto di vista giuridico, politico e sociale, e hanno un carattere meno escatologico di quelle meccane.
Per il pensiero occidentale, dunque, la differenza fra sure meccane e medinesi è estremamente importante, perché su questo punto si sono innescate varie polemiche sul contenuto “violento” di molte sure del periodo medinese. Per contro, l’Islam, in particolare quello Sunnita Saudita, vieta per principio qualsiasi interpretazione ragionata del Corano, rifiutando categoricamente interpretazioni che sanciscano l’increatività del messaggio coranico. Cioè, il Corano è un tutt’uno con Dio, scritto al di fuori dal tempo e, pertanto, immutabile, intoccabile e ininterpretabile!
Anzi, l’incompatibilità del rapporto tra Dio e ragione professata dal wahabismo saudita, ha definitivamente consegnato il pensiero ortodosso musulmano all’immobilismo. Lo stesso rapporto che un teologo-filosofo dell’Islam andaluso del 1100, certo Ibn Roched (Averroè) si sforzò di inserire, nel suo “Trattato Decisivo”, quale strumento allegorico proprio per ridare la giusta logica di ragionamento imposta dal confronto Fede-Ragione. Purtroppo, malgrado il suo essere teologo musulmano, anche per lui questa scelta gli risultò pregiudiziale.
Dunque, l’Islam nel suo insieme deve essere considerato come un’ideologia che pretende di abbracciare la dimensione del sacro (i rapporti uomo-Dio con le relative ricadute sul piano del culto e della teologia) e quella politica. Indubbiamente è una visione del mondo che orienta la prassi, cioè il fondamento filosofico dell’agire dell’uomo. E poiché Islam è sottomissione a Dio, è anche motivo di rifiuto da parte del musulmano dei poteri coibenti, rivendicandone una giustizia egalitaria nei confronti solo di Dio.
Per contro, l’evoluzione in senso politico dell’ortodossia islamica, che si richiama a un ritorno all’originale interpretazione del Corano da parte del Profeta e dei suoi discepoli (Al Salaf – Salafiti) è stato il risultato di un processo storico lungo e travagliato che ha portato in età contemporanea alla rivendicazione da una parte al Salafismo Wahabita Saudita, ma anche all’affermarsi di tutte le forme di jihadismo perverso, incluso lo Stato Islamico.
Sul piano dottrinale il Califfato proclamato da Al Baghdadi, infatti, non si differenzia dal wahabismo saudita che, per esempio, sostiene l’obbligo per tutti i musulmani di giurare fedeltà a un singolo leader musulmano, così come lo stesso salafismo richiama al giuramento allora richiesto dal profeta Mohammed ai suoi seguaci di fedeltà e di difesa alla sua persona, anche a costo della propria vita.
Le differenze tra ISIL e Arabia Saudita sono dunque perlopiù politiche. Il Reame Saudita vuole essere considerato il riferimento teologico ai fini del proselitismo internazionale sunnita. Insieme al Qatar, l’Arabia Saudita, attraverso la lega Islamica Mondiale, è il maggior finanziatore per la costituzione di Centri di cultura islamica o, ancor di più, per la costruzione di moschee e luoghi di culto. L’ISIL, sin dalla sua trasformazione da Al Qaeda in Iraq, ha mirato alla ricostruzione del Califfato (storicamente l’ultimo Califfato è quello Ottomano scioltosi nel non lontano 1917!), quindi all’unificazione dell’intero mondo musulmano.
Tuttavia, entrambe le entità, sia l’Arabia Saudita sia l’ISIL, in qualche maniera, confermano una svolta tendenzialmente “teocratica”, con a capo dello Stato elementi di spicco o riferimenti istituzionali religiosi.
Il clero wahabita, che secondo Costituzione è responsabile dell’assetto giuridico legislativo saudita, ha da sempre evidenziato un’anima marcatamente ortodossa che ha condizionato l’attività legislativa del Reame. Inoltre, le frange radicali del wahabismo hanno alimentato e protetto buona parte della Jihad e del terrorismo islamico dei giorni d’oggi.
Nella pratica, anche nel caso in cui si dovesse in qualche maniera risolvere l’antica “guerra di religione” tra sunniti e sciiti e, contemporaneamente, azzerare (speriamo presto!) la minaccia Jihadista, sino a quando in Arabia Saudita continuerà a persistere l’effettiva dicotomia, tra potere Reale e potere Religioso, resterà sempre attivo l’innesto per una nuova radicalizzazione del pensiero wahabita, con immancabili rinnovati moti e movimenti Jihadisti di matrice salafita.
Tornando al confronto con l’Occidente, restringendo il capo alle sole nazioni di religione islamica, sembrerebbe, quindi, di non facile attuazione, anche al di la del contesto saudita, l’affermazione di un sistema pienamente “democratico” in uno stato di cultura arabo-islamica.
In teoria, per l’Islam la sede di ogni decisione politica è la Umma, la comunità dei credenti, concetto che, non a caso, spesso si sovrappone e assorbe quello di Nazione.
Chi non è credente, cristiano o ebreo che sia, nel pensiero politico islamico dominante, non può far parte della Umma e, quindi, non può esercitare potere decisionale o politico su quanto concerne la società stessa. Non è questa una questione da poco conto. Ricordo solo che in Sudan, il Governo (laico!) di Khartoum nel 1985 decretò di estendere la sharia alle popolazioni cristiane e animiste del sud. Cosa che scatenò una guerra che ha fatto mezzo milione di vittime e la secessione del Sud. Non più di un mese fa, malgrado la forte presenza di caschi blue, si è verificato un riacutizzarsi della crisi. In Iran, l’ayatollah Khomeini (leggendaria guida politica e spirituale della rivoluzione “salafita” iraniana del 1979) ha ghettizzato politicamente ebrei, cristiani e zoroastriani che ancora oggi non possono votare per un candidato musulmano, né accedere ad alcuna carica pubblica di rilievo. Le guerre civili tutt’ora in corso in Iraq, Siria, Libia e Yemen, non sono altro che forme di esasperazione dell’Ortodossia sunnita! Non solo: anche nei pochi paesi islamici in cui il culto cristiano è permesso o tollerato (Egitto, Libano, Siria, Iraq, Marocco, Tunisia etc.), non è assolutamente ammesso che un musulmano si converta al cristianesimo, (pena la morte spesso, o comunque il carcere anche nei paesi cosiddetti “laici”), né che una musulmana sposi un non credente. Ne consegue che, per esempio, i molti europei che decidono di sposare con rito civile una musulmana, comunque sono costretti a convertirsi preventivamente all’Islam.
Ma se questo è vero oggi, un domani non molto lontano con buone probabilità molte cose sono destinate a cambiare. Guardando, infatti, a quanto approvato ultimamente al Congresso di Al Nahdha (il partito islamista di radice Fratelli Musulmani che ancora oggi è valutato a più del 40% di preferenze) in Tunisia, ci si accorge che il concetto di “Stato Democratico” sta piano piano attenuando la radice arabo-islamica di cui la cultura dominante è intrisa. Il rispetto per la sovranità popolare, il pluralismo politico e il riconoscimento anche sostanziale dei diritti di libertà e di uguaglianza sociale, sono entrati a far parte della nuova visione politica popolare. Il che significa che seppur Al Nahdha rimarrà fedele agli obblighi Shariatici, quindi porterà avanti le sue battaglie politiche per l’affermazione dell’Islam, si va sempre più affermando il concetto di rispetto della volontà del popolo, che grazie alla Costituzione del 2015, è da identificare nell’azione legislativa del Parlamento. Non solo, ma essendo stata messa al bando la religione, si è cancellata qualsiasi rivendicazione religiosa per quella pletora di jihadisti tunisini (ne sono stimati più di 30.000!) che negli ultimi tre anni hanno aderito allo Stato Islamico (di cui circa 5000 sono valutati ancora in Libia con l’ISIL). Va ricordato, per contro, che l’articolo 1 della costituzione tunisina recita: La Tunisia è una Repubblica di Religione Islamica e di lingua Araba! Si riuscirà mai a uscire dalla ganascia stridente della cultura “arabo-islamica” delle origini?
Indubbiamente, il cammino da percorrere per raggiungere un’evoluzione culturale, capace di soddisfare e salvaguardare le reciproche identità culturali e religiose, è ancora lungo. Tuttavia, al di là degli sforzi di superare le difficoltà di carattere concettuale, rimangono evidenti le quotidiane e concrete violazioni, soprattutto negli altri paesi di cultura araba del Medio Oriente e in Africa, di tanti diritti fondamentali, in particolare il diritto alla vita, la parità tra uomo e donna, la poligamia, la legge sull’eredità a l’eguaglianza al di là di qualsiasi discriminazione.
Se questo rappresenta la complessità dell’avvento della democrazia nel mondo arabo, lascio (per ora) al lettore immaginare che cosa potrà mai avvenire in Europa con il crescere delle comunità musulmane e il loro “legittimo” desiderio di un ritorno all’Ordinamento giuridico dell’Età d’oro dell’Islam!
Molto, forse troppo ancora, c’è da lavorare sul dialogo interculturale.
Non ci potrà essere dialogo senza una migliore conoscenza della cultura altra!

Fabio Ghia

Sull'Autore

Fabio Ghia

Fabio Ghia è Contrammiraglio della Riserva della Marina Militare e giornalista free-lance. Svolge libera professione in Tunisia. Formatosi all’Accademia Navale di Livorno, ha comandato diverse unità navali. Sul San Giorgio nel 1992 ha avuto con sé il Battaglione San Marco, impegnato in Somalia nell’ambito della missione umanitaria dell’ONU. E’ stato anche un buon velico e da Comandante della nave a vela “Orsa Maggiore” ha partecipato a regate oceaniche, vincendo la Transpacifica 97. Oltre a incarichi di responsabilità svolti nella branca Intelligence di SHAPE (Belgio), è stato in servizio al Quirinale nello staff del Presidente Carlo Azeglio Ciampi. All’indomani dell’11 settembre ha svolto l’incarico di Addetto militare presso l’Ambasciata d’Italia a Tunisi. Andato in pensione, si è ritirato in Tunisia dove ha avuto modo di studiare e approfondire molti aspetti della cultura islamica. E’ laureato in Scienze Marittime e Navali presso l’Università di Pisa e in Scienze Diplomatiche Internazionali all’Università di Trieste. Iscritto all’Ordine dei Giornalisti di Roma, è autore di numerosi articoli e studi d’interesse strategico, internazionale e umanitario. Editorialista e corrispondente da Tunisi della testata L’Opinione, ha pubblicato scritti e articoli anche sui quotidiani “Italia oggi” e “Italia chiama Italia”, e sui periodici “Radici Cristiane”, “Rivista Marittima”, sulla rivista statunitense “Naval Review ” e su “Italy today” e su molte altre testate “on line” italiane, canadesi, sudafricane e argentine. Dal giugno 2011 è Presidente di “ANFE Tunisie” (Associazione Nazionale Famiglie degli Emigrati), con la quale opera nel settore della migrazione legale e del “Dialogo Interculturale tra Occidente e Islam”, ai fini di una sempre migliore integrazione tra i popoli.

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