Perché i liberali non possono non dirsi (anche) conservatori

dario

“Per “l’Albatros” Dario Fertilio apre un dibattito: in campo etico i liberali devono essere conservatori?”.

 

Cari amici liberali, mi rivolgo a voi che formate l’ossatura, e forse la maggioranza, dei sostenitori – o anche dei semplici frequentatori – di Libertates. Il problema che si pone a voi, anzi a tutti noi, è l’atteggiamento politico da assumere nei confronti dei temi etici. Quelli, in particolare, che riguardano la natura umana. Alludo naturalmente ai principi del diritto naturale che costituiscono il cuore del pensiero liberale classico da Locke in poi: i principi base cioè della vita, della scelta e della proprietà. Il fatto che essi siano “non negoziabili” (benché non assoluti, come preciserò) costituisce la discriminante fra i liberali classici e i liberal: ed è qui che si innesta la questione.
Non c’è dubbio che la libertà di scelta sia fondante anche per noi liberali “classici”: stiamo però assistendo ad una sua crescente, martellante, intollerante assolutizzazione ideologica. Se il diritto di scelta viene fatto prevalere su tutto il resto, ne consegue che qualsiasi ricerca di affermazione e felicità, dal matrimonio gay alla fecondazione eterologa di coppie lesbiche, all’inseminazione artificiale di madri single, dall’eutanasia all’eugenetica alla utilizzazione di embrioni per la scienza e la medicina, dall’aborto libero alle adozioni per tutti al divorzio lampo, ogni desiderio e pretesa diventa lecito, un diritto, un fatto scontato. E poiché il passo seguente verso l’ideologia è immediato, diventa allora obbligatorio inginocchiarsi davanti ai nuovi feticci, salvo passare per intolleranti e politicamente scorretti nel momento in cui si pronuncia un no. Da qui, dalla negazione del diritto naturale alla vita, alla affermazione indiscriminata di nuovi “diritti” e alla loro trasformazione in norme di legge, il passo è breve e obbligato.
Ma qui si pone la domanda: la cultura delle libertà, che io stesso ho contribuito ad affermare raccogliendo tredici anni fa una significativa antologia di interventi (“Il fantasma della libertà”, edito da Rubbettino) può fare a meno di valori da difendere e conservare? In quel libro io stesso proponevo un minimo comun denominatore, una piattaforma per l’agire politico basata su molte libertà condivise (anche da un pubblico più vasto di quello strettamente liberale), capace di conseguire una maggioranza di consensi in Italia e in Europa. Riguardo alle altre libertà, invece, non condivise da tutti all’interno del nostro campo (quelle a sfondo etico, oggetto di questo articolo) proponevo di metterle da parte, riservandole alla libertà di coscienza. Quel libro, alcuni di voi lo ricorderanno, contribuì non poco ad offrire una base teorica ai nostri Comitati per le Libertà.
Ma oggi, mi sembra, la situazione è cambiata. L’individualismo assoluto, dopo il crollo delle ideologie stataliste totalitarie, si è ormai trasformato nel nuovo collettivismo: il pensiero unico costruttivista. E allora, è tempo che i liberali classici prendano le distanze dalle ideologie liberal.
Ci sono valori non assoluti (anche la vita non lo è, quando ci si sacrifica per un bene superiore o si pratica un aborto per salvare la vita di una madre) che però restano, in quanto tali, non negoziabili.
E ci sono poi valori non assoluti e anche negoziabili, come la famiglia, che però devono essere difesi politicamente da tutti coloro che mirano a sbullonarla. Affermare che si tratta di una entità naturale, su cui si fonda la nostra cultura e la matrice della nostra stessa libertà di individui, è oggi una presa di posizione politica discriminante. Gli attacchi concentrici in corso contro la famiglia naturale (formata cioè da padre, madre, figli) nascondono la volontà di sostituirla con un’entità a geometria variabile, che oggi può includere due padri o due madri, domani un rapporto poligamico, dopodomani una comune, e più avanti ancora un’infinita tipologia di rapporti affettivi (anche nobilissimi, fra parenti o amici o persino verso gli animali). Una volta eliminata la famiglia come prototipo della solidarietà, della discendenza, dell’autonomia, potrà venire il tempo di un’utopia sociale in progress. Un’utopia apparentemente anarchica, in realtà informe e caotica, malleabile d’autorità, facile da guidare da parte della classe o del partito al potere. Un mondo paragonabile a quello distopico di Orwell, in cui il sesso genetico diventa un optional, il genere una inclinazione insindacabile, il matrimonio un catalogo di predilezioni e stranezze, la vita dal concepimento alla vecchiaia una definizione soggettiva. Il luogo dove sarà possibile riscrivere (avviene già nel linguaggio conformista del politicamente corretto) vocabolario e grammatica, finché gli stessi termini di “bene” e “male” corrisponderanno a quelli imposti dalle nuove élite del pensiero.
Ecco perché un vero liberale oggi non può non dirsi anche conservatore. Perché la libertà è un mezzo importantissimo, ma i suoi contenuti devono essere i valori. E su questi non si può tacere, né essere relativisti. (Legittimo, più che legittimo, dissentire da questi valori: in ogni caso liberali si è e si resta. Ma la posta in gioco richiede chiarezza).
E la cultura delle libertà? Quella non è in discussione. Libero mercato, federalismo istituzionale, partecipazione democratica diretta, rapporto libertario verso lo Stato, riformismo culturale sono caratteristiche fondamentali, sono il nostro imprinting, e devono restarlo.
Ma, cari amici liberali, è il momento di aprire un grande dibattito e rifondare la nostra cultura delle libertà, dandole un significato più ampio, politicamente più forte e completo, aperto alle sfide del mondo.

Dario Fertilio

Sull'Autore

Dario Fertilio

Dario Fertilio (1949) discende da una famiglia di origine dalmata e vive a Milano. Giornalista e scrittore, presiede l'associazione Libertates che afferma i valori della democrazia liberale e i diritti umani. Estraneo a ogni forma di consorteria intellettuale e di pensiero politicamente corretto, sperimenta diverse forme espressive alternando articoli su vari giornali, narrativa e saggistica. Tra i suoi libri più noti, la raccolta di racconti "La morte rossa", il saggio "Le notizie del diavolo" e il romanzo storico "L'ultima notte dei Fratelli Cervi", vincitore del Premio Acqui Storia 2013. Predilige i temi della ribellione al potere ingiusto, della libertà di amare e comunicare, e il rapporto con il sacro.

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