Non si può essere liberali senza essere “relativisti”

cofrancesco

“Per “l’Albatros” Dino Cofrancesco per “l’Albatros” risponde alla lettera aperta di Dario Fertilio (“Perché i liberali non possono non dirsi (anche) conservatori“): d’accordo sui valori, ma non si può essere liberali senza essere ‘relativisti”.

 

Lettera aperta a Dario Fertilio sul liberalismo e its enemies

La libertà che sola merita questo  nome, è la libertà di cercare il nostro bene personale come meglio crediamo,  finché non priviamo gli altri del loro, o non ne ostacoliamo gli sforzi per pro-  curarselo. Ognuno è il custode naturale delle proprie facoltà, sia fisiche che  intellettuali e spirituali. Il genere umano s’avvantaggia di più se si lasciano  vivere gli uomini come meglio loro piace, che obbligarli a vivere come piace  agli altri.

John Stuart Mill, Sulla libertà

Caro Dario,

Ho letto con molta attenzione il tuo ‘manifesto’, Perché i liberali non possono dirsi (anche) conservatori, Libertates del 7 febbraio u.s., e, francamente, mi sento di condividerlo solo in parte. Premetto subito che quella che sembra essere la tua più grande preoccupazione—il pensiero unico laicista che ha fatto della bioetica la base logistica delle truppe d’assalto per la conquista della ‘società civile’—è anche la mia preoccupazione. Non ti saranno sfuggiti gli articoli scritti da Ernesto Galli della Loggia sul ‘Corriere della Sera’a difesa della concezione ‘antica’ e ‘naturale’ del matrimonio e della famiglia e avrai, altresì notato, non senza profonda tristezza, che a soccorso dello storico e saggista controcorrente sono intervenute solo  pochissime ‘voci’—tra esse Silvia Vegetti Finzi. Ebbene condivido in toto la concezione etica che ispirava quegli articoli e, pertanto, non posso non capire le  ragioni della tua ‘critica sociale’.

E tuttavia c’è qualcosa che nella tua posizione mi sembra poco rassicurante, sotto il profilo di una matura e pensosa filosofia liberale, ed è l’ancoraggio a un ‘diritto naturale’ che contrappone, in definitiva, l’idea di ‘normalità’ dei nostri padri—fondata sulla Ragione e sulla Rivelazione–all’idea di normalità del politicamente corretto, che vorrebbe rendere irrilevante l’appartenenza di genere o, comunque, far riconoscere dalle leggi il principio che i generi non sono soltanto due ma sono, ormai, diventati tre (se non quattro). Se in nome della normalità postilluministica’ Zapatero, nella cattolicissima Spagna, sancisce il matrimonio gay, con relativo diritto di adozione, i teocon del centro-destra, in nome della vecchia normalità, tornerebbero  volentieri  alla parentalità naturale che escluderebbe dall’eredità testamentaria il partner della coppia omosessuale. In entrambi i casi, il diritto viene invocato a sostegno dell’etica: nel primo caso, per fare qualche esempio, chi considera innaturale il matrimonio gay sarebbe tenuto a versare una quota del suo reddito per assicurare a quanti lo contraggono le stesse spettanze previste per tutti i cittadini (compresa l’assegnazione di un alloggio popolare, qualora i Comuni ne abbiano a disposizione); nel secondo caso, chi, per vent’anni, ha assistito con amore il compagno malato, alla morte di questi, è costretto a far le valigie e a cedere la casa dove è vissuto con lui a fratelli o cugini con i quali il defunto non aveva alcun rapporto a causa dei suoi costumi riprovevoli. Come vedi, sia il ‘metron’ illuministico che quello tradizionalistico producono iniquità, prevaricazione, obbligo di conformare codici di condotta e azioni a una precisa ed esigente concezione del mondo—quella di Niki Vendola o di Paola Binetti, tanto per intenderci.

Non si può essere liberali senza essere ‘relativisti’, nel senso di Miguel de Montaigne e di David Hume:se la politica si fonda sulla ‘Verità’, se l’etica pubblica è segnata dal ‘cognitivismo’—per il quale sono Dio (per i teologi medievali), la Natura (per gli illuministi), la Storia (per i vari socialismi) a prescrivere il tipo di agire umano corretto—non ci resta che dire, con l’ultimo verso de La creazione del monno di Giuseppe G. Belli,«“Ommini da vienì, sete futtuti” ».

I liberali rispettano realmente  tutte le credenze filosofiche, morali, religiose non perché le ritengano irrilevanti, come i gusti sui quali «non est disputandum», ma perché le pongono sul piano più alto della ‘società civile’ e del libero rapportarsi degli individui, gli uni agli altri. Da questo piano, dove impera la ‘libertà di coscienza’, la politica dovrebbe tenersi alla larga  giacché le sensibilità che vi maturano possono essere molto diverse e difficilmente armonizzabili. Siamo tutti d’accordo che un giudice corrotto, un soldato vigliacco o un insegnante ignorante non debbono essere tollerati ma nessuno—nemmeno l’ex ministro Maurizio Sacconi o il collega universitario Gaetano Quagliariello—riuscirebbe mai a convincermi che Peppino Englaro è un assassino. Quando il padre di Eluana ‘staccò la spina’ mi vergognai profondamente di essere italiano leggendo che rappresentanti delle istituzioni–che legittimamente non ne approvarono il gesto, avendo convinzioni etiche e religiose diverse e, certo, assai rispettabili–, non riuscivano neppure a sospettare che una decisione tanto sofferta potesse venir dettata da valori non meno forti— come la dignità della vita– di quelli in cui si riconoscevano loro—come la sacralità della vita. Se avessero letto la difesa del suicidio fatta da David Hume lo avrebbero fatto radiare dai programmi scolastici.

Insomma, caro Dario, ogni società, soprattutto quella liberale, dovrebbe poter contare su ‘valori comuni’  ma questi ‘valori comuni’, se si vuole convivere con quanti hanno fedi diverse, investono il mondo politico   non il più vasto universo etico e religioso: non nego certo, come fanno certi laicisti fanatici, che la religione non deve tornare nelle catacombe e rinunciare a far sentire la sua voce nel dibattito pubblico sui grandi problemi etico-sociali, affermo soltanto che sarà il libero confronto delle opinioni a stabilire, poi, quali valori debbono tradursi in diritti e in  istituzioni e quali no.

Il liberalismo, come si è detto tante volte, non è una teorica dei diritti ma una teorica delle libertà. Ciò  significa che lo Stato liberale è quello che produce meno leggi, quello che non impone, in fatto di bioetica come in tanti altri campi, una ortodossia, religiosa o laicista, a tutti  i cittadini indistintamente—anche a quelli che non si commuovono alla predica domenicale…perché appartengono a un’altra parrocchia. Più diritti si riconoscono, più si restringe l’area della libertà che è discrezionalità, sfera sottratta allo spazio pubblico. Ogni legge prescrive e limita: poche leggi fondamentali rendono sicuro l’esercizio della libertà –se la delinquenza non viene repressa, non si è più liberi di uscire di casa, dovendo aspettarsi ogni genere di aggressione; la proliferazione delle leggi, invece, come conseguenza di un ampio parco di diritti, finisce per ridurre la libertà a quanto viene ‘consentito dallo Stato’.

Limitare drasticamente la diagnosi preimpianto, vietare la fecondazione eterologa, disfarsi degli embrioni piuttosto che donarli alla scienza e alla medicina è in linea con una certa antropologia morale ma perché dovrebbe essere considerato reato per tutti, punibile in base a una precisa legge dello Stato? Un Grande Fratello o una Grande Sorella col volto di Margherita Hack o con quello di Eugenia Roccella non può aver potere di guida spirituale nella città liberale, definita proprio dalla riluttanza a mettere tutto in piazza,a imporre, per decreto, stili di vita e obblighi interpersonali, a trasformare tutte le pretese e le aspettative derivanti dai rapporti sociali in ‘diritti’ tutelati dalla Pubblica Amministrazione—diritti, non dimentichiamolo mai, che comportano dei costi che inevitabilmente ricadono sull’intera collettività.

«Individualismo assoluto» in Italia? Ma l’individualismo più è assoluto, più genera non conformismo e dov’è l’anticonformismo in un paese in cui—è accaduto qualche anno fa a Sanremo—una canzone è stata criminalizzata perché raccontava la felicità di un lui-ex gay che aveva trovato una lei che lo aveva eterosessualizzato! (Per quell’affronto, Paolo Bonolis dovette chiedere scusa a Enzo Grillini dell’Arcigay presente in sala!).

Locke voleva blindare i tre diritti fondamentali—la vita, la libertà, la proprietà; Kant riteneva che la libertà individuale dovesse estendersi fino al punto in cui non fosse di nocumento ad altri. Sono programmi minimi ma impegnativi e   per un liberale bastano e avanzano—ghe ne cresce, come si dice a Genova.. Nel tuo‘manifesto giustamente si fa valere il principio che la difesa della vita può ridimensionare la libertà individuale. In uno scompartimento ferroviario, ad esempio, il divieto di fumare rende non libero il viaggiatore che vorrebbe accendere la sigaretta ma tutela la salute (la vita) dei suoi compagni di viaggio.   Stiamo attenti, però! La difesa della vita, interpretata da una mens inquisitoria, potrebbe non ridimensionare ma azzerare la libertà individuale. Non me la sento a riconoscere il diritto  della donna single a una prestazione ospedaliera che pratichi su di lei l’inseminazione artificiale: una decisione che rispetto ma non condivido (un bambino allevato dalla sola mamma e senza papà mi sembra penalizzato dal destino) non deve far affidamento sui miei soldi–su quella parte minima del prelievo fiscale sui miei redditi che è destinata al finanziamento della Sanità pubblica. Ma non posso privare la donna in questione della libertà di ricorrere a sue spese  a un ospedale privato che abbia una banca del seme. Se ne venisse impedita, infatti, ricorrerebbe all’inseminazione, questa volta, ‘naturale’ con l’aiuto di qualche stallone compiacente, incontrato in spiaggia o in balera: in tal caso, pensando ai ‘diritti del nascituro’, cosa si fa? Si costringe la donna ad abortire, un peccato per la Chiesa ma anche una colpa morale per chi come Norberto Bobbio (e come me) considera l’aborto comunque un omicidio, che rimane un reato anche per i nostri codici che parlano non di aborto ma di ‘interruzione della gravidanza’ in situazioni particolarmente drammatiche? Si toglie il nascituro alla madre naturale che non intende dargli un padre? Si costringe lo stallone compiacente a sposare la donna, come in certe opere teatrali di Lope de Vega? Si punisce la donna per aver avuto un rapporto ‘illecito’–nel senso delle conseguenze spiacevoli–a quel modo in cui si punisce il guidatore in stato di ubriachezza che ha provocato un incidente?

Non scherziamo, per un liberale la libertà è un valore per sé, non per gli effetti che produce: è questa idea-forza che lo distingue da Giuseppe Mazzini (e dal pensiero sociale delle chiese) per il quale «la libertà è mezzo, non fine a se stessa», è, in altre parole, libertà per il bene—oggi si direbbe per il Progresso. Proprio perché siamo liberi di andare e venire e non c’è l’occhio del potere che controlla le nostre azioni si verificano aggressioni, furti, stupri etc. : se fossimo tutti monitorati—come nei paesi governati dalle dittature—saremmo tanto più sicuri e tanto meno liberi. Con questo rilievo non intendo certo negare che la sicurezza sia un valore irrinunciabile e molto apprezzato (nell’Italia fascista ve n’era più che nell’Italia repubblicana e sarebbe stolto ironizzare su una  ‘prestazione del regime’ che contribuisce a spiegare gli ‘anni del consenso’) ma solo ribadire che, per un liberale, le ‘garanzie della libertà’ «vengono prima» e che tali garanzie potrebbero, ad esempio, non concedere completa carta bianca alle forze dell’ordine incaricate di scoprire gli autori di un reato. Rassegniamoci, nella vita non si può avere sempre la botte piena e la moglie ubriaca e ogni bene tutelato dalle leggi può risolversi in una sforbiciatura (amara e dolorosa) di altri beni. E rassegniamoci pure a una verità assai più amara: nella comunità politica moderna, non sono previste assicurazioni sulla vita…e sulla libertà. Sono i cittadini a dover decidere quali istituzioni, quali codici, quali forme di governo vengono incontro alle loro mutevoli esigenze: non riesco a vedere Autorità Superiori che rendano irrite e nulle le loro scelte sbagliate. E’ un potere, quest’ultimo, che non riconosco né alla Conferenza Episcopale né ai ‘custodi della Costituzione’ come Stefano Rodotà o Gustavo Zagrebelsky che, spaventati dal populismo alimentato dal centro-destra, vorrebbero rimettere, sostanzialmente, la sovranità popolare nelle mani dei magistrati. Quando vengono violati fondamentali ‘diritti di libertà’, il rimedio, per un liberale, è il ‘ricorso al cielo’ ovvero la rivoluzione «restauratrice» (delle libertà violate), come quella di cui John Locke volle farsi teorico e che, a guardar bene, è l’unica rivoluzione legittimata dalla tradizione liberale.

Anche a me, come a te, come a Galli della Loggia, ripeto, non piace l’equiparazione della coppia gay (che però in qualche modo va tutelata, per  i motivi di equità accennati sopra) al matrimonio civile, con diritto di adozione ma se la filosofia zapateriana si affermasse anche in Italia—com’è del resto probabile, se si pensa che una rilevante parte del mondo cattolico non ne fa una questione di principio, tale da impedire la confluenza nel PD di Bersani–, se un parlamento liberamente eletto votasse leggi, in questo campo, per noi inaccettabili, cosa dovrebbe fare un autentico liberale? A mio avviso, non gli resta che battersi affinché una concezione della morale, quella sottesa alla filosofia libertaria del «sesso genetico come optional», non invada ogni ambito del sociale, non diventi il tabernacolo dei ‘valori comuni’ che tutti sono tenuti a venerare.  Per fare un esempio molto concreto, se nella scuola pubblica si fosse tenuti a insegnare che eterosessualità e omosessualità sono pratiche del tutto ‘naturali’, le cui differenze non sono più rilevanti di quelle che passano tra biondi e castani, un liberale (che abbia ‘preso sul serio’il pluralismo e non lo consideri una testa d’ariete per abbattere le mura della Tradizione) sarebbe o no autorizzato a rivendicare la «libertà d’insegnamento» e a scegliere, per i propri figli, una scuola in cui si impartiscano insegnamenti ‘filosofici’ diversi (e va da sé che in una scuola del genere non verrebbe meno il rispetto degli individui uti singuli al di là delle loro inclinazioni sessuali: ci mancherebbe pure che queste ultime incidessero sui diritti civili!).

In definitiva, caro Dario, non ci sono ricette infallibili che tolgano ogni dubbio e ogni problematicità alle ‘scelte di campo’ e ci mettano in grado di separare, in maniera infallibile, il grano dal loglio:  per distinguere il liberale dal non liberale (figura, quest’ultima, che non intendo demonizzare) resta soltanto il criterio degli spazi di discrezionalità lasciati all’agire individuale e il diritto di ciascuno a non ‘rimetterci del suo’ovvero a  essere costretto nella minor misura possibile a fare o a dare qualcosa in vista di obiettivi politici e di  strategie di emancipazione o di regressione che non condivide. Purtroppo, con l’aumento smisurato delle competenze dello Stato , soprattutto con l’avvento del Welfare State, diventa tutto più difficile.  I conflitti politici e religiosi si scatenano, più numerosi e rabbiosi, infatti, quando le autorità pubbliche intervengono a sostegno di determinati gruppi sociali, di comunità religiose, di istituzioni culturali in senso lato con i soldi di tutti. Se ogni individuo collettivo organizzasse la sua vita e regolasse i suoi rapporti interni, senza chiedere nulla a  nessuno—giusta il modello americano esaltato da Alexis de Tocqueville—assisteremmo a un ’raffreddamento delle passioni’ civili(o meglio incivili),forse poco esaltante ma garante di pubblica tranquillità e, come si diceva un tempo, di ‘ordinato progresso’.Ciò che fa divampare, invece, le animosità collettive è l’obbligo, per così dire, di «marciare uniti», di conformarsi ai comandi dell’autorità, collocando, come voleva Giovanni Gentile, lo Stato in interiore homine. I miei amici cattolici, giustamente, si ribellano a tutto questo ma ho l’impressione che a motivarli sia una latente filosofia del diritto pubblico che si ispira alle parole d’ordine:’rompete le dighe della morale tradizionale!’. Se, al contrario, l’ispirazione venisse da Camillo Ruini e soci riterrebbero al sicuro le libertà e i diritti inerenti alla persona umana.

Il liberale, invece, è, suo malgrado, «spiacente a Dio e alli nimici sui». Per parafrasare una sentenza famosa, il suo motto potrebbe essere « Malo periculosam libertatem quam quietam veritatem»–preferisco una pericolosa libertà a una tranquilla verità. Per lui, diversamente dall’antico Platone, in politica non ci sono veri eterni ma solo ‘opinioni’ argomentabili in maniera più o meno convincente a seconda dei riflessi etici condizionati maturati attraverso i secoli. L’essenziale è che non ci siano voci fatte spegnere dal Governo, dal conformismo delle pressioni sociali (che non è solo quello, volgarotto, veicolato dalla filosofia di ‘Mediaset’ ma altresì quello di ‘Che tempo che fa’e delle innumerevoli centrali massmediatiche del pensiero unico pseudolibertario e pseudoilluministico) dal ‘politicamente corretto’(forma insidiosa di totalitarismo dolce). I liberali «possono dirsi (anche) conservatori», certo, come possono dirsi (anche) progressisti. Come ho scritto in altra sede: «Per un autentico liberale, il ‘procedere’ e il ‘fermarsi’sono momenti ineliminabili dell’umano, che legittimano il conflitto politico e assicurano la libertà collettiva: i ‘progressisti’, da soli, ci hanno servito il Gulag; i ‘conservatori’, da soli, hanno spianato la via ai costruttori dei Lager (in cui sono finiti anch’essi). La dea Libertà non ordina ai suoi seguaci di andare sempre avanti ma di andare avanti nella direzione giusta e non vieta di tornare indietro quando si è imboccata–o si sta imboccando–la strada sbagliata. Per questo nel paese che ha inventato la ‘democrazia dei moderni’, l’Opposizione è Opposizione di Sua Maestà britannica».

 Chi vuol «dare un’anima al liberalismo» ritiene, in definitiva, che la libertà, in sé, sia vuota e che, per riempirla, occorra un ‘pensiero forte’ soprattutto oggi che  si devono fronteggiare le sfide dei vecchi e dei nuovi fondamentalismi antioccidentali e anticristiani. Temo che ci si stia dimenticando del monito di Tocqueville: « Chi cerca nella libertà altra cosa che la libertà stessa è fatto per servire!».

Dino Cofrancesco

Sull'Autore

Dino Cofrencesco

Dino Cofrancesco è uno dei più importanti intellettuali italiani nel campo della storia delle dottrine politiche e della filosofia. E' autore di innumerevoli saggi e tra i fondatori dei Comitati per le Libertà. Allergico all'ideologia dell'impegno, agli "intellettuali militanti", ai profeti e ai salvatori del mondo, ai mistici dell'antifascismo e dell'anticomunismo, ha sempre visto nel "lavoro intellettuale" una professione come un'altra, da esercitarsi con umiltà e, nella misura del possibile, "senza prendere partito". Per questo continua, oggi più che mai, a ritenere Raymond Aron, Isaiah Berlin e Max Weber gli autori più formativi del '900; per questo, al tempo dell'Intervista sul fascismo di Renzo De Felice, si schierò, senza esitazione, dalla parte della storiografia revisionista, senza timore di venir accusato di filofascismo.

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