Ma per noi giovani e liberi Omnia vincit amor

Strage a Parigi: lacrime e fiori nei luoghi colpiti dal terrorismo
Che possono fare i giovani di fronte agli attentati?

Il mondo occidentale si radica su solide basi. Vive, saldo e forte, sulla certezza della ragione. Si nutre di commercio, relazioni, divertimento, cultura. Costruisce un mosaico fatto di tasselli che si amalgamano e cercano un perfetto equilibrio tra somiglianze e differenze, tra difficoltà e pace. Eppure sono ancora aperte le ferite di Charlie Hebdo, fanno mancare il fiato i ricordi del 13 novembre 2015. Fanno serrare le palpebre dei ricordi le immagini dei giovani, miei coetanei, al suolo, umiliati e insanguinati. Morti. La pelle d’oca per le decapitazioni. Nelle orecchie le esplosioni, gli spari, ripetuti infinite volte in televisione.
Anche oggi è stata abbattuto un altro pezzo del mosaico.
Tutti i tasselli sono sempre più in pericolo. Chi agisce ha un intento, unico, preciso, glaciale: cancellare quello che siamo, quello che eravamo e quello che saremo. La distruzione del tempio di Palmira, consacrato a Zeus protettore dell’universo, ha mozzato le radici della storia della civiltà, annientando 2000 anni di racconti scritti su quelle mura. Le università sono diventate l’ultima culla per quegli studenti che si facevano forieri di messaggi di novità e voglia di vivere. Proprio i luoghi del sapere hanno visto spegnersi il lume della conoscenza per lasciare posto alle tenebre, nelle città e nei cuori. Si sa, l’obiettivo è uno: il buio della ragione genera mostri.
Charlie è stato un attacco alla libertà di espressione, tanto cara alla civilissima Francia. Così come gli attacchi di novembre, al Bataclan, allo stadio, che hanno cambiato per sempre il significato di “tranquillità” nelle menti dei citoyens. Proprio nella ville lumiére, che ha dato i natali ai più grandi pensatori e obiettori del pregiudizio fanatico e degli estremismi, promotori della fiducia del progresso e della tolleranza; qui si sono sgretolati a suon di kalashnikov gli ideali di libertè- egalitè- frateritè. E oggi, per l’ennesima volta, è crollata una certezza. La forza delle comunicazioni, dei viaggi, dei sistemi economici, delle forze dell’ordine schierate, dei controlli, tutti sono diventati brandelli di fronte alla cecità di chi, implacato e implacabile, è disposto portare con sé decine e decine di vittime, per un ideale che si allontana dall’esegetico messaggio sacro. La routine diventa inferno, la quotidianità salta per sempre.
Oltre le morti, quasi perfino impronunciabili per via del dolore che si portano dietro, la cosa che più atterrisce e, secondo me, annienta, è la paura. Che diventa terrore. Che diventa psicosi. L’incapacità di trovare un luogo di sicurezza, una zona franca che sia esente dal rischio. La paura nutre gli attentatori e, dall’altro lato, spinge all’estremo odio anche il più moderato tra i civili. Non sapere chi abbiamo al nostro fianco annienta. Il vicino di casa, il passeggero accanto a noi in metropolitana, magari quello a cui abbiamo dato la precedenza all’incrocio: tutti possibili affiliati del male moderno.
Siamo in guerra, in un modo nuovo. Non si sono più fazioni, non trincee, non fronti. I paesi cercano di mettersi in quarantena, di chiudere i confini, di alzare le barriere. Ma il brutto male viene da dentro. È una guerra all’interno di ogni sistema, un cancro nella civiltà che si espande e divora quello che incontra. E la cura, come per le peggiori malattie, non sembra essere stata trovata, ancora. Tutto questo però fomenta odio che alimenta odio, e mostra la nostra fragilità e i nostri punti deboli e attaccabili.
E mentre i governi si arrovellano in diatribe sofistiche, gli Stati sanguinano e rimangono a guardare impotenti e impauriti la loro debolezza, ridendo amaramente dei momentanei periodi di controlli serrati in temporanei “stati di polizia”, elargiti a mo’ di panem et circenses per mantenere un apparente controllo.
Dove sia la soluzione non è facile saperlo. Ma noi giovani perdiamo fiducia nelle nostre possibilità e nel nostro futuro. Perché, se alle prime avvisaglie ci ripetevamo “tanto è lontano da noi”, ora non possiamo più fare a meno di guardarci le spalle e sperare di avere, prima o poi, un mondo migliore in cui diventare protagonisti delle nostre possibilità e proclamare a gran voce ideali di liberalismo e giustizia. Perché, dopo tutto, omnia vincit amor, ma solo quando nos cedamus amori.

Maria Vittoria Annovi

Sull'Autore

Maria Vittoria Annovi

Maria Vittoria Annovi, nata nel 1993, è studentessa universitaria. Dopo aver frequentato il liceo classico, è iscritta al Corso di Management dell’Università Bocconi. Ha sempre avuto una passione più grande per le parole che per i numeri e, tempo permettendo, cerca di soddisfarla.

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