Ma anche Erich Priebke è un essere umano

Dino

“Per l’Albatros un intervento di Dino Cofrancesco sui funerali non concessi a Priebke e l’umanesimo dei nostri tempi”.

Fin da giovane, sono sempre stato allergico alla retorica ‘umanistica’. Non ho mai condiviso gli entusiasmi dei miei compagni del corso di laurea in Filosofia per Ludwig Feuerbach e non riuscii a trattenere un moto d’ironia quando un luminare dell’Università La Sapienza, tanti anni fa, fondò l’ennesima rivista di filosofia, intitolandola ‘De Homine’. I totalitarismi del ‘secolo breve’ che avrebbero dovuto mettere in crisi la retorica neo-umanistica, paradossalmente l’amplificarono oltre ogni limite. Gulag e Lager erano ormai diventati la riprova della barbarie incombente sul mondo ogni volta che si dimenticava L’UOMO, la sua dignità, la sua ansia di libertà, la sua legittima aspirazione al bene vivere. Sennonché, mi chiedevo, le ideologie totalitarie, in quanto religioni politiche, non volevano realizzare su questa terra il regnum hominis? Le loro pedagogie che, fin dalle scuole elementari, esaltavano la libertà dell’invenzione e facevano terra bruciata del vecchio mondo della rispettabilità borghese, con le sue convenzioni ipocrite e filistee, non si richiamavano a superiori modelli di umanità? Le loro statue, i loro murales, le loro iconografie rivoluzionarie non ritraevano uomini e donne felici,in cammino verso il New Brave World, pronti ad affrontare serenamente il futuro? Con la fine della seconda guerra mondiale all’umanesimo totalitario si sostituì l’umanesimo atlantico, con le sue carte dei diritti, sottoscritti da tutte le Nazioni Unite, anche da quelle che ai dissidenti politici pagavano la villeggiatura in Siberia. Si ricorse alla finzione che gli Hitler e gli Stalin <avevano dimenticato l’uomo>, si accreditò quasi l’idea che quegli spietati dittatori fossero gli eredi secolarizzati degli Inquisitori che bruciavano sui roghi quanti, per i beni della terra, si ribellavano a Dio e alle sue leggi. Si bandì la nuovo crociata del <ritorno all’uomo>,si scatenò la guerra delle parole contro quanti avevano inteso sacrificarlo sugli altari di Dio o del Progresso, lo si dotò di diritti inalienabili e indisponibili, si proclamò enfaticamente (lo ripeteva il mio vecchio, amato, professore di filosofia del Liceo) che tutte le bellezze dei Musei fiorentini non valevano la vita di un solo essere umano. Spuntò anche una <morale laica> che guardava a quella religiosa  con un’aria tra la sufficienza e l’indulgenza, disposta a dialogare solo con i credenti disposti de facto a impegnarsi sul tema della salvaguardia dei ‘diritti’. In Italia si sfiorò il ridicolo trasformando in monumenti viventi esponenti della cultura–laica, of course—la cui coscienza integerrima, nutrita di amore per il Genere Umano, veniva contrapposta all’<uomo del Guicciardini> annidato nelle parrocchie e nelle sagrestie. Se le sorti del pianeta fossero state affidate ai ‘laici’ e non ai chierici dell’ideologia, era la filosofia politica che si intendeva far diventare ‘senso comune’,non si sarebbero avute tante guerre, tante stragi, tanti genocidi e classicidi. Una pretesa nel migliore dei casi ingenua che faceva talora insorgere i non laici che, a destra, con Augusto Del Noce, collegavano il terrore totalitario al compimento del processo di secolarizzazione e, a sinistra, con Domenico Losurdo, ricordavano la violenza, il razzismo, i pregiudizi della filantropia liberale.

In realtà, né Dio, né la Storia, né la Natura mettono al riparo dall’umana barbarie: i roghi dell’Inquisizione non cancellano i campi di sterminio e da credenti e da non credenti possiamo aspettarci ogni tipo di ignominia. Sono le istituzioni, spesso scoperte casualmente, a proteggerci dalla violenza e dalla prevaricazione del prossimo, non il suo essere laico o religioso. Un’istituzione come il mercato ha trasformato l’auri sacra fames in una ‘benedizione della modernità’ per riprendere l’espressione del compianto Albert Hirschman: gli egoisti alla ricerca del bieco profitto hanno contribuito a farci vivere meglio e a metterci in grado di scegliere quali bisogni soddisfare in via prioritaria ;i baroni inglesi, che volevano godere indisturbati i propri privilegi e mal tolleravano le leggi comuni del Regno, hanno limitato lo spazio del potere politico, rendendo più liberi i sudditi e ponendo le premesse della loro trasformazione in cittadini. Si ha il sospetto che se qualcosa, nella storia dell’uomo, è andata per il verso giusto il merito risale al caso e a una favorevole congiuntura di stelle. I  nostri simili, infatti, come sapevano i grandi moralisti antichi sono sempre inaffidabili sia che abbiano fatto la comunione, sia che abbiano deciso di ‘sbattezzarsi’. L’immortale segretario fiorentino ben li descrisse, nel suo Principe,< Perché delli uomini si può dire questo generalmente: che sieno ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori de’ pericoli, cupidi di guadagno; e mentre fai loro bene, sono tutti tua, ófferonti el sangue, la roba, la vita e’ figliuoli, come di sopra dissi, quando il bisogno è discosto; ma, quando ti si appressa, e’ si rivoltano>. E’ un ritratto spietato ma che, a ben riflettere, ci rivela, per ontrasto, quello che è il momento più alto delle religioni universali, per chi ha fede e per chi non ce l’ha: la scommessa su quella creatura inaffidabile, egoista,meschina che è l’uomo. Agli yahoos descritti da Jonathan   nei Viaggi di Gulliver,   creature vili e selvagge, esseri ripugnanti dalle sembianze umane, <dall’aspetto strano e deforme> che a Gulliver parvero gli animali <più brutti e osceni del mondo>—<né alcun’altra specie, ricordava, mi aveva ispirato tanta antipatia>–chissà perché viene data una scintilla divina. Si dice che anche nel più abietto dei nostri simili c’è, in virtù di quella scintilla, qualcosa di sacro, che ispira rispetto, che non ferma la mano del boia, ma rende pietosi nei confronti del cadavere  e porta a ricomporne i pezzi e a dare religiosa o laica sepoltura al frutto guasto e tossico dell’albero umano. Nei Sepolcri Ugo Foscolo, ateo e materialista, descrive con profonda commozione l’invenzione che portò gli uomini a scavare un fosso che<sacre le reliquie renda/ dall’insultar de’ nembi e dal profano/piede del vulgo, e serbi un sasso il nome> : la tomba era, per lui, il logico compimento di un processo faticoso di civilizzazione iniziato <dal dì che nozze, tribunali e area> segnarono la fuoruscita dallo stato di natura. Questa pietas non cancella certo Auschwitz e Buchenwald, e, sotto altri piani, Hiroshima e Nagasaki (che se non furono genocidi programmati e iscritti in una ideologia, pure mostrarono la spietatezza di vincitori, dal cui campo la Giustizia era fuggita, per riprendere le parole di Simone Weil) ma ci dà quel filo di speranza che induce a non disperare del tutto del nostro prossimo: finché conserveremo un po’ di rispetto per tutti, anche quando li condanniamo alla pena capitale (per me che non sono ‘neo-umanista’quest’ultima non è motivo di scandalo–come non lo era del resto, nel Settecento, per Immanuel Kant e, nel nostro tempo, per il suo raffinato studioso Vittorio Mathieu), non tutto è perduto e possiamo pensare ancora di cavarcela.

Sennonché la vicenda Priebke è stata per me un improvviso, inquietante, segnale d’allarme. Un coro unanime, fatto di credenti e di atei, di autorità politiche e autorità religiose, privava lo spietato esecutore delle Fosse Ardeatine della sua natura di ‘essere umano’ e ne riduceva il cadavere a una carcassa. Un gesto empio, sconvolgente, non lecito neppure all’Onnipotente (posto che esista) è stato esaltato come l’espressione di una sensibilità morale giunta allo zenit. Tutte le belle parole  de homine, sulla dignità intrinseca di chi viene al mondo, sono state di colpo azzerate: come i nazisti non riconoscevano l’umanità degli ebrei, così noi non riconosciamo l’umanità dei nazisti. Occhio per occhio, dente per dente. Se questo è un umanesimo, vuol dire che come in tutte le produzioni umane, c’è un virus letale anche in questo insperato fiore all’occhiello del <mal seme di Adamo>. Il conflitto civile e la guerra anche spietata tra i valori che infuriano nell’<aiuola che ci fa tanto feroci> sono legittimi e, talora necessari: vi sono credenze ideologiche intollerabili, nemici che non possono essere risparmiati per la dura legge:<mors tua, vita mea>; a volte il mondo è davvero <troppo piccolo per contenere la nostra indivisa grandezza> come dice, con profonda malinconia, l’Ottaviano di Shakespeare rendendo omaggio al suo antagonista Marco Antonio. L’esistenza di un Pol Pot o di un Osama Bin Laden rappresenta una minaccia oggettiva per tutto ciò che è caro all’Occidente e, pertanto, è impossibile <non uccidere Caino>. Ma una volta eliminata la ‘mela marcia’ non è lecito dimenticare che quella mela era uno di noi, era nata dalla nostra stessa pianta. Che una tomba conservi le spoglie mortali di Pol Pot o di Osama Bin Laden lungi dall’ essere motivo di scandalo è segno di profonda, antica, saggezza, quella stessa che, nel poema che inaugurò, in Grecia, la più grande stagione intellettuale vissuta dall’umanità, indusse Achille a restituire al vecchio Priamo il cadavere oltraggiato di Ettore.

Certo il sepolcro di un eroe negativo, di un ‘simbolo del male’, può diventare meta di pellegrinaggi, oggetto di culto. E con ciò? Se non si abbandonano ad atti di violenza (come spesso capita), i ‘nostalgici’ non possono venir repressi con le cariche di polizia: non ci sono ‘verità di Stato’ che vadano imposte come i divieti del codice della strada.

Erich Priebke non è stato un criminale comune, né un gangster, né un killer della ndrangheta, è stato un <criminale ideologico>, il prodotto di una profonda <crisi della coscienza europea>–ben più grave di quella analizzata nel gran libro di Paul Hazard–,di uno smarrimento degli spiriti quale non si era mai verificato nella lunga, pur ricca di violenti e sanguinosi conflitti, storia dell’Occidente. Il nazismo non è stato la negazione, pura e semplice, dell’etica:  è stato il ritorno a un’etica pagana e precristiana che aveva rimosso totalmente l’idea della scintilla divina. Priebke non si è pentito perché dal suo punto di vista non aveva nulla di cui pentirsi, aveva obbedito, con zelo, agli ordini di un governo che si era riproposto di rigenerare il mondo, ripulendolo da quanti di umano avevano solo il sembiante. Aberrante, tutto questo, certo ma, diciamo la verità, sul piano delle ‘aberrazioni’,il regime hitleriano non fu il solo a scatenare l’Inferno sulla terra. Se neghiamo la tomba a Priebke, perché dobbiamo lasciare che Lavrenti Beria continui a dormire indisturbato il suo sonno eterno? Se tutti i boia della  storia perdessero il diritto a una sepoltura, dovremmo procedere a un’opera imponente di ripulitura dei cimiteri. E qui spunta fuori quel fondo oscuro della natura umana, quel legno storto che rovina anche le intenzioni più pure e più oneste. Nel caso di Priebke ,l’unicità dell’olocausto (‘unicità’ fuori discussione, giacché, nella storia, nessun’altra erogazione di violenza collettiva si era mai data una motivazione razziale) diventa la ‘falsa coscienza’ di chi, rievocando ossessivamente i crimini nazisti, allontana dagli sguardi altri olocausti e, in nome dell’antifascismo, assolve i carnefici dell’altra parte ancora in circolazione e ne giustifica le violenze, dal momento che i nemici erano quello che erano. E sorvoliamo sia sul miserabile doppiopesismo di cui danno prova quanti non battono ciglio se inermi cittadini israeliani vengono dilacerati dagli attentati dei fondamentalisti islamici e poi si strappano le vesti nel rievocare la repressione nazista seguita al discutibile ( per non dire infame) attentato di Via Rasella in cui persero la vita non i combattenti sul fronte russo, né i guardiani dei Lager, ma giovani altoatesini richiamati sotto le armi per svolgere un normale servizio d’ordine; sia sul rifiuto del sindaco di Pomezia a ad aprire alla salma di Priebke le porte del cimitero tedesco di guerra in cui sono sepolti combattenti della Wehrmacht ma altresì ‘criminali’ delle Waffen-SS.

Cristiano Gatti, sul ‘Giornale’, in polemica con l’animosa Fiamma Nirenstein, ha scritto, a mio avviso, parole di buon senso e, soprattutto, di profonda, cristiana, saggezza:<E’ un segno di terribile debolezza prendere le distanze anche da una salma. E’ un segno di resa infierire sui poveri resti, abbandonandoli alla gogna pubblica, come usava quando il peggiore dei nemici—magari soltanto la sua testa—veniva esposto al dileggio e all’umiliazione. Non sono più quei tempi e quei mondi primitivi. Se non siamo in grado di fare un funerale a Priebke, persino a Priebke, mi chiedo a cosa siano serviti secoli di umanesimo e di progresso della civiltà|…| Non c’è bisogno di perdonare, basta il minimo rispetto per un morto>.

Si dirà che l’Italia non è la sola a negare <la pietà per i nostri carnefici>: l’Argentina, la Germania, lo stesso Vaticano non sono stati da meno. Nessuno ha voluto la ‘carcassa’ di Priebke e c’è persino chi ha proposto di cremarla (pratica per sé ineccepibile, sotto il profilo etico, ma che coatta assume un chiaro significato di dileggio) e di spargerne le ceneri al vento—come dispose per se stesso Julius Evola ma, nel suo caso, liberamente per il valore simbolico dell’atto. Se ne deduce che ci troviamo in presenza della ‘globalizzazione’ del tartufismo.

<Sono io che decido chi è un uomo!>: un umanesimo che si arroghi questo diritto non si distingue poi molto dal suo  antagonista assoluto che rivendicava il diritto di dire:<Sono io che decido chi è un ebreo!>. Abbiamo proprio fatto un bel cammino, in nome dell’umanesimo, non c’è che dire!

Dino Cofrancesco

Sull'Autore

Dino Cofrencesco

Dino Cofrancesco è uno dei più importanti intellettuali italiani nel campo della storia delle dottrine politiche e della filosofia. E' autore di innumerevoli saggi e tra i fondatori dei Comitati per le Libertà. Allergico all'ideologia dell'impegno, agli "intellettuali militanti", ai profeti e ai salvatori del mondo, ai mistici dell'antifascismo e dell'anticomunismo, ha sempre visto nel "lavoro intellettuale" una professione come un'altra, da esercitarsi con umiltà e, nella misura del possibile, "senza prendere partito". Per questo continua, oggi più che mai, a ritenere Raymond Aron, Isaiah Berlin e Max Weber gli autori più formativi del '900; per questo, al tempo dell'Intervista sul fascismo di Renzo De Felice, si schierò, senza esitazione, dalla parte della storiografia revisionista, senza timore di venir accusato di filofascismo.

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