Luigi Einaudi, profeta della concretezza

Einaudi, un esempio per tutti i liberali

Sabato 12 maggio il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, renderà omaggio a Luigi Einaudi nel 70° della sua elezione a primo presidente effettivo dello Stato d’Italia. Einaudi fu eletto primo presidente effettivo della repubblica italiana al quarto scrutinio l’11 maggio 1948, con 518 suffragi su 871 votanti. Liberale e monarchico piemontese, prevalse sul siciliano Vittorio Emanuele Orlando, parimenti monarchico, liberale e “presidente della Vittoria”.
Einaudi non aveva studiato da capo dello Stato. Aveva studiato. Perso a dodici anni il padre, crebbe in casa dello zio, Francesco Fracchia, notaio a Dogliani. Fu cattolico praticante, ma senza ostentazione e rispettoso di altre confessioni. Per capirne le radici bisogna visitarne le terre d’origine, le stesse di Giovanni Giolitti e di Marcello Soleri, come ha narrato suo nipote Roberto, architetto e già presidente della Fondazione Luigi Einaudi di Roma. Il suo mondo era ispirato dai principi all’epoca comuni non solo alla classe dirigente diffusa ma tra tutte le persone perbene.
Laureato in giurisprudenza a Torino, iniziò a scrivere per “La Stampa” di Torino già nel 1896, fu professore all’Istituto Tecnico “Franco Andrea Bonelli” di Cuneo e al “Germano Sommeiller” di Torino. Divenne “il maggiore economista liberale del Novecento” a giudizio di Francesco Forte, docente nella sua stessa cattedra di Scienze delle Finanze. A lungo collaboratore della rivista “Critica sociale” di Filippo Turati e di Claudio Treves, crebbe nel laboratorio della “Riforma sociale” promossa dal pugliese Salvatore Cognetti de’ Martiis e la cui direzione assunse nel 1908. Già collaboratore del quotidiano torinese “La Stampa” di Alfredo Frassati, dal 1903 del milanese “Corriere della Sera” e dal 1922 dell’“Economist”, Einaudi polemizzò aspramente contro i “trivellatori dello Stato” e rimproverò a Giolitti, massimo statista della Nuova Italia, di utilizzare il potere per mediare tra le parti sociali e garantire una costosa “stabilità di governo” a beneficio di troppi “clienti” e opportunisti.
Credeva nella “bellezza della lotta”, cui intitolò un saggio nel 1923. Interventista nel 1914-15, il 6 ottobre 1919 venne nominato da Vittorio Emanuele III senatore su proposta di Francesco Saverio Nitti. Nel 1922 appoggiò il governo di coalizione nazionale presieduto da Benito Mussolini, che sino al 29 ottobre si propose di averlo ministro delle Finanze affinché potesse attuare i suoi insegnamenti: ridurre drasticamente la spesa pubblica “clientelare”, ripristinare il prestigio dello Stato, assicurare i servizi, azzerare mafie, camorre e tagliare le unghie agli opposti corporativismi: imprenditori “pescicani” e sindacati parassitari. Rimasto escluso dall’esecutivo ne vegliò la condotta dalle colonne dell’“Economist” e del “Corriere”. Al fervore scientifico unì la passione civile per le libertà. Già direttore dell’Istituto di Economia “Ettore Bocconi” di Milano, pubblicò una raccolta di saggi per il giovane editore torinese Piero Gobetti, strenuo oppositore e vittima del regime incipiente.
All’indomani dell’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti (10 giugno 1924) per mano di una squadraccia fascista, Einaudi deplorò pubblicamente “il silenzio degli industriali”. L’anno seguente sottoscrisse il “Manifesto” degli intellettuali antifascisti scritto da Benedetto Croce. Le sue opere erano ormai ben note anche oltre Atlantico. Come Giovanni Agnelli e Attilio Cabiati, nel 1918 aveva giustapposto al sogno della Società delle Nazioni la più realistica e urgente Federazione europea per scongiurare che dal collasso degli imperi nascessero devastanti nazionalismi.
Sarebbe errato ritenere che Einaudi fosse un “liberista assoluto”. Tra le sue massime spicca “l’uomo libero vuole che lo Stato intervenga”. Il suo era “liberalismo senza aggettivi”.
Dopo l’arresto e la breve detenzione dei figli Giulio e Roberto (il terzo, Mario, era migrato negli Stati Uniti d’America) e la forzata chiusura della “Riforma sociale”, Einaudi fondò la “Rivista di storia economica”, pubblicata dalla casa editrice di suo figlio Giulio e protratta sino al 1943. Nel 1938 fu tra i dieci senatori che votarono contro la legge “per la difesa della stirpe” e si pronunciò contro l’antisemitismo e l’incipiente vassallaggio ideologico-diplomatico-militare del governo Mussolini nei confronti della Germania di Adolf Hitler. Tenuto, come tutti i pubblici dipendenti a dichiarare la propria “stirpe” rispose che la sua gente era da sempre “ligure” con apporti di altre genti nel corso del tempo.
Al crollo del regime mussoliniano (25 luglio 1943) Einaudi fu nominato rettore dell’Università di Torino, mentre Filippo Burzio assunse la direzione della “Stampa”. Con la proclamazione della resa senza condizioni (8 settembre 1943), quando l’Italia rimase “divisa in due” (formula poi usata da Croce) e le regioni centro-settentrionali vennero rapidamente occupate dai tedeschi, appreso di essere ricercato, Einaudi riparò in Svizzera. Sulla fine dell’anno seguente fu chiamato a Roma dal governo presieduto da Ivanoe Bonomi e, d’intesa con il ministro del Tesoro Marcello Soleri, il 4 gennaio 1945 venne nominato governatore della Banca d’Italia. Quale direttore generale volle a fianco Donato Menichella, che neppure conosceva di persona ma la cui formidabile competenza sulle relazioni tra banca e industria molto apprezzava. Lo attese un compito immane. Aveva pubblicato Lineamenti di una politica economica liberale. Il governo era sotto tutela della Commissione Alleata di Controllo. L’amministrazione era a sua vola subordinata ai governatori militari. L’Italia meridionale era inondata dalle Am-Lire. La moneta circolante era quasi venti volte superiore a quella d’anteguerra. L’inflazione galoppava. Il prodotto interno in molte regioni era dimezzato. In tante plaghe la popolazione era alla fame. I sei partiti rappresentanti nel Comitato Centrale di Liberazione Nazionale e al governo erano divisi, nell’immediato e nelle prospettive ultime. Il capo dell’esecutivo, Pietro Badoglio, aveva sciolto la Camera; l’alto commissario per l’epurazione aveva privato quasi tutti i senatori del rango e dei diritti politici e civili. Il governatore dovette quindi valersi di cariche e poteri ulteriori a sostegno dalla propria opera. Perciò venne nominato membro della Consulta Nazionale che preparò la Costituente. Fu eletto per il partito liberale all’Assemblea Costituente (2-3 giugno 1946) e nel 1947, dopo il viaggio negli Stati Uniti d’America, il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi (della Democrazia Cristiana) lo volle vicepresidente e ministro del Bilancio. Con apposito decreto fu confermato governatore della Banca d’Italia e poté tessere la tela quotidiana della Ricostruzione.
Consapevole delle drammatiche difficoltà nelle quali versava il Paese, anziché vagheggiare progetti tanto vasti quanto inattuabili, puntò realisticamente su interventi “a pezzi e bocconi”, come narrato dal suo fido segretario particolare, Antonio d’Aroma. Doveva ristrutturare un edificio occupato da persone che non potevano esserne allontanate, la “romana burocrazia nostra sovrana”.
Per attuare il risanamento monetario a suo avviso non esistevano “mezzi taumaturgici”. Dopo il prestito nazionale promosso da Marcello Soleri, che gli dedicò gli ultimi febbricitanti mesi di vita con patriottismo esemplare, Einaudi lasciò che il tempo facesse tramontare propositi inattuabili, quali il “cambio della lira”, che avrebbe provocato la fuga dei pochi capitali disponibili e scoraggiato investimenti dall’estero. Come da lui previsto, in un paio d’anni le speculazioni si esaurirono e l’inflazione si ridusse a indici accettabili con la ripresa, favorita dai giganteschi prestiti senza oneri dagli USA nell’ambito del Piano Marshall.
Contrario a imposte straordinarie, contrarissimo a tasse patrimoniali che avrebbero colpito media e piccola proprietà (se n’era occupato nel magistrale saggio del 1920 su Il problema delle abitazioni), Einaudi mirò alla riesumazione della classe media, della scuola (pubblica o privata, purché seria, formativa, rigorosa), di quanti servivano lo Stato con dedizione alimentata dal ricordo delle tante sofferenze vissute nelle due guerre e a prezzo di tante vite. Monarchico libero da feticismi, poté presto salutare il plebiscito del “quarto partito”: i risparmiatori, spina dorsale della Nuova Italia. Alla Costituente pronunciò discorsi appassionati e taglienti. Componente della Commissione dei Settantacinque che redasse la bozza della Carta, ottenne l’approvazione dell’articolo 81, che recita: “Con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese. Ogni altra legge che importi nuove e maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte”.
Nominato membro di diritto del Senato della Repubblica (22 aprile), all’indomani delle elezioni, prese parte all’inaugurazione della prima legislatura, chiamata a eleggere il Capo dello Stato.
Alle 6 del mattino dell’11 maggio 1948 Giulio Andreotti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio. andò a informarlo che De Gasperi lo avrebbe fatto votare presidente della Repubblica per superare lo stallo sul nome di Carlo Sforza, per tre volte sostenuto senza successo. Il settantaduenne statista non gli ricordò di aver votato monarchia; lo aveva fatto anche Andreotti. Osservò invece che, claudicante e minuto qual era, avrebbe dovuto sfilare dinnanzi ai corazzieri. Fu eletto e nessuno trovò alcunché da obiettare.
Improntò l’esercizio del suo ruolo alla discrezione, al rigore, alla continuità. Lo si vide con l’istituzione del Segretariato Generale, nel solco del Ministero della Real Casa. Nulla di enfatico, tutto volto al pratico, con la misura dell’austerità.

Qual è l’eredità di Einaudi? Quando sentiva (talora anche da persone vicine) vagheggiare di ideologie “sovietiche” neppure rispondeva: batteva il bastone per terra per dire che era impossibile dialogare. Anch’egli coltivò propositi mai attuati: a cominciare dall’abolizione del valore legale dei titoli di studio, il mito dello “stato sovrano”.
Cultore profondo del “senso dello stato” che, spiegò Benedetto Croce, ministro dell’Istruzione con Giolitti, non è solo “liberismo”, è “liberalismo”, Einaudi ne indicò i fondamenti nella tradizione civile sorta dalla cultura classica e dall’illuminismo
Tra i profeti e artefici della Nuova Europa va posto in primo luogo proprio Luigi Einaudi, capace di conciliare concretezza e profezia, sulla base irrinunciabile dello studio storico e della scienza della finanze e dell’economia politica, senza la quale la politica economica è vaniloquio.

di Aldo A. Mola

Sull'Autore

Aldo Mola

Aldo Alessandro Mola (Cuneo, 1943) dal 1967 ha pubblicato saggi e volumi sulla storia del Partito d'Azione e di Giustizia e Libertà, della massoneria e della monarchia in Italia. Direttore del Centro Giovanni Giolitti (Dronero- Cavour) ha coordinato Il Parlamento italiano, 1861-1994 ( Nuova Cei, 24 voll.). Il suo Giolitti, lo statista della Nuova Italia è nei “Classici della Storia Mondadori”. Tra le opere recenti, Italia, un paese speciale (4 voll.)

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