Lo statalismo occulto del quantitative easing

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Continuare a difendere i derivati è un rischio per tutta l’economia

Tra l’aristocrazia al potere del “paradiso in Terra” di Lenin e l’elevatissimo tecnicismo platonico dell’enigmatico Mario Draghi c’è una liaison dangereuse: il fantasma dell’utopia.
Nessuno ne parla, ma il Sole 24ore per la penna di Morya Longo ha denunciato una forma clandestina di statalismo post-sovietico che si è diffusa– ironia della sorte –dalla fine della guerra fredda nel Truman Show (monstrum teatrale) dell’Unione Europea, affidato all’ortodossia grigio-tecnocratica dell’emergenza contabile: le politiche monetarie “ultra-protettive”, cioè espansive. Il rischio sistemico dei cosiddetti mercati – che dovrebbero essere lasciati fallire se i derivati sono tossici e facili da manipolare “over the counter”– incombe perché anziché lasciarli implodere in un riassorbimento finalisticamente capitalistico nell’economia di mercato, “…non perdono occasione di festeggiare per le innumerevoli manovre” (vedi il Sole 24ore) di liquidità che viene trattenuta una volta ricevuta. L’analista Longo ci spiega che gli Stati e gli stessi mercati finanziari (quasi) non esistono più – sic! – poiché accettano di depauperare ad infinitum le quote strategiche della propria stessa ricchezza pur di mantenere in piedi il “comunismo monetario” altrimenti noto come quantitative corretto al credit easing che finanzia precisamente non tanto le banche, né i mercati quanto lo shadow banking.
Il guaio è che ha un costo. Quella di Morya Longo è la fotografia impietosa di una a quanto pare inarrestabile regressione tanatologica della nostra società italo-occidentale che ha deciso – con la vanità estrema del giocatore d’azzardo – di rinunciare ai fondamentali capitalistici per finanziare il credit default (fallimento del credito) di un’entità di 9 volte più del Pil dell’intero Pianeta, convenzionalmente definita finanza basata sul collaterale della capitalizzazione: elefantismo finanziario.
Il primo motivo per guardarli con apprensione è legato alle loro dimensioni. I derivati valgono, nel mondo, 553 mila miliardi. Quelli obbligazionari, sempre secondo la Bri, ammontano a 86 mila miliardi di dollari. Mettendo questi numeri insieme, si arriva a 699mila miliardi di dollari: 9 volte più del Pil del mondo intero. E’ vero che i derivati sono calcolati al lordo, e questo gonfia il numero, ma il punto resta: si tratta di mercati enormi, giganteschi, molto più grossi di quell’economia reale di cui dovrebbero essere emanazione…”.Nella prospettiva da considerarsi ormai imminente di una Lehman Brothers europea: “I mercati, insomma, hanno rovesciato la regola che viene insegnata in tutti i manuali: non sono più loro a inseguire i fondamentali economici, ma sono i fondamentali economici a seguire – nel bene e nel male – i mercati”.

Alexander Bush

Sull'Autore

Alexander Bush

Alexander Bush, classe ' 88, nutre da sempre una passione per la politica e la macroeconomia legata al giornalismo d'inchiesta. Ha realizzato diversi documentari presentati a Palazzo Cusani, tra questi "Lo psico-reato di Keynes", "Monte Draghi di Siena" e "L'utilizzatore finale del Ponte dei Frati Neri", riscuotendo grande interesse di pubblico. Si definisce un liberale arrabbiato e appassionato in economia prima ancora che in politica. Due libri al suo attivo: "L'Italia dei complotti 1974-2011" e "Scacco matto a Giulio Andreotti" editi da LibertatesLibri.

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