Le tante ragioni per dire di no a Renzi

mola
Un’invettiva per il No al referendum

“Ahi, serva Italia, di dolore ostello/ nave senza nocchiero in gran tempesta/,
non donna di provincia ma bordello”. Lo scrisse un fiorentino che di Renzi, Lotti e compagnia strisciante ne valeva e vale un milione: Dante Alighieri. Alla parlantina sciolta il Divino Maestro preferiva la parola “grave”, meditata e chiara. Non cercava consensi, ma verità. Condannato all’esilio e al supplizio in contumacia dai suoi concittadini, morì a Ravenna. Ci vadano in pellegrinaggio gli italiani.
La loro è una storia difficile: scorrerie, invasori, dominazioni straniere. Qualche volta hanno avuto alleati; amici mai. Hanno invece avuto tanti nemici acerrimi al proprio interno: principotti, signorotti, podestà forestieri (nel 2011 vagheggiati dal Mario Monti che oggi vota “No” al referendum costituzionale, perché sapientis est mutare consilium), pronti a vendersi al Potente di turno per conservarsi al potere, corrivi “ad affondare la nave per assumere il comando di una scialuppa”.
Il nodo ingarbugliato del Paese è l’incombenza della crisi economica (ristagno dei consumi, flessione dei prezzi, tagli su tagli negli investimenti d’interesse pubblico, calo delle entrate fiscali spacciato per riduzione delle tasse, fuga dei capitali, scricchiolio del sistema previdenziale…) e di quella finanziaria, perché stampare moneta (come da anni fa la BCE di Mario Draghi) non è una cura: è il sorso d’aceto sporto al moribondo. Da due anni l’Italia è inchiodata al letto di procuste da Renzi imposto a un Parlamento succubo, riluttante ma infine troppe volte prono. Codesto presidente del Consiglio vuole una sola Camera di pieno diritto, formata con una legge che gli garantisca la maggioranza assoluta, se anche ottenesse appena il 25% dei consensi, e gli consenta di eleggere il Capo dello Stato gradito (forse la “costituzionalista” che “fece le riforme”?) e di blindarsi con una Corte Costituzionale di suo gradimento. Vuole perpetuare la maggioranza risicata e faziosa che nottetempo approvò la riforma più divisiva della storia d’Italia. Checché ne scriva Ernesto Galli della Loggia, è stato ed è Renzi a innescare questa ennesima battaglia della lunga “guerra civile”, oggi attizzata con formule di suprema banalità, quali “E adesso il futuro”, tipiche del venditore di ombrelli in terre da sempre aride, speranzoso in due mesi di pioggia battente.
Che più? Per anni Renzi ha spacciato tutto e il contrario di tutto. Per stare ai mesi recenti, fece l’europeista a Ventotene (un estivo colpo di sole?), ora attacca Europa e suoi capi di Stato e di governo a destra e a manca. Urla, azzanna. Corre da un’azienda all’altra, taglia nastri di opere ideate e avviate da altri come fossero sue, stringe mani di poveracci felici di apparire in televisione e di poveretti che sperano di averne chissà quale mance. Tra poco guarirà le scrofole allungando la mano dal teleschermo a reti unificate.
La sua navicella va però dritta contro tre scogli. In primo luogo Renzi ha isolato l’Italia e, connivente il peggior ministro degli Esteri del dopoguerra, inanella figuracce. Scommette che gli Stati abbiamo memoria corta come la sua. Ha puntato tutto (una tantum con moglie al seguito) su Obama-Michelle e sulla Ilare Clinton… Inoltre, mentre strepita per avere spiccioli dall’Europa, sempre più spalanca le porte a “immigrati” suscitando una miriade di rivolte dagli sbocchi imprevedibili (era facile essere mondialisti e multiculturalisti… a casa degli altri!). Infine ha distrutto proprio lo strumento utile a coronare i suoi sogni: la compattezza del Partito democratico. Renzi lo disprezza, lo considera un’accozzaglia di pavidi, spoglia di principi e di memoria, solo perché gli riuscì di stordirlo e di avvinghiarlo con “primarie” e con “Leopolde”, la cui vera storia rimane scrivere.
Tra poco si vota. Chi vuole salvare l’Italia dal malgoverno delle chiacchiere e dalle sue rovinose conseguenze ha una sola irripetibile possibilità: votare “No”. Se poi si entra nel merito della riforma della Costituzione, il “No” diviene ancora più motivato, perché essa è fallace, come ammettono anche quanti la votano non perché la condividano ma per disperazione, esausti, rassegnati, sperando che poi se ne faccia subito un’altra. Ma allora? Perché mai approvarla, visto che in tanti contenuti essa è persino …anticostituzionale? L’Italia ha bisogno urgente di un governo che governi: l’opposto di quanto fa Renzi, che ha impiegato sei mesi a proporre una ipotesi di modifica della legge elettorale, ammettendo il fallimento del suo disegno politico. Ora vivacchia, ansima. Nei giorni prossimi passerà alle implorazioni.
Dal 5 dicembre, sconfitto il renzismo, parleremo di una Costituente senza poteri legislativi, di una nuova legge elettorale per la Camera e per il Senato; e forse, chissà per quale miracolo della storia, l’Italia tornerà a essere un paese serio e credibile. Non ce lo chiedono né l’ Europa né l’Ilare Clinton. Lo chiedono gli italiani orgogliosi della propria identità.
Attenti! Renzi ha piazzato Vasco Errani ai terremoti e Piero Fassino ai “profughi”. Vassalli, valvassori, valvassini. Un sistema putrido. Non ci sono né un imperatore né un re. C’è solo un Frate Cipolla, un verbivendolo a domicilio, che spaccia porta a porta un prodotto scaduto: il leggendario 41% di molti anni fa (in realtà il misero 23% degli aventi diritto al voto) e tante promesse ridicole: quattordicesime, bonus per questo e per quello, 500 euro ai diciottenni. Specchietti per le allodole. Fumisterie da spazzar via con un secco “No”, per riprendere il timone del Paese. Altrimenti la “nave Italia”, da anni “senza nocchiero” e da tempo “bordello”, si inabissa per sempre. Parrebbe farsa, ma è una tragedia, che impone a ognuno di esercitare la sua piccola quanto immensa quota di sovranità: il diritto di voto, a cospetto di un governo che fa di tutto per cancellare l’elezione dei rappresentanti, proprio quando, nel 70° della Costituente, tanti cittadini chiedono che si torni a votare su tutto, inclusa la forma dello Stato.

Aldo A. Mola

Sull'Autore

Aldo Mola

Aldo Alessandro Mola (Cuneo, 1943) dal 1967 ha pubblicato saggi e volumi sulla storia del Partito d'Azione e di Giustizia e Libertà, della massoneria e della monarchia in Italia. Direttore del Centro Giovanni Giolitti (Dronero- Cavour) ha coordinato Il Parlamento italiano, 1861-1994 ( Nuova Cei, 24 voll.). Il suo Giolitti, lo statista della Nuova Italia è nei “Classici della Storia Mondadori”. Tra le opere recenti, Italia, un paese speciale (4 voll.)

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