L’affaire Emanuela Orlandi (II): Marcinkus e la banda della Magliana


Seconda puntata della ricostruzione dell’affaire Orlandi alla luce delle ultime rivelazioni

Scatta l’ora legale. E’ panico in Vaticano: avrebbe detto l’inarrivabile Indro Montanelli.
Come ha riferito molto opportunamente il giornalista-documentarista Andrea Purgatori nella bella intervista di Floris a Di martedì su La 7 alla luce della possibile trasformazione del cassiere di COSA NOSTRA Pippo Calò in collaboratore di giustizia nel cold case di Emanuela Orlandi, “PIPPO CALO’ SI INCONTRAVA A ROMA CON MONSIGNOR PAUL MARCINKUS”. La frase di Purgatori
è riportata con la massima aderenza ai testi televisivi. Non solo: talvolta s’incontravano a Roma tutti e tre insieme Pippo Calò, Paul Casimir Marcinkus (rappresentante dello Ior) e Enrico De Pedis, il boss della Banda della Magliana. Tema degli incontri kafkiani come kafkiano è il Potere: valigette piene di banconote che venivano dalle “vipere”, cioè dalle siringhe che infestavano la Capitale e la nazione intera e dallo spaccio di cocaina, 20 miliardi di lire per l’esattezza – come aveva denunciato il giudice Rosario Priore – destinati al finanziamento occulto della struttura clandestina di Solidarnosc di Lech Walesa in Polonia. Tale movimento sindacale stava – grazie all’“autoemancipazione della società polacca” come la definì molto bene l’analista Brzezinsky – ottenendo un inaspettato successo nella collaborazione inedita e clamorosa del generale Jaruzelsky (da “Il grande fallimento – Ascesa e caduta del comunismo nel xx secolo”), ma Giovanni Paolo II era terrorizzato che la lentezza del “rigetto organico” dello “stalinismo stagnante” nella Polonia dell’Urss morente non coincidesse con il suo Pontificato (sic!), e da questa ansiogena ambizione di un pontefice megalomane di passare alla Storia come il demolitore dell’Urss con la violenza di Icaro, partì l’operazione “Patto d’acciaio De Pedis- Wojtyla- Marcinkus”. Non è da escludere ex post che lo stesso Wojtyla e De Pedis si siano incontrati. Un patto con il diavolo che tuttora Papa Francesco, nel suo gattopardismo ratzingeriano, tutela con sommo disprezzo degli insegnamenti di Gesù Cristo: togliere i mercanti dal Tempio. Un patto d’acciaio che nasconde come nel più gigantesco vaso di Pandora del mondo occidentale dalla seconda guerra mondiale ai giorni nostri l’enigma della sparizione di Emanuela Orlandi e della sua quasi certa sepoltura in Vaticano nel 1997 (è stata l’avvocato Laura Sgrò dello studio Bernardini De Pace a dichiararlo alla televisione): Emanuela aveva allora solo trent’anni, e forse era stata sciupata per sempre da un quindicennio di assunzione coatta di sostanze stupefacenti passando da un sequestratore all’altro.
Stiamo però lentamente arrivando alla verità della povera Emanuela, forse complice la crisi della democrazia italiana in corso di svolgimento. I fatti, subito – in modo che i lettori si orientino agevolmente in un inferno di matrioske russe e di gironi danteschi che hanno però un filo conduttore… Facciamo un passo indietro: nel 1987 Marcinkus e i più alti dirigenti dello Ior stanno per essere arrestati dal Tribunale di Milano (cinque anni dopo l’impiccagione del “banchiere di Dio” Roberto Calvi sotto il Ponte dei Frati Neri a Londra) per “la distruzione del patrimonio sociale del Banco Ambrosiano e concorso in bancarotta fraudolenta nel medesimo istituto”. A rischiare indirettamente la libertà c’è anche lui, Karol Wojtyla – oggi santo. Rivelano Maurizio Turco, Carlo Pontesilli e Gabriele Di Battista in “Paradiso Ior”: “Il 20 febbraio 1987, conformemente ai risultati raggiunti nelle indagini sul coinvolgimento dello Ior nell’ “affare” Banco Ambrosiano, i giudici istruttori di Milano spiccavano il mandato di cattura contro i vertici dell’ente vaticano, preoccupandosi, in primo luogo, di motivare adeguatamente il decreto circa i sufficienti indizi, e in via subordinata di dimostrare il periculum libertatis. In particolare, Marcinkus, Mennini e de Strobel venivano accusati di concorso in bancarotta fraudolenta per aver “concorso nella distrazione, nell’occultamento, nella dissipazione e comunque nella distruzione del patrimonio sociale del Banco Ambrosiano”. Ancora una volta, gli interessati proponevano istanza di riesame del mandato di cattura, davanti al Tribunale della Libertà di Milano. La revoca del decreto veniva invocata dai difensori degli imputati quasi esclusivamente per motivi di legittimità, poiché solo in via sussidiaria si contestava il merito della misura… Nell’articolata motivazione si chiariva, infatti, che dalla disciplina dell’articolo 11 del Trattato non era lecito “dedurre un sistema di immunità penali”, poiché, nel nostro ordinamento, è richiesto il carattere dell’eccezionalità, secondo quanto “risulta dal tenore letterale dell’articolo 3 del Codice Penale e dal costante ed univoco insegnamento dottrinale e giurisprudenziale”… La pronuncia del Tribunale della Libertà di Milano, nel confermare il mandato di cattura, non poneva termine alla latitanza dei tre imputati, rifugiati dentro le Mura Leonine… Il 25 aprile 1987 il Tribunale Vaticano di prima istanza, accogliendo – come era abbastanza prevedibile – le posizioni del collegio di difesa e del promotore di giustizia vaticano circa l’interpretazione dell’articolo 11 del Trattato, rifiutava l’estradizione degli interessati. Addirittura, il Tribunale vaticano sosteneva che concedere l’estradizione avrebbe significato “ammettere che la giurisdizione italiana possa sindacare l’attività amministrativa” dello Ior…”. Firmato Giovanni Paolo II, socio di Marcinkus e protettore della sua immunità penale.
Quello di Turco, Pontesilli e Di Battista è un atto d’accusa nei confronti di Wojtyla come soggetto giuridico: “Per i tre banchieri dello Ior colpiti dai mandati di cattura dei giudici di Milano – Paul Marcinkus, Luigi Mennini e Pellegrino de Strobel, inquisiti e più volte chiamati a risponderne – l’unica conseguenza dei loro comportamenti fu l’estromissione nel 1989 dai vertici della banca, visto che – grazie all’impunità regalata loro dalla Corte di Cassazione italiana – non furono mai chiamati a rispondere del loro operato, e a pagare. Marcinkus viene addirittura “promosso”: manterrà infatti fino al 1989 la carica di pro-presidente della Pontificia commissione per lo Stato della Città del Vaticano – che Giovanni Paolo II gli conferì nel 1981, e che lo stesso ben si guardò dal revocare, nonostante gli scandali. Di certo Marcinkus rimane entro le mura sino al 1997, ma non solo: dal 1990 al 1994 rimane impiegato presso la Pontificia commissione per lo Stato della Città del Vaticano, come consultore…”. Attenzione, perché il 1997 è l’anno della probabile sepoltura del corpo di Emanuela Orlandi dentro il Vaticano. E i due fatti sono legati: la permanenza di Marcinkus chez le Mura Leonine nonostante il mandato di cattura e la morte di Emanuela, rapita a 15 anni. Come ci arriviamo? Attraverso la raggelante requisitoria a firma di Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, di cui pubblichiamo la seconda parte (si trova su Micromega):

di Alexander Bush

Sull'Autore

Alexander Bush

Alexander Bush, classe ' 88, nutre da sempre una passione per la politica e la macroeconomia legata al giornalismo d'inchiesta. Ha realizzato diversi documentari presentati a Palazzo Cusani, tra questi "Lo psico-reato di Keynes", "Monte Draghi di Siena" e "L'utilizzatore finale del Ponte dei Frati Neri", riscuotendo grande interesse di pubblico. Si definisce un liberale arrabbiato e appassionato in economia prima ancora che in politica. Due libri al suo attivo: "L'Italia dei complotti 1974-2011" e "Scacco matto a Giulio Andreotti" editi da LibertatesLibri.

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