La scommessa (perduta) di Guido Rossi


Un ricordo di Guido Rossi, grande italiano, grande uomo d’azione e di impegno politico

Guido Rossi fu un coraggiosissimo uomo d’azione diviso tra intelletto e azione politica, inventore della Consob, studioso con vocazione liberista dell’economia, infine teorico e pratico della cosiddetta “via italiana alla reaganomics”, cioè a capo di Ronald Reagan, pur tuttavia con alcune “democristinianerie giuridiche” sul Sole 24 ore a proposito dell’inesistente deriva mercatista che non ne hanno però snaturato il lavoro complessivo; in questo impegno civile mastodontico ha inventato all’inizio degli Anni Novanta la geniale “Antitrust di Mani Pulite” per sdoganare la corretta e regolamentare privatizzazione darwinistica del Sistema Paese, muovendo dalla convinzione (di questo sono certissimo) che gli italiani detestano rischiare, e che una democrazia economica degna di tal nome è fatta non di salvataggi “keynesiani bastardi” nei confronti di imprenditori falliti come Nino Rovelli, ma di chi ha le carte in gioco per fare capitalismo e di chi, invece, deve essere eliminato se non è bravo per restare in campo.
Si chiama anche avidità, perché no, connotata dalla giustizia sociale. Fu una lotta aperta contro l’andreottismo come sistema basato sulla legittimazione demo-cristiana degli sciagurati “accordi di cartello”, ma poi anche contro Massimo D’Alema quale leader dell’“unica merchantbank dove non si parla l’inglese”, ovvero Palazzo Chigi, e purtroppo D’Alema ha distrutto le privatizzazioni studiate proprio da Rossi! Ma non solo: nella bellissima intervista concessa a Gianni Barbacetto nel 2012, Rossi distrusse la leggenda metropolitana sul complotto delle Sette Sorelle e di George Soros dentro Mani Pulite. Si tratta di una lezione preziosa per i posteri:“Prima che iniziasse Mani Pulite io mi ricordo che, per un lungo periodo di tempo, dei personaggi politici di grande importanza e di grande rilevanza nel paese dichiaravano che l’Italia aveva scoperto forse una formula nuova di capitalismo: il “capitalismo senza mercato”. Questa formula del capitalismo senza mercato in fondo ha una sua origine storica molto precisa, perché contrariamente a quello a quello che si è verificato altrove, non solo nel mondo americano ma anche nei paesi europei di capitalismo più evoluto, il capitalismo italiano è stato in primo luogo capitalismo di Stato. La grande scoperta di Nitti dell’impresa pubblica èdel 1912; quindi è Giolitti che la introduce quando si accorge che il capitalismo privato non è in grado di fare avanzare il sistema industriale del paese. Allora pensa che sia lo Stato che debba fornire i capitali per l’industria e cosìviene fondata la prima industria assicurativa, l’Ina, in condizione di monopolio, come tutte le imprese di mano pubblica. In secondo luogo il nostro è stato un capitalismo privato a struttura familiare, che in Italia ha avuto una stagione particolarmente florida rispetto agli altri paesi… Allora, questo capitalismo senza mercato ha dato rilievo tra l’altro a una straordinaria importanza della politica nell’economia. Questo sia perché il nostro è stato forse il maggior Stato imprenditore del mondo occidentale – invece che il maggior Stato regolatore – sia perché i politici si sentivano in qualche modo legittimati a intervenire nel settore dell’economia. Sia attraverso l’industria che era nelle mani dello Stato, sia – in verità– condizionando il capitalismo privato. Questo ha creato quella terribile e tipicamente italiana struttura di rapporti fra politica ed economia da cui è derivata Mani Pulite… C’è un altro aspetto. Quando il sistema vuole cambiare rispetto al capitalismo di Stato, anche per la spinta che viene dall’Europa e da una globalizzazione che comincia a diventare pressante sui confini dell’ordinamento italiano, arriva la legge sulle privatizzazioni… Se ci fosse stata prima una legge molto diversa rispetto al selvaggio andazzo dell’economia di “non mercato” della mano pubblica e del settore privato, probabilmente i vari processi Enimont, Sme…non si sarebbero verificati…”.
Se c’è una malattia di cui sta morendo l’Italia è la mediocrità endogena alla comodità dello statalismo. Che è piccolo-borghese.Ci vuole un po’ di rischio, e ci vuole soprattutto un Reagan italiano. A quando? Certo è che una democrazia senza concorrenza non dura a lungo. E L’Italia è in pericolo.

di Alexander Bush

Sull'Autore

Alexander Bush

Alexander Bush, classe ' 88, nutre da sempre una passione per la politica e la macroeconomia legata al giornalismo d'inchiesta. Ha realizzato diversi documentari presentati a Palazzo Cusani, tra questi "Lo psico-reato di Keynes", "Monte Draghi di Siena" e "L'utilizzatore finale del Ponte dei Frati Neri", riscuotendo grande interesse di pubblico. Si definisce un liberale arrabbiato e appassionato in economia prima ancora che in politica. Due libri al suo attivo: "L'Italia dei complotti 1974-2011" e "Scacco matto a Giulio Andreotti" editi da LibertatesLibri.

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