La neolingua Cominformista

dario

“Per “albatros” un articolo di Dario Fertilio sulla “neolingua conformista” già anticipata da Orwell”.

La “neolingua” descritta da George Orwell nel suo apocalittico romanzo “1984” indicava un ribaltamento dei significati previsti dal vocabolario tradizionale: “pace” doveva significare “guerra”, “amore” equivaleva a “odio” eccetera.
Ma non si trattava di un gioco letterario: Orwell denunciava così la minaccia incombente del potere assoluto e pervasivo sovietico, capace di imporre nuovi significati obbligatori, educando i sudditi alla realtà ideologica dominante.
E ora, rieccola: la neolingua sembra diventare realtà. E’ la prova del potere esercitato da un nuovo Cominform ugualitarista, che si manifesta nel linguaggio, abolendo certe parole, regole grammaticali, usi letterari o comuni della comunicazione.
Si era cominciato con il gergo di borsa, usato per brevità dai broker: non più “la Fiat” ma “Fiat”; non più “le Generali” ma “Generali”. Poi è arrivato il femminismo in stile ministro Fornero: non chiamatemi “la Fornero” ma “Fornero”. Infatti, perché distinguere un uomo da una donna?, tutto deve essere cominformista-ugualitario. Subito i massmedia, pronti a raccogliere le sollecitazioni di moda senza spirito critico, hanno cominciato ad abolire il “la” dai nomi di donna. Del resto, non era già stato cancellato il termine “signorina” nei documenti ufficiali? E non si era pensato di imporre i cognomi di famiglia doppi, in ordine alfabetico, ai figli? Anzi, ancora meglio: dal Canada al Massachusetts, passando per Spagna e Francia, e naturalmente l’Olanda, ecco l’abolizione dei termini padre e madre: d’ora in poi si chiameranno “progenitore A”e “progenitore B”, e (sempre in Francia) nei nuovi libretti di famiglia si lascerà uno spazio bianco, per consentire la registrazione delle famiglie con due padri e due madri.
Tutto questo è alquanto istruttivo, e fa luce su alcuni principi ideologici alla base del nuovo cominformismo linguistico.
Primo: per i nuovi cominformisti-ugualitaristi la lingua è un campo di potere, che si può torcere a piacimento per “educare il popolo”.
Secondo, la tradizione (per esempio quella letteraria codificata da Manzoni, o quella genealogica, insomma tutto ciò che trasmette alle nuove generazioni il senso della cultura e della discendenza) non hanno alcun valore: si devono abolire, facendo tabula rasa.
Terzo: la facoltà di scelta nell’uso delle parole non deve essere consentita. Cominciando dalla base: due sposi che oggi vogliano scegliere di comune accordo il cognome di famiglia, come accade negli Stati Uniti e in tanti Paesi civili, in Italia non possono farlo. Il motivo non dichiarato è questo: quando si comincia a lasciare la facoltà di scelta alle persone, persino sui nomi da adottare nella vita privata, queste poi sono difficilmente controllabili.
Quarto: alle entità naturali non deve essere riconosciuto un ruolo alla base del linguaggio. La teoria del “gender” abolisce maschile e femminile (in Svezia nascono scuole dove i pronomi “lui” e “lei” sono cancellati). La famiglia formata da un solo uomo e una sola donna non deve essere più distinguibile da una qualsiasi altra unione (per ora ci si limita a quelle fra esseri umani, domani chissà).
Quinto (e cosa più importante): il potere “cominformista” decide per tutti come si deve scrivere e parlare, in modo che nella società “neutra” non esistano più le differenze.
C’è solo un problema per i fautori di questa neolingua: la realtà, e il buon senso, alla fine possono sempre riprendersi le loro rivincite. La funzionalità della comunicazione, oltre ai valori da essa veicolati, non può essere ignorata troppo a lungo, né si possono infilare le brache alla lingua senza provocare una crisi di rigetto. Verrà il giorno in cui il cominformismo ugualitarista sarà seppellito dalle risate delle persone libere, e dimenticato come il calendario rivoluzionario della rivoluzione francese, con i suoi “brumaio” e “vendemmiaio”, o come “la società dei senza Dio” di staliniana memoria.

Dario Fertilio

Sull'Autore

Dario Fertilio

Dario Fertilio (1949) discende da una famiglia di origine dalmata e vive a Milano. Giornalista e scrittore, presiede l'associazione Libertates che afferma i valori della democrazia liberale e i diritti umani. Estraneo a ogni forma di consorteria intellettuale e di pensiero politicamente corretto, sperimenta diverse forme espressive alternando articoli su vari giornali, narrativa e saggistica. Tra i suoi libri più noti, la raccolta di racconti "La morte rossa", il saggio "Le notizie del diavolo" e il romanzo storico "L'ultima notte dei Fratelli Cervi", vincitore del Premio Acqui Storia 2013. Predilige i temi della ribellione al potere ingiusto, della libertà di amare e comunicare, e il rapporto con il sacro.

Post correlati